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Amanti e latitanza: da Vincenzo Sorce al Mencho, quando a tradire il boss è la camera da letto

(afp)

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Dalla Sicilia alla Campania, dalla Calabria al Messico, agli Stati Uniti, a spezzare la fuga dei padrini spesso sono state le relazioni con le donne
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C’è un filo invisibile che lega i covi dei latitanti alle camere da letto. Un filo sottile, fragile, umano. È il filo della passione, della gelosia, della clandestinità. Ed è proprio quel filo, tante volte, a spezzare la latitanza dei narcos o dei boss. Non le armi. Ma le amanti. Quelle che entrano nella vita dei padrini e, senza volerlo o senza capirlo fino in fondo, aprono la strada agli investigatori.

È una storia lunga, che attraversa continenti e organizzazioni criminali. Dalla Sicilia alla Campania, dalla Calabria al Messico, agli Stati Uniti. E racconta come il potere criminale, che si nutre di paura e silenzio, si infrange davanti all’emozione più imprevedibile.

In Messico, nel cuore della selva di Jalisco, l’operazione contro Nemesi…

C’è un filo invisibile che lega i covi dei latitanti alle camere da letto. Un filo sottile, fragile, umano. È il filo della passione, della gelosia, della clandestinità. Ed è proprio quel filo, tante volte, a spezzare la latitanza dei narcos o dei boss. Non le armi. Ma le amanti. Quelle che entrano nella vita dei padrini e, senza volerlo o senza capirlo fino in fondo, aprono la strada agli investigatori.

È una storia lunga, che attraversa continenti e organizzazioni criminali. Dalla Sicilia alla Campania, dalla Calabria al Messico, agli Stati Uniti. E racconta come il potere criminale, che si nutre di paura e silenzio, si infrange davanti all’emozione più imprevedibile.

In Messico, nel cuore della selva di Jalisco, l’operazione contro Nemesio Oseguera Cervantes, “El Mencho”, nasce da una relazione sentimentale segreta. Il capo del Cártel Jalisco Nueva Generación, uno degli uomini più ricercati al mondo, non cade per una soffiata di un rivale. Gli investigatori arrivano a lui infiltrando la cerchia dell’amante. Seguono i movimenti, ricostruiscono i contatti, attendono. Quando arriva la conferma della sua presenza a Tapalpa, pianificano l’operazione. Il latitante tenta la fuga, resta gravemente ferito. Muore. Anche per i narcos, il punto debole non è la droga, non è il denaro: è la passione per le donne. Perché dove il potere pretende obbedienza, il desiderio chiede presenza. E lì, in quell’ora rubata, il latitante smette di essere invisibile. Diventa uomo. E un uomo, prima o poi, lascia tracce.

È una scena conosciuta in diverse latitudini. È un copione antico. In Italia lo chiamavano, senza troppi giri di parole, “il profumo di donna”: quel filo sottile che gli investigatori seguono quando i telefoni tacciono, i fiancheggiatori depistano e i covi sembrano sparire sottoterra. È il filo delle relazioni. Quelle che un latitante nega, ma senza le quali non resiste.

Questa vulnerabilità non è nuova. Già nel 1993, Vincenzo “Cecè” Sorce, uomo della mafia di Palermo centro, viene arrestato nel suo rifugio dopo anni di ricerche. Gli investigatori non sfondano la porta per caso. Seguono la sua amante. La pedinano, aspettano. Quando la donna esce dall’appartamento con le chiavi in mano, la fermano. Con quelle stesse chiavi entrano nel covo. È la fine della latitanza.

Lo stesso schema si ripete a Caltanissetta, nel 2002, il latitante Salvatore Siciliano, reggente mafioso a Mazzarino, si nasconde sotto il letto della donna con cui ha una relazione. Gli agenti irrompono cinque minuti dopo il suo arrivo. Aveva un cunicolo, una botola, un nascondiglio perfetto. Non ha il tempo di raggiungerlo. L’amore ha accorciato le distanze tra il ricercato e la polizia.

Succede anche nella camorra. A Grazzanise, nel Casertano, Francesco Schiavone, cugino del capo dei casalesi, viene sorpreso con l’amante in un appartamento anonimo. Anche lui ricercato per associazione mafiosa e omicidi. Anche lui convinto di poter sfuggire allo Stato, ma non al richiamo di una relazione che diventa trappola. Accade anche a Roberto Manganiello, reggente del clan degli scissionisti di Scampia, viene arrestato mentre guarda la partita del Napoli con l’amante. Un agente travestito da rider suona alla porta con una pizza. Dentro, il boss non immagina nulla. Fuori, cinquanta poliziotti circondano l’edificio. È un blitz quasi cinematografico, ma costruito su un dato semplice: il latitante si sentiva al sicuro con la sua amante.

Negli Stati Uniti, un boss ricercato, Frank Calì, esponente della famiglia Gambino, viene preso a Long Island nella casa dell’amante. Gli investigatori sapevano che non si trovava nella residenza ufficiale. Avevano studiato i suoi movimenti. Avevano individuato la seconda vita. Lo arrestano lì, tra le tende della cucina e il giardino curato. Anche la mafia americana, come quella siciliana, ha lo stesso punto cieco.Ci sono poi storie in cui la linea tra amore e parentela si confonde. Il boss del palermitano Vito Vitale, ricercato per omicidi, viene arrestato seguendo una donna che i familiari definiscono una cugina, gli inquirenti un’amante. Intercettazioni, parole dolci, messaggi affettuosi. In quelle relazioni si intrecciano sangue, fedeltà e desiderio. E il risultato è sempre lo stesso: la latitanza si incrina.

E poi c’è la dimensione più ambigua. Quella in cui la relazione diventa protezione, copertura, rete logistica. La Cassazione lo riconosce quando stabilisce che una donna che ha aiutato Matteo Messina Denaro a nascondersi lo ha fatto per amore, non per favorire Cosa nostra. Una distinzione giuridica che racconta molto: il sentimento può trasformarsi in complicità, ma resta una forza privata, personale, che sfugge alle logiche criminali.

Nel caso del capomafia trapanese, il ruolo delle amanti emerge ancora anni dopo. Lettere, gelosie, soprannomi, rivalità. Gli investigatori ricostruiscono la rete di protezione anche grazie agli scritti appassionati. Una gelosia che diventa prova. Un manoscritto che diventa indizio. Le donne entrano nei sistemi di sicurezza più blindati e, proprio per questo, li rendono fragili.

Questa lunga scia dimostra che le organizzazioni criminali, pur costruite sulla diffidenza e sul controllo, non riescono a neutralizzare la dimensione umana. I boss pretendono fedeltà assoluta dai loro uomini, ma cercano calore, passione e normalità nelle relazioni sentimentali. In quelle stanze abbassano la guardia.Gli investigatori lo sanno. Studiano le relazioni, le emozioni, le fragilità. Non cercano solo telefoni e pizzini. Cercano sguardi, incontri, abitudini. Perché dietro ogni latitante c’è una vita nascosta che non può essere completamente clandestina.

Così, mentre i boss costruiscono bunker, cunicoli e reti di protezione, resta sempre una porta aperta. Non è una porta blindata. È quella di una casa qualunque. Dove qualcuno aspetta, ama, tradisce senza volerlo. E dove lo Stato, prima o poi, arriva.

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