L’incontro con l’amante, la fuga nel bosco con un lanciarazzi, le ferite: così è caduto El Mencho
di Fabio TonacciUn autobus incendiato a Morelia, Messico
Il re dei narcos è morto accanto a un lanciarazzi, acquattato nella boscaglia di Tapalpa non abbastanza fitta per proteggerlo dall’esercito messicano. Deceduto all’alba, dopo una breve, inutile, fuga. Nemesio Oseguera Cervantes, detto El Mencho, 59 anni, è caduto come dieci anni fa cadde il boss di Sinaloa, El Chapo Guzmán: per la visita di una donna. E nessuno l’avrebbe detto perché El Mencho, tanto spietato quanto calcolatore, nei suoi 14 anni al comando del Cártel Jalisco Nueva Generación era stato attento a non farsi vedere (di lui ci sono solo tre foto segnaletiche), a non scivolare sull’edonismo sfacciato. Invece, l’incontro nella sua baita con una pareja sentimental, per usare le parole del generale Ricardo Trevilla, lo ha tradito. E un capitolo della storia del crimine messicano si è chiusa.
Quando nel Paese sta ritornando la calma dopo l’ondata di violenza scatenata in otto Stati dagli affiliati dei Jalisco Nueva Generación — 252 blocchi stradali, distributori e negozi dati a…
Il re dei narcos è morto accanto a un lanciarazzi, acquattato nella boscaglia di Tapalpa non abbastanza fitta per proteggerlo dall’esercito messicano. Deceduto all’alba, dopo una breve, inutile, fuga. Nemesio Oseguera Cervantes, detto El Mencho, 59 anni, è caduto come dieci anni fa cadde il boss di Sinaloa, El Chapo Guzmán: per la visita di una donna. E nessuno l’avrebbe detto perché El Mencho, tanto spietato quanto calcolatore, nei suoi 14 anni al comando del Cártel Jalisco Nueva Generación era stato attento a non farsi vedere (di lui ci sono solo tre foto segnaletiche), a non scivolare sull’edonismo sfacciato. Invece, l’incontro nella sua baita con una pareja sentimental, per usare le parole del generale Ricardo Trevilla, lo ha tradito. E un capitolo della storia del crimine messicano si è chiusa.
Quando nel Paese sta ritornando la calma dopo l’ondata di violenza scatenata in otto Stati dagli affiliati dei Jalisco Nueva Generación — 252 blocchi stradali, distributori e negozi dati alle fiamme, auto incendiate, scontri che hanno lasciato a terra 30 banditi e 25 agenti della Guardia nazionale — emergono i dettagli dell’operazione che ha individuato il nascondiglio del signore della droga più ricercato al mondo, e del conflitto a fuoco che ne è seguito.
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Seguendo un amico dell’amante del Mencho, e avvalendosi delle soffiate di un infiltrato, il 20 febbraio le autorità messicane localizzano una baita di Tapalpa, cittadella di 20 mila abitanti sulle montagne del Jalisco. La nuova task force statunitense anti-cartello conferma che quello può essere davvero il rifugio. Il 21 febbraio la donna se ne va. E nella notte scatta l’operazione, che coinvolge le forze speciali, l’esercito, sei elicotteri e due aerei. I soldati circondano la casa. Le guardie del corpo si mettono a sparare all’impazzata per coprire la fuga del capo, riescono a ferire due militari ma muoiono in otto. Nella baita, i soldati troveranno sette fucili e due lanciarazzi.
L’inseguimento prosegue nel bosco, dove El Mencho è fuggito a piedi con quattro dei suoi. Le forze speciali li accerchiano. «Hanno aperto il fuoco contro di noi, avevano dei lanciarazzi ma per fortuna non li hanno usati», racconta il generale Trevilla, segretario della Difesa nazionale nominato della presidente Sheinbaum. Il capo dei capi muore per le ferite sull’elicottero che lo sta trasportando a Guadalajara, capitale del Jalisco, che dopo il decesso vira su Città del Messico. La notizia circola, esplodono i tumulti. È il cassiere del Cartello, Hugo César Macías, detto El Tuli, a organizzare i blocchi stradali e gli assalti, offrendo 1.100 dollari per ogni militare ucciso. A morire invece è lui, mentre scappa imbottito di armi e con un milione di dollari in contanti.
L’erede naturale del Mencho è Juan Carlos Valencia, figlio biologico di sua moglie Rosalinda González, arrestata nel 2018 e figura chiave dell’organizzazione. Altri leader regionali si contendono il ruolo di guida del cartello più potente. L’operazione è stata la risposta della presidente messicana alle sollecitazioni di Trump, un modo per rendere più sicura Guadalajara che a giugno ospiterà quattro partite dei mondiali di calcio. Ma in tanti temono che il torneo sia messo a rischio dai postumi, imprevedibili, dell’uccisione dell’ultimo re della droga.