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Khamenei, l’ayatollah da 40 anni alla guida dell’Iran e la partita per la sua successione

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Ali Larjiani, capo della sicurezza iraniana, è tra i nomi papabili per prendere il posto dell’ayatollah nel caso in cui la Guida suprema sia stata uccisa dagli Usa
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Nemmeno una settimana fa, con le forze americane schierate in grande assetto nel Golfo e la minaccia esplicita di un attacco americano, Ali Khamenei si era rivolto alla folla di Tabriz sfidando lo storico nemico: “Per 47 anni l’America non è riuscita a eliminare la Repubblica Islamica. E non ci riuscirà adesso”. Da 37 anni, la missione principale dell’86enne leader iraniano è garantire la sopravvivenza della rivoluzione nata con Khomeini nel 1979 e della teocrazia che ne è originata divorando le altre anime politiche della società iraniana, dai laici ai comunisti. Non sorprende, dunque, che la Guida suprema si sia preparato all’ennesima, forse ultima, battaglia, e che abbia già predisposto i piani per la sua successione in caso di morte in un attacco americano.

Fonti iraniane confermano che le prime esplosioni del mattino hanno preso di mira il compound della Guida nel centro di Teheran, quartiere Pasteur, ma da giorni il leader poteva essersi trasferito in un rifugio sicuro.

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Nemmeno una settimana fa, con le forze americane schierate in grande assetto nel Golfo e la minaccia esplicita di un attacco americano, Ali Khamenei si era rivolto alla folla di Tabriz sfidando lo storico nemico: “Per 47 anni l’America non è riuscita a eliminare la Repubblica Islamica. E non ci riuscirà adesso”. Da 37 anni, la missione principale dell’86enne leader iraniano è garantire la sopravvivenza della rivoluzione nata con Khomeini nel 1979 e della teocrazia che ne è originata divorando le altre anime politiche della società iraniana, dai laici ai comunisti. Non sorprende, dunque, che la Guida suprema si sia preparato all’ennesima, forse ultima, battaglia, e che abbia già predisposto i piani per la sua successione in caso di morte in un attacco americano.

Fonti iraniane confermano che le prime esplosioni del mattino hanno preso di mira il compound della Guida nel centro di Teheran, quartiere Pasteur, ma da giorni il leader poteva essersi trasferito in un rifugio sicuro.

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Nato nel 1939 a Mashaad, città santa per gli sciiti, secondo di otto figli, cresce in una famiglia povera e devota, con la madre, Khadijeh Mirdamadi, che radunava i ragazzi intorno a sé per leggere il Corano. Negli anni Cinquanta frequenta le scuole religiose di Qom e viene in contatto con i teorici più influenti dell’islam politico, l’ayatollah Borudjerdi, l’ayatollah Khomeini e Navvab Safavi, un chierico sciita che puntava alla creazione di un governo islamico. Erano gli anni in cui in Egitto conquistavano consenso le tesi di Sayyed Qutb, il padre dei Fratelli Musulmani, un giovane introverso che gli studi in America, vissuti in isolamento dal consesso sociale, avevano convinto della decadenza e della corruzione dell’Occidente. Khamenei ne traduce i libri e il pensiero, e quando l’Iran inizia a sollevarsi contro lo Scià, cercando libertà dall’autoritarismo laico, si unisce alle proteste, finisce in prigione, poi in un esilio nel 1977 che dura poco. La rivoluzione islamica di Khomeini nel 1978 segna l’inizio della sua scalata al potere.

L’allievo diventa maestro: la sua concezione integralista dell’Islam, unita a una cultura profondamente anti-occidentale, ne fanno uno dei pilastri della rivoluzione islamica. Khomeini gli assegna incarichi prestigiosi: membro del consiglio rivoluzionario, imam del venerdì a Teheran, ministro della Difesa. Guida l’Iran da presidente durante la guerra con l’Iraq, chiusa dall’ayatollah Khomeini con la famosa formula: “Bere l’amaro calice della tregua”.

Nei primi anni del conflitto un attentato gli toglie mobilità alla mano destra e nel 1989, dopo la morte di Khomeini, diventa rahbar, Guida suprema, nonostante non possegga il titolo di ayatollah per accedere alla carica. Ma ci riesce grazie all’amico Rafsanjani - poi messo a margine del sistema insieme a molti altri riformisti - potendo così realizzare il suo progetto: un governo islamico dove la sovranità appartiene a Dio, e la politica è solo una parte della religione. Si dice che collezioni pipe, che abbia accumulato una fortuna con le fondazioni religiose dietro il paravento di una vita umile.

Eletto a vita, è comandante delle forze armate, controlla gli apparati di sicurezza, le fondazioni religiose, nomina il capo della magistratura e della tv nazionale. Sotto il suo potere i pasdaran, i guardiani della rivoluzione, diventano più influenti dell’esercito regolare, un apparato che controlla anche larga parte dell’economia.

Quando, a più ondate, il popolo si ribella, Khamenei usa la forza per reprimere il dissenso. Succede con l’Onda verde del 2009, nel 2019 quando – con riformisti al potere – le periferie suburbane si rivoltano contro l’aumento dei prezzi del petrolio. Nel 2022, quando un’intera generazione scende in piazza per chiedere democrazia e diritti civili, libertà politiche e di scelta individuale, con il movimento Donna, vita, libertà. “Nemici esterni” che fomentano il disordine, sentenzia il rahbar: accusa rivolta a ogni protesta popolare.

Ma è quello il momento in cui forse per la prima volta la Guida sente la fragilità della sua Repubblica fondata sull’Islam. In piazza scende un popolo giovane, colto, connesso, creativo, che sfida gli ayatollah con una schiettezza mai vista prima. E riesce, a costo di sacrifici personali altissimi, a conquistare il sostegno silenzioso anche di una parte dei conservatori e dei moderati.

Dopo il 7 ottobre, Khamenei vede sgretolarsi anche la rete di alleati e milizie regionali costruita per contrastare Israele. A giugno la caduta del tabù e uno scontro militare diretto con gli americani che cambia i calcoli del sistema. Khamenei accelera i piani per la successione, e struttura una nova configurazione per consentire al regime di sopravvivere anche nel caso di una guerra con l’America e Israele: crea un consiglio di Difesa che coordina diverse istituzioni e si sovrappone in parte con il consiglio di sicurezza nazionale, definisce quattro livelli di successione per le cariche governative e militari e ha chiesto a tutti coloro con ruoli dirigenziali di nominare fino a quattro sostituti, scrive il New York Times. Il presidente Pezeshkian nel frattempo delega una serie di poteri ai governatori.

Nella partita della successione si rafforzano le figure che rappresentano la continuità della Repubblica islamica. Il generale Ghalibaf, attuale speaker del Parlamento, il capo del consiglio di Difesa Shamkhani, anche lui ex membro attivo dei pasdaran e soprattutto Ali Larijani, 67 anni, attuale capo del consiglio di sicurezza tornato all’apice della politica iraniana dopo un periodo di relativa emarginazione. Nato a Najaf, città culla dello sciismo iracheno, Larijani viene da una importante famiglia religiosa, incarna la storia, e nei piani di Khamenei, la continuità della Repubblica islamica. Ma difficilmente potrebbe essere il nuovo Bonaparte d’Iran, più probabile che la successione – se quando ci sarà – passi per un consiglio collettivo il cui pilastro siano i guardiani della rivoluzione. Sempre che tra le fiamme della guerra non si faccia spazio una diversa alternativa.

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