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De Luca: “I leader europei più empatici dei popoli. In Italia il pacifismo è di parte”

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Intervista allo scrittore che dall’inizio del conflitto ha portato quindici carichi di aiuti in Ucraina: “È il Paese aggredito, non si può chiedere di arrendersi”
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Sempre e per sempre dalla stessa parte, la parte degli ucraini, lo troveremo. In quattro anni di guerra lo scrittore Erri De Luca ha compiuto quindici viaggi portando aiuti umanitari col suo furgone, insieme all’amico Giacinto Fina. «E al quindicesimo, quest’inverno, ho confermato l’impressione della compatta tenuta morale del popolo ucraino e del suo adattamento alle avversità. L’esercito russo che non riesce a prevalere sul campo, per cui tenta invano di procurare il massimo disagio nelle vaste retrovie».

Non percepisce stanchezza tra la popolazione ucraina?

«Continuo a notare mancanza di rassegnazione e anzi una crescente fiducia nel loro esercito. Sul morale pesa molto l’aiuto dell’Europa, la certezza di non essere soli contro l’invasore».

Questi quattro anni come hanno cambiato noi europei?

«Da noi la guerra non sta più in prima pagina e le notizie sono solo quelle dei bombardamenti russi. Si assiste senza partecipazione emotiva e, dunque, senza mobilitazione. Il sostegno de…

Sempre e per sempre dalla stessa parte, la parte degli ucraini, lo troveremo. In quattro anni di guerra lo scrittore Erri De Luca ha compiuto quindici viaggi portando aiuti umanitari col suo furgone, insieme all’amico Giacinto Fina. «E al quindicesimo, quest’inverno, ho confermato l’impressione della compatta tenuta morale del popolo ucraino e del suo adattamento alle avversità. L’esercito russo che non riesce a prevalere sul campo, per cui tenta invano di procurare il massimo disagio nelle vaste retrovie».

Non percepisce stanchezza tra la popolazione ucraina?

«Continuo a notare mancanza di rassegnazione e anzi una crescente fiducia nel loro esercito. Sul morale pesa molto l’aiuto dell’Europa, la certezza di non essere soli contro l’invasore».

Questi quattro anni come hanno cambiato noi europei?

«Da noi la guerra non sta più in prima pagina e le notizie sono solo quelle dei bombardamenti russi. Si assiste senza partecipazione emotiva e, dunque, senza mobilitazione. Il sostegno dell’Unione europea, però, è rimasto solido, costante e rinnovato. E così l’Europa ha trovato una maggiore unità d’intenti, coinvolgendo nello sforzo comune anche la fuoriuscita Gran Bretagna».

Perché gli italiani scendono in piazza per Gaza ma non per l’Ucraina?

«Bah, perché non c’è empatia per l’Ucraina? Per una volta le autorità europee si comportano meglio dei rispettivi popoli».

C’è stato un incontro particolare, o un episodio, che ha cambiato il suo modo di pensare alla guerra?

«Ultimamente a Kherson, mentre scaricavamo il furgone, Giacinto e io abbiamo sentito cannonate arrivare dalla sponda russa del fiume Dnipro. Nessuno ci ha fatto caso. Si forma un callo sul sistema nervoso delle persone in guerra, che prende le misure al pericolo costante e lo rende normale».

Vede similitudini tra la resistenza del popolo ucraino e la resistenza partigiana?

«Nella Seconda guerra mondiale ucraini e russi combattevano e respingevano insieme l’invasione della Germania nazista. Questa, invece, è una guerra più amara e fratricida, dilania di più».

L’invasione russa in Ucraina è argomento che infiamma i talk show, e non sempre le opinioni partono dai fatti. Qual è la fake news che più la irrita?

«La balla più frequente è che la Crimea sia sempre stata russa, come dire che la Sicilia è sempre stata dei Savoia. Poi c’è tendenza a descrivere l’Ucraina sul punto di cedere: so da vicino che è vero il contrario».

L’opinione pubblica italiana ha una percezione distorta del conflitto e della posta in gioco?

«C’è una componente filorussa nell’informazione, rappresentata nel governo dalla Lega. Sulla situazione strategica però non credo ci sia sottovalutazione. È il più duro ritorno della guerra in Europa, con perdite di vite umane già colossali. L’Europa è retrovia di un fronte orientale lungo mille chilometri».

La concorrenza a destra tra Meloni e partiti filo-russi potrà indebolire il sostegno a Kiev?

«Non credo, il partito di maggioranza, quello che decide tutto, è filo ucraino, europeista, anche per convenienza».

Lei proviene dalla tradizione politica di sinistra radicale. Cosa replica a chi, a sinistra, sostiene che bisogna arrivare alla pace a tutti i costi, anche costringendo gli ucraini a rinunciare a parti di territorio e di sovranità?

«È un pacifismo sbilanciato, non neutrale. Invita l’Ucraina a dichiararsi vinta e non si è mai affacciato sotto la finestra dell’ambasciata russa. La sola prospettiva di pace consiste nel fermare Putin o sperare che venga sostituito».

Lei faceva l’autista di convogli umanitari anche durante la guerra nell’ex Jugoslavia. Cos’ha capito della pace? È un concetto assoluto?

«Ho capito che è fatta di piccoli gesti di fraternità. Poi le guerre finiscono, tutte, e chi ha espresso in qualsiasi forma la solidarietà agli aggrediti, ai profughi, può dire a se stesso di aver contribuito a scrivere la parola più desiderata».

Essersi schierato così nettamente le ha causato problemi?

«Qualunque disturbo, critica, offesa è insignificante di fronte a ognuno di questi nostri carichi riempiti con l’aiuto di molti e portati a destinazione».

L’Ucraina soffre di gravi problemi di corruzione e, all’interno delle forze armate, schiera anche comandanti militari di estrema destra, ad esempio il suprematista bianco Andrij Bileckyj, fondatore di Azov e ora comandante del 3° Corpo di Armata. Tutto ciò però non fa vacillare il suo appoggio. Perché?

«Perché l’Ucraina resta il paese europeo aggredito. Perché l’Ucraina resta un paese democratico dove queste notizie sono diffuse da libera stampa e portano ad aggiustamenti. Curioso che da parte russa si richiedano elezioni in Ucraina, come se Mussolini chiedesse in piena guerra libere elezioni in Inghilterra».

Sarà davvero Trump a far terminare la guerra in Ucraina?

«No. La guerra terminerà con la rimozione di Putin da parte di un complotto interno, come sempre è avvenuto nella storia russa».

E quando finirà, come ne uscirà l’Europa?

«Più convinta della necessità di procedere verso la Federazione degli Stati Uniti d’Europa. E con l’allargamento all’Ucraina del suo mercato interno».

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