WASHINGTON – L’America è «forte, prospera e rispettata». È il messaggio che Trump lancia col discorso sullo stato dell’Unione, per cambiare la percezione e deviare i venti contrari in vista delle elezioni midterm di novembre. Forse l’ultima occasione per farlo, considerando che le primarie per scegliere i candidati iniziano a giorni. Resta da vedere se gli elettori sceglieranno di credere ancora una volta alle sue parole, oppure ai fatti davanti ai loro occhi, e soprattutto nei loro portafogli.
Il presidente parla davanti al Congresso riunito in sessione congiunta alle 9 della sera, quando in Italia sono le 3 del mattino. Tanto per capire il clima, la nazionale maschile di hockey che ha vinto l’oro alle Olimpiadi ha accettato l’invito di partecipare, mentre quella femminile lo ha declinato. Non solo colore, ma anche dimostrazione di come la polarizzazione politica accentuata da Trump stia contagiando l’America in ogni angolo. Tra gli invitati poi c’erano i giudici della Corte Suprema, massimi rappresentanti di uno dei tre poteri della repubblica, che solo venerdì scorso ha definito una «disgrazia» accusandoli di essere nelle tasche di potenze straniere, perché hanno bocciato i suoi dazi che aveva imposto senza l’autorizzazione del terzo potere, ossia il Parlamento dove è ospite per il suo discorso. La stessa polarizzazione si vede anche con la lista degli invitati dai democratici: vittime di Epstein come Haley Robson e come il fratello di Virginia Giuffre, Sky; e vittime dell’Ice, come Raiza Contreras, mamma di un bimbo detenuto dalla polizia anti-migranti.
Il corto circuito nazionale è dimostrato dai sondaggi sulla popolarità del presidente, che secondo la media calcolata dal Cook Political Report è scesa al 41%. Altri lo vedono sotto questa soglia e colpisce che anche sull’immigrazione, cavallo di battaglia si cui aveva costruito la candidatura già nel 2016, meno del 40% degli americani approva cosa sta facendo. Per non parlare poi del caso Epstein, con l’ultima notizia sulle 53 pagine di denunce contro di lui sparite dai files, che lo ha diviso anche da sostenitori di ferro come la deputata Marjorie Taylor Greene.
Il tema chiave è sempre l’economia, in particolare l’affordability, ossia il costo insostenibile della vita che ha fatto di Mamdani il sindaco di New York. Trump nega che sia un problema, perché l’economia corre e lo farà ancora di più con i provvedimenti che prepara. È sempre un rischio però andare contro il sentimento degli elettori, invece di riconoscerlo e assecondarlo con la promessa di soluzioni, perché se la gente al supermercato vede i prezzi troppo alti per il suo portafoglio, non saranno gli atti di fede del presidente a cambiare la percezione. In particolare dopo la sconfitta sui dazi, che il capo della Casa Bianca vuole aggirare con nuove misure. Finora le tariffe non hanno generato la “nuova età dell’oro” promessa, con il Pil cresciuto solo dell’1,4% e il settore manifatturiero che non guadagna posti di lavoro, ma adesso l’incertezza continuerà a regnare sovrana, fra nuove cause contro i nuovi dazi e il caos dei rimborsi per quelli riscossi illegalmente.
Su questo sfondo domestico già complicato, Trump rilancia le sue ambizioni di leadership mondiale, che non hanno mai eccitato la base Maga. Rivendica i risultati raggiunti a Gaza, mentre l’Ucraina resta in guerra e l’Iran potrebbe diventare la prossima, nonostante lo stesso capo degli Stati Maggiori Riuniti Dan Caine la sconsigli. Trump scommette di poter convincere ancora gli americani, ma il responso verrà dalle urne a novembre.