Aspettano la nebbia o le nevicate più fitte, poi vanno avanti a tutta velocità. Piccoli gruppi di tre o quattro veicoli blindati corrono fino ai villaggi rasi al suolo nella “zona grigia” tra i due eserciti e sbarcano squadre di parà che si appostano nelle macerie. L’operazione viene ripetuta finché il cielo cupo offre riparo dai droni, consolidando il presidio di parecchi punti chiave del fronte. Così le brigate d’assalto ucraine stanno sorprendendo il mondo. Avanzano da oltre un mese, in più punti del settore meridionale del fronte: hanno cominciato nell’area di Zaporizhzhia, dove la pianura offre opportunità per i movimenti di mezzi corazzati; poi si sono estese più a nord nella zona Huliapole, a ridosso del Donetsk. Al momento, si stima che abbiano occupato 150 chilometri quadrati: il successo maggiore colto da Kiev dall’estate 2024, arrivato proprio nel quarto anniversario dell’invasione.
Molti vedono in questi attacchi la dimostrazione della debolezza dell’armata di Putin…
Aspettano la nebbia o le nevicate più fitte, poi vanno avanti a tutta velocità. Piccoli gruppi di tre o quattro veicoli blindati corrono fino ai villaggi rasi al suolo nella “zona grigia” tra i due eserciti e sbarcano squadre di parà che si appostano nelle macerie. L’operazione viene ripetuta finché il cielo cupo offre riparo dai droni, consolidando il presidio di parecchi punti chiave del fronte. Così le brigate d’assalto ucraine stanno sorprendendo il mondo. Avanzano da oltre un mese, in più punti del settore meridionale del fronte: hanno cominciato nell’area di Zaporizhzhia, dove la pianura offre opportunità per i movimenti di mezzi corazzati; poi si sono estese più a nord nella zona Huliapole, a ridosso del Donetsk. Al momento, si stima che abbiano occupato 150 chilometri quadrati: il successo maggiore colto da Kiev dall’estate 2024, arrivato proprio nel quarto anniversario dell’invasione.
Molti vedono in questi attacchi la dimostrazione della debolezza dell’armata di Putin, che dall’inizio di gennaio ha sostanzialmente interrotto la sua marcia ovunque. Originariamente è stata colpa del freddo - con il termometro sempre sottozero e spesso a meno 15 gradi - che pesa sull’attività dei droni: lo strumento principale del conflitto, in cui ormai i russi hanno la superiorità. Il vento e il gelo riducono l’efficienza dei velivoli, frenando non solo quelli telecomandati ma pure quelli guidati attraverso cavi in fibra ottica. Poi però al meteo si è aggiunto un fattore assolutamente imprevisto: l’oscuramento dei terminali Starlink.
Le forze di Mosca attive sul territorio ucraino li hanno adottati in massa, importandoli di contrabbando per superare l’embargo. Nei primi giorni di febbraio un accordo tra Kiev e la compagnia di Elon Musk, a testimonianza delle nubi comparse ultimamente a oscurare l’idillio tra Casa Bianca e Cremlino, li ha spenti in blocco. Questo ha messo in crisi il coordinamento dei reparti, complicando la trasmissione delle informazioni: una paralisi operativa, con i comandi che non riescono a trasmettere ordini ai singoli battaglioni e le segnalazioni della prima linea che non arrivano all’artiglieria e ai quadricotteri-bomba. Non solo. Le armi più moderne funzionano grazie a Starlink come i droni Molniya da ricognizione a lungo raggio e i robot su ruote che portano cibo e munizioni alle avanguardie penetrate nelle città.
Senza le connessioni satellitari si è dissolta la principale tattica che dalla scorsa estate ha permesso il vantaggio russo nelle offensive: la creazione di una fascia di fuoco in profondità dietro le linee ucraine, una “kill zone” estesa anche trenta-quaranta chilometri con nugoli di droni che spiano e colpiscono ogni movimento. Gli ucraini non potevano portare rifornimenti o rinforzi, se non affidandoli a squadre di fanti appiedati o agli automi terrestri. Questo monitoraggio ininterrotto, ha permesso a Mosca di scoprire ogni punto debole nelle difese e subito mandare soldati a infilarsi nel varco. Come in un incantesimo, questa cappa mortale è scomparsa all’improvviso. Un miracolo per gli ufficiali di Kiev: è stato possibile consegnare cibo e munizioni, fare rientrare le unità spossate da mesi di scontri, spostare battaglioni di parà senza che venissero avvistati in anticipo e preparare gli assalti.
Nessuno si fa illusioni. Anzi, gli ucraini frenano gli entusiasmi. “Non stiamo conducendo una controffensiva perché non siamo in grado di avanzare in profondità – ha dichiarato il comandante del Primo reggimento d’assalto, Dmytro “Fulmine” Filatov -. Ci limitiamo a miglioriamo la situazione tattica in alcune zone e potenziamo le nostre forze”. Il colonnello Filatov spiega qual è l’obiettivo di queste azioni: “Obbligare il nemico a esaurire le sue risorse per fermarci e impedirgli di accumulare riserve per scatenare attacchi su larga scala”.
I generali di Kiev sanno che i problemi generati dal blackout di Starlink non intaccano il predominio numerico degli invasori, che hanno più tank, più cannoni, più droni e soprattutto più uomini. Il reclutamento ucraino resta carente perché il livello di diserzioni tra i coscritti è altissimo e questo vincola ogni mossa, negando la possibilità di sfruttare a pieno la debacle delle comunicazioni sicure russe. Nonostante le difficoltà, però, le truppe del Cremlino continuano a premere su Pokrovsk, sotto tiro ormai da venti mesi, e nella direzione di Kramatorsk, la capitale del Donetsk rimasto in mani ucraine.
La realtà però è sotto gli occhi di tutti: la macchina bellica di Putin non riesce a sfondare. Pokrovsk è circondata da tutti i lati ma nella distesa di palazzi sbriciolati ci sono ancora nuclei di resistenza. Kupiansk è stata rioccupata dai soldati di Zelensky. Gli ultimi assalti ucraini hanno vanificato molti dei successi ottenuti a Huliapole e a Zaporizhzhia. Non ci sono stati passi avanti a Kharkiv e Sumy. Se si studia il cambiamento del fronte dall’estate 2022, quando si è fermata la corsa dell’invasione, si vede che Mosca ha perso le regioni di Kharkiv e di Kherson ed è riuscita a conquistare solo una fetta del Donetsk, oltre a impossessarsi della parte finale del Lugansk. Un trofeo veramente misero rispetto al sacrificio di un milione e 200 mila tra morti e feriti.
Questo massacro è cresciuto nell’ultimo anno e fa capire cosa è diventata ora la guerra: una carneficina che segue i canoni del conflitto d’attrito, in cui impadronirsi del territorio è secondario rispetto alla distruzione dell’avversario. La priorità non è piantare la bandiera in un’altra città – elemento che resta fondamentale solo per la propaganda – ma uccidere quanti più soldati possibile. Per vincere, i caduti devono essere superiori ai rimpiazzi ed è per questo che c’è una continua caccia all’uomo, con più quadricotteri che inseguono una singola persona.
Questo calcolo avvantaggia Mosca, incurante delle perdite. Così come il Cremlino sta vincendo la campagna per ridurre allo stremo la popolazione, radendo al suolo tutte le centrali elettriche del Paese una dopo l’altra. Finora però la resistenza sul fronte non ne ha risentito: gli ucraini combattono con ostinazione. E ogni notte i droni di Kiev, sempre più spesso accompagnati da missili di produzione nazionale, devastano gli impianti petroliferi russi, tormentando la raffinazione e l’esportazione di carburante vitali per l’economia russa.
Come finirà? Andrij Biletsky, l’ufficiale neonazista che ha fondato l’Azov e ora con i gradi di generale guida il Terzo Corpo d’Armata impegnato a difendere il nord del Donetsk, ha paragonato i due eserciti a “pugili esausti che combattono il dodicesimo round”. Una sfida di logoramento, in cui non sembrano possibili colpi decisivi perché entrambi sono troppo provati da quattro anni di cazzotti: crollerà chi resterà senza energie.