Caccia, missili cruise e droni segreti: la tempesta perfetta per smantellare il regime iraniano
di Gianluca Di FeoEsplosioni a Teheran
Dal Nord dell’Iraq all’Oceano Indiano, tutto il Medio Oriente è sprofondato in uno scenario apocalittico: centinaia di missili, droni e bombardieri sfrecciano ovunque nei cieli seminando morte e distruzione. L’operazione “Furia Epica” di Trump si è fusa con la resa dei conti finale di Netanyahu per smantellare il regime degli ayatollah: vogliono innescare una rivolta popolare, coperta dall’alto da cinquecento jet e altrettanti missili cruise che continueranno per giorni a piombare sull’Iran. L’attacco è iniziato dopo l’alba, quando la luce del sole ha fatto sperare alle difese di Teheran che il momento peggiore fosse passato. Proprio allora è scattata la prima ondata israeliana, affidata soprattutto ai caccia “invisibili ai radar” F35: si è accanita contro le residenze dei vertici della teocrazia.
L’intelligence per scovare i rifugi segreti dei capi
Ordigni spacca-bunker si sono diretti contro quelle ufficiali e contro i rifugi segreti localizzati dall’intelligence nel tentativo, po…
Dal Nord dell’Iraq all’Oceano Indiano, tutto il Medio Oriente è sprofondato in uno scenario apocalittico: centinaia di missili, droni e bombardieri sfrecciano ovunque nei cieli seminando morte e distruzione. L’operazione “Furia Epica” di Trump si è fusa con la resa dei conti finale di Netanyahu per smantellare il regime degli ayatollah: vogliono innescare una rivolta popolare, coperta dall’alto da cinquecento jet e altrettanti missili cruise che continueranno per giorni a piombare sull’Iran. L’attacco è iniziato dopo l’alba, quando la luce del sole ha fatto sperare alle difese di Teheran che il momento peggiore fosse passato. Proprio allora è scattata la prima ondata israeliana, affidata soprattutto ai caccia “invisibili ai radar” F35: si è accanita contro le residenze dei vertici della teocrazia.
L’intelligence per scovare i rifugi segreti dei capi
Ordigni spacca-bunker si sono diretti contro quelle ufficiali e contro i rifugi segreti localizzati dall’intelligence nel tentativo, poi riuscito, di assassinare la Guida Suprema Alì Khamenei e gli altri leader politici della Repubblica Islamica. In una sincronia terribile, le squadriglie americane hanno aggredito la gerarchia delle forze armate: il comandante dei Guardiani della Rivoluzione, il ministro della Difesa, i loro quartieri generali e gli ufficiali più importanti. Una campagna di decapitazione destinata a proseguire: l’intelligence monitora ogni segnale utile per localizzare i nascondigli dei capi.
Pochi minuti dopo, droni kamikaze statunitensi – apparati top secret che hanno fatto esordio a Caracas nel blitz per catturare il presidente Maduro – assieme agli aerei speciali A18 Growler dell’Us Navy si sono gettati sui radar e sui comandi della contraerea. Anche in questo caso sono stati affiancati dagli F16 dello Stato ebraico che hanno decimato le batterie terra-aria SA 6 di produzione russa e i pochi velivoli intercettori iraniani. Nello stesso tempo, una serie di assalti cyber hanno paralizzato computer e reti digitali di controllo. Nel giro di mezz’ora, gli stormi dell’alleanza israelo-statunitense hanno conquistato la totale libertà di movimento sopra l’Iran. E a questo punto l’offensiva aerea ha assunto una forma diversa, moltiplicando gli assalti in tante operazioni condotte parallelamente, ognuna con una finalità strategica.
Un’unica regia per coordinare centinaia di raid
Un coordinamento mai visto prima ha gestito i raid in tutto il Paese contro centinaia di bersagli. La missione più delicata punta all’eliminazione delle armi di rappresaglia degli ayatollah. La fortezza “Heidar Karrar” – il “Leone inarrestabile” come viene chiamato l’imam Alì fondatore della confessione sciita – scavata nelle montagne di Damavand è stata dilaniata da esplosioni colossali: custodiva l’arsenale dei pasdaran. Le due basi navali principali che minacciavano il Golfo Persico sono state bombardate, mettendo fuori uso unità della Marina e depositi di carburante. Singoli F16 delle Idf sono andati a centrare le rampe mobili dei missili balistici a una a una: i video mostrano i camion con gli ordigni pronti alla partenza che saltano in aria. In questa missione fondamentale è stato il ruolo dell’intelligenza artificiale, con sistemi Ai come il Maven – ossia “L’esperto” – di Palantir che analizzano immagini satellitari, segnali radio e ogni altra traccia per localizzare la posizione dei lanciatori. Questa attività non si interrompe mai: coppie di aerei restano in volo aspettando che i motori dei missili vengano accesi e svelino la posizione dei semoventi per colpirli.
La ritorsione iraniana
Questa mobilitazione di mezzi e tecnologie non ha impedito la ritorsione. Almeno sessanta missili balistici sono stati scagliati contro Israele, in gran parte intercettati senza provocare morti, mentre una pioggia di altri ordigni ha preso la rotta delle basi statunitensi nella regione. A farne le spese soprattutto le installazioni del Bahrein, le più vicine, che hanno subito diversi colpi: sorprendente la precisione dei droni Shahed – perfezionati grazie alle informazioni trasmesse dai russi sull’impiego in Ucraina – che hanno demolito un grande radar. Una sola esplosione c’è stata nel perimetro dell’aeroporto giordano di Muwaffaq al Salti, dove sono stati ammassati centinaia di jet dell’Us Air Force. Sono state attaccate anche le strutture del Qatar, degli Emirati, dell’Arabia Saudita, del Kuwait e del Kurdistan iracheno. In due delle postazioni – a Erbil in Iraq e nell’aeroporto kuwaitiano Ali al Salem – sono presenti militari italiani, rimasti incolumi. Ovunque sono intervenuti i Patriot statunitensi e quelli delle forze locali, che hanno abbattuto soprattutto molti incursori: in alcuni casi i rottami sono piovuti sulle strade affollate e sulle case. Gli Houthi hanno annunciato il blocco dello stretto di Bab el-Mandeb, le forche caudine della navigazione mercantile nel Mar Rosso, e al momento le petroliere si tengono a distanza da quello di Hormuz, dove transita un quinto del greggio del pianeta.
Colpiti i palazzi del potere iraniano
Questa reazione non ha intaccato i piani d’azione messi a punto nel quartier generale del Centcom americano assieme agli israeliani sotto la guida dell’ammiraglio Brad Cooper. L’operazione è proseguita senza rallentamenti e altri obiettivi privilegiati sono stati presi di mira. I laboratori di ricerca nucleare, anche quelli secondari come il dipartimento del politecnico Sahand di Tabriz, sono stati devastati da missili cruise Tomahawk sparati dai cacciatorpediniere e dai sottomarini americani, sia dal Mediterraneo Orientale che dall’Oceano Indiano. I cacciabombardieri F15 E di entrambe le nazioni hanno sganciato missili con ogive progettate per penetrare metri di cemento contro ogni possibile struttura sotterranea usata per la produzione di missili e per le attività atomiche.Contemporaneamente c’è stato il tiro contro i simboli del potere e le strutture della repressione. Le sedi dei ministeri, i tribunali che hanno condannato i manifestanti scesi in piazza a inizio gennaio, le caserme dei Pasdaran e soprattutto quelle dei basji, le milizie che hanno massacrato i dimostranti sparando ad altezza d’uomo. Questi raid, affidati soprattutto ai cruise dell’Us Navy, sono stati la parte più semplice dell’offensiva ma anche quella più importante. Servono a convincere la popolazione a scendere in piazza e sfidare gli ayatollah, contando sul fatto che questa volta ci sarà un sostegno armato e concreto per fermare le squadre della morte.
La spinta a rovesciare il regime
Solo gli iraniani possono rovesciare il regime, ma questo significa provocare una guerra civile in un Paese di 92 milioni di persone: un conflitto lungo e feroce, in grado di destabilizzare l’intero Medio Oriente. Una prospettiva che spaventa tutte le monarchie del Golfo. Questo è il vero limite della “Furia Epica” decisa da Donald Trump, quello che ha catalizzato le perplessità di parte dello Stato Maggiore e del vicepresidente JD Vance: l’obiettivo strategico dell’operazione dipende da fattori esterni alle azioni statunitensi. E’ una scommessa, che in caso di successo può cambiare il futuro della regione. Oppure trasformarsi in azzardo e consegnare Teheran a una fazione ancora più dura della teocrazia. L’esito dello scontro si capirà nei prossimi giorni, mentre il Pentagono promette che il ritmo dei bombardamenti continuerà ad aumentare.