Il giorno della marmotta di Hillary Clinton: che, chiamata per la terza volta in 51 anni di matrimonio a rispondere delle azioni del marito — nello specifico, i rapporti con Jeffrey Epstein che l’ex presidente frequentò all’inizio degli anni 2000 — ieri l’ha sostenuto per l’ennesima volta. Come nel gennaio 1992: quando gli salvò la candidatura affermando, in un’intervista a 60 Minutes, di non credere che l’allora giovane governatore dell’Arkansas in corsa per la presidenza, l’avesse tradita per 12 anni con la giornalista locale Gennifer Flowers: «Non sono la donnina della canzone di Tammy Wynette che sta a tutti i costi a fianco del suo uomo» disse riferendosi al celebre brano country del 1968 Stand by your man: «Lo amo, lo rispetto e onoro ciò che siamo insieme. E se questo non vi basta, scegliete di non votarlo», disse.
Ahilei, le toccò ancora nel 1998: quando, ormai alla Casa Bianca, Bill fu travolto dallo scandalo della relazione con Monica Lewinsky. «Vasta cospirazione delle des…
Il giorno della marmotta di Hillary Clinton: che, chiamata per la terza volta in 51 anni di matrimonio a rispondere delle azioni del marito — nello specifico, i rapporti con Jeffrey Epstein che l’ex presidente frequentò all’inizio degli anni 2000 — ieri l’ha sostenuto per l’ennesima volta. Come nel gennaio 1992: quando gli salvò la candidatura affermando, in un’intervista a 60 Minutes, di non credere che l’allora giovane governatore dell’Arkansas in corsa per la presidenza, l’avesse tradita per 12 anni con la giornalista locale Gennifer Flowers: «Non sono la donnina della canzone di Tammy Wynette che sta a tutti i costi a fianco del suo uomo» disse riferendosi al celebre brano country del 1968 Stand by your man: «Lo amo, lo rispetto e onoro ciò che siamo insieme. E se questo non vi basta, scegliete di non votarlo», disse.
Ahilei, le toccò ancora nel 1998: quando, ormai alla Casa Bianca, Bill fu travolto dallo scandalo della relazione con Monica Lewinsky. «Vasta cospirazione delle destre», disse all’inizio. Salvo poi, ai tempi dell’impeachment, definire quella relazione «una caduta personale» del marito, «un peccato di debolezza, non di malizia».
Ebbene, 34 anni dopo, ci risiamo. Hillary ieri si è fatta nuovamente carico del coniuge, che a inizio 2000 (prima che Epstein venisse accusato di pedofilia) viaggiò quattro volte sull’aereo privato del faccendiere: «Non sono qui per parlare di sentimenti», ha affermato. Forse, pensando per un attimo alla trama di “Rodham” (che poi è il suo cognome da nubile): il bestseller di Curtis Sittenfeld a lei ispirato, in cui la Hillary letteraria rifiuta la proposta di matrimonio di Bill, se ne va per la sua strada e diventa presidente degli Stati Uniti.
Certo, a chi negli anni le ha chiesto perché lei che più d’ogni altra ha rotto il cosiddetto soffitto di cristallo - la barriera invisibile che da sempre impedisce alle donne di arrivare ai vertici - non si è mai liberata dell’ingombrante e infedele marito, ha sempre risposto: «Io e Bill iniziammo un discorso nella primavera del 1971 e non lo abbiamo ancora terminato. Nessuno mi comprende e mi fa ridere quanto lui». Ma di fatto, essere stata due volte First Lady, otto anni senatrice dello Stato di New York, quattro anni Segretario di Stato al fianco di Barack Obama e poi candidata alla presidenza degli Stati Uniti, prima donna a ricevere la nomination del suo partito, non è bastato ad evitarle di doversi calare per l’ennesima volta nello sgradito ruolo della donnina delle canzonette che sostiene il suo uomo rispondendo di lui davanti alla Commissione di Vigilanza.
Sì, perché contro di lei non c’è nulla nei file, dove pure il suo nome appare 700 volte, quasi esclusivamente in articoli che riguardano la sua corsa e la sua sconfitta. Lo ha ripetuto pure ieri: «Non ho mai parlato con Epstein: se proprio volete sapere la verità interrogate il presidente Trump, il suo nome torna migliaia di volte». E infatti quel che i repubblicani hanno provato a usare contro di lei nel chiamarla a deporre, è la presenza di un nipote di Ghislaine Maxwell, tal Alexander Djerassi, al dipartimento di Stato, per un breve periodo negli anni in cui lei era il capo: «Conoscevo appena quella donna e non avevo mai saputo nulla della parentela», ha risposto.
D’altronde nei file è lo stesso Epstein a far intendere di non avere relazioni particolari con lei. All’ex diplomatico francese Olivier Colom che gli chiede di organizzare un appuntamento con l’allora senatrice risponde: «Non è facile farlo con discrezione», senza offrire altro aiuto.
«La loro unione si basa sull’essere finiti alternativamente sotto attacco in quanto Clinton: considerati un unico blocco. L’obiettivo dei repubblicani è sempre lo stesso, metterli in imbarazzo», ha commentato l’ex consulente politico David Brock parlandone al New York Times. Lei lo sa bene: «Spero che siano pubblicati tutti i documenti e tutti siano trattati allo stesso modo», aveva detto già la settimana scorsa alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco, ricordando che essere citati in quei file non vuol dire aver fatto qualcosa di male. «Purtroppo questo non vale per me e mio marito», ha notato anche ieri, osservando che ad altri testimoni era stato permesso di presentare dichiarazioni scritte giurate. «Non è complicato. Vogliono trascinarci in questa storia per distogliere l’attenzione da Trump»