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Negoziati in un vicolo cieco. Ecco perché, dopo quattro anni, la pace in Ucraina è ancora lontana

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Nonostante ci sia un quarto round di colloqui tra Mosca e Kiev all’orizzonte, gli esperti non si aspettano alcuna svolta. E anzi temono che le trattative si possano trasformare in una “trappola”
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Dopo gli infruttuosi colloqui dello scorso anno a Istanbul, Russia e Ucraina sono tornate a parlarsi. Stavolta con la mediazione degli Stati Uniti. Prima ad Abu Dhabi e ora a Ginevra. Già tre round in tutto e un quarto all’orizzonte, ma nessuna svolta. E quasi nessuno che se l’aspetti più. Perché in un conflitto senza vincitori, non ci può essere una pace sostenibile. Per nessuna delle due parti.

Le speranze disilluse

Per il politologo Aleksandr Baunov, è come se ci fossimo abituati, prima al conflitto e ora al negoziato. Colpa delle speranze disilluse. Nella primavera del 2022, ai primi incontri tra le delegazioni di Russia e Ucraina a Minsk e a Istanbul, in molti sperano che si potesse tornare rapidamente indietro. Si arrivò persino a concordare una bozza di piano di pace, trapelata soltanto più in là, ma i colloqui naufragarono presto. Un anno fa, in molti invece avevano riposto le speranze nel ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca e nella ripresa dei negoziati a Istanbul t…

Dopo gli infruttuosi colloqui dello scorso anno a Istanbul, Russia e Ucraina sono tornate a parlarsi. Stavolta con la mediazione degli Stati Uniti. Prima ad Abu Dhabi e ora a Ginevra. Già tre round in tutto e un quarto all’orizzonte, ma nessuna svolta. E quasi nessuno che se l’aspetti più. Perché in un conflitto senza vincitori, non ci può essere una pace sostenibile. Per nessuna delle due parti.

Le speranze disilluse

Per il politologo Aleksandr Baunov, è come se ci fossimo abituati, prima al conflitto e ora al negoziato. Colpa delle speranze disilluse. Nella primavera del 2022, ai primi incontri tra le delegazioni di Russia e Ucraina a Minsk e a Istanbul, in molti sperano che si potesse tornare rapidamente indietro. Si arrivò persino a concordare una bozza di piano di pace, trapelata soltanto più in là, ma i colloqui naufragarono presto. Un anno fa, in molti invece avevano riposto le speranze nel ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca e nella ripresa dei negoziati a Istanbul tra maggio e giugno. Che non portarono a nulla di più che a uno scambio di salme e prigionieri. Perciò ora è con disincanto che molti guardano ai primi colloqui trilaterali in corso.

I negoziati tecnico-militari

A ogni round, come sintetizzò bene in un’intervista il falco ed ex consigliere di Vladimir Putin, Sergej Markov, «abbiamo informazioni molto contraddittorie, ottimistiche da parte degli Stati Uniti, scettiche da parte della Russia e ambigue da parte di Kiev». Succede perché i negoziati si sono articolati su più fronti: ambito militare, politica, economia, territori e sicurezza.

I colloqui tecnico-militari sono quelli in cui sono stati registrati progressi. I negoziatori sono partiti dal presupposto che fosse stato concordato un cessate il fuoco e si sono chiesti come attuarlo: dove ritirare truppe ed equipaggiamenti, come amministrare la “zona grigia” o monitorare il cessate-il-fuoco. Il problema di fondo è che tutte le intese raggiunte in questo campo hanno senso soltanto se a monte verrà raggiunto un accordo politico. Che al momento non c’è. E che, anzi, spiega la politologa Tatiana Stanovaja, rischia di trasformarsi in una “trappola” per tutte le parti coinvolte.

La trappola per l’Ucraina

L’Ucraina chiede un cessate il fuoco, ma la Russia pone come condizione che ritiri le sue truppe dal Donbass perché pensa, a torto o ragione, che sia soltanto questione di tempo prima che riesca a conquistare il 20% della regione di Donetsk che ancora non controlla. Perciò non vede alcuna ragione di scendere a compromessi su questa richiesta territoriale. E dal momento che non riesce a convincere le autorità ucraine ad accettare un ritiro, sta cercando di fiaccare la popolazione civile lasciandola senza riscaldamento, elettricità, acqua o servizi, nella speranza che la sua pazienza si esaurisca e prema per convincere il governo a capitolare. Finora però senza successo.

Anche Donald Trump vuole una cessazione delle ostilità, entro le elezioni di medio termine del Congresso. Ma per assicurarsi una vittoria politica, fa più pressione su Volodymyr Zelensky che su Vladimir Putin. Il rischio per Kiev è perciò di restare impantanata in interminabili negoziati di cessate il fuoco mentre Mosca continua a bombardarla e a sfiancarla. O di essere spinta ad accettare i termini di quella che sarebbe a tutti gli effetti una resa. Perché l’unica ragione che potrebbe spingere Mosca ad accettare una cessazione duratura delle ostilità sarebbe un accordo alle sue condizioni. Di fatto la resa di Kiev.

Il compromesso per Kiev

L’Ucraina si sta perciò preparando a cedere i territori lungo la linea di contatto, senza però riconoscerli formalmente come territori russi, a patto di ottenere solide garanzie di sicurezza. E pur di rispondere alle pressioni russe, stando a fonti americane, starebbe studiando come ritirarsi dalle parti della regione di Donetsk che ancora controllano senza che la Russia ne acquisisca il controllo completo. Un’opzione sarebbe che quella striscia di terra venga trasformata in una zona economica speciale sotto il loro controllo statunitense. La Russia, però, insiste perché venga riconosciuta la sua sovranità sul Donbass. E soprattutto è contraria a concedere a Kiev qualsiasi garanzia.

La trappola per la Russia

Per il Cremlino il conflitto è oramai esistenziale. Non farà concessioni significative, neppure di fronte a una crisi finanziaria ed economica prolungata. È un costo che è disposto a pagare. Per Vladimir Putin la posta in gioco non è soltanto il controllo dei territori che ha annesso formalmente ma ancora non controlla. Il suo obiettivo principale è più ambizioso: trasformare l’Ucraina in uno Stato vassallo alla stregua della Bielorussia.

Perciò chiede che Kiev si impegni a rinunciare all’adesione alla Nato e a ogni partnership con l’Alleanza Atlantica, che riduca drasticamente le dimensioni del suo esercito, che non schieri armi a lungo raggio, che non ospiti né truppe, né infrastrutture militari straniere. E parallelamente solleva una serie di richieste politiche: il divieto del nazionalismo, la legittimazione delle forze filo-russe all’interno del Paese, la tutela della lingua russa e il ripristino dell’influenza della Chiesa ortodossa russa. Tutto pur di trasformare l’Ucraina in un Paese “amico”.

«Ma è proprio qui che sta la trappola», spiega Stanovaja. «Anche se a un certo punto le autorità ucraine fossero costrette a firmare un accordo del genere sotto pressione, probabilmente subirebbero la stessa sorte degli accordi di Minsk, volti a porre fine al conflitto nell’Ucraina orientale prima dell’invasione russa su vasta scala, senza che né le élite né la società ucraina siano in grado di digerire una lealtà così forzata».

Tra ottimismo e pessimismo

Perciò, secondo Stanovaja, c’è poco spazio per l'ottimismo. «Non ci sarà un accordo definitivo né ora né nel prossimo futuro. I negoziati potrebbero intensificarsi, un cessate il fuoco a breve termine è possibile e potrebbero persino essere firmati dei documenti. Ma nel complesso, questa simulazione di negoziati non può che portare alla simulazione di un cessate il fuoco e alla simulazione di un accordo».

L’analista britannico Mark Galeotti, invece, non è così pessimista. «I negoziati sono processi dinamici attraverso i quali è possibile che emergano accordi inaspettati. Sono un’opportunità per affrontare le questioni minori e individuare quelle realmente irrisolvibili tra i fronzoli retorici. E meritano di fare il loro corso».

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