Le ultime ore cruciali e il flop del negoziato: ecco perché Trump ha deciso di attaccare l’Iran
dal nostro corrispondente Paolo MastrolilliNEW YORK – Il destino dell’Iran era forse già segnato da tempo, ma il sigillo sull’attacco è venuto dal negoziato di giovedì a Ginevra, fallito secondo il giudizio di Donald Trump. L’ultimo tentativo di evitare la guerra è stato fatto dal ministro degli Esteri dell’Oman Badr bin Hamad Al Busaidi, corso a Washington per incontrare il vice presidente Vance, nella speranza di trovare orecchie più disposte ad ascoltare i suoi suggerimenti sugli spiragli aperti per trovare un accordo. Il capo della Casa Bianca però è arrivato alla conclusione che le concessioni offerte non bastavano, perché voleva la cancellazione completa del programma nucleare, dei missili, delle operazioni destabilizzanti di gruppi alleati di Teheran come Hezbollah. Perciò ha scommesso sull’intervento che stavolta non si limita a voler distruggere le strutture atomiche, ma punta apertamente al cambio di regime, come ha detto lui stesso nel suo discorso: "Alla Guardia rivoluzionaria e i militari dico: deponete le armi o …
NEW YORK – Il destino dell’Iran era forse già segnato da tempo, ma il sigillo sull’attacco è venuto dal negoziato di giovedì a Ginevra, fallito secondo il giudizio di Donald Trump. L’ultimo tentativo di evitare la guerra è stato fatto dal ministro degli Esteri dell’Oman Badr bin Hamad Al Busaidi, corso a Washington per incontrare il vice presidente Vance, nella speranza di trovare orecchie più disposte ad ascoltare i suoi suggerimenti sugli spiragli aperti per trovare un accordo. Il capo della Casa Bianca però è arrivato alla conclusione che le concessioni offerte non bastavano, perché voleva la cancellazione completa del programma nucleare, dei missili, delle operazioni destabilizzanti di gruppi alleati di Teheran come Hezbollah. Perciò ha scommesso sull’intervento che stavolta non si limita a voler distruggere le strutture atomiche, ma punta apertamente al cambio di regime, come ha detto lui stesso nel suo discorso: "Alla Guardia rivoluzionaria e i militari dico: deponete le armi o sarà morte sicura. Alla popolazione iraniana dico: l’ora della libertà è a portata di mano. Quando avremo finito, riprendetevi il vostro paese. Potrebbe essere l’unica occasione di farlo per generazioni".
È la negazione delle promesse fatte durante la campagna elettorale dal presidente eletto sulla base dello slogan "America First", ma Trump è convinto che questa sua scommessa pagherà. Da quando è tornato alla Casa Bianca, nonostante le ambizioni di ricevere il premio Nobel per la pace, è stato molto più incline del primo mandato ad usare la forza militare, rinnegando gli impegni presi nella campagna elettorale contro nuove guerre, in particolare in Medio Oriente. L'Iran è la sfida più importante e rischiosa. Il presidente è convinto che rovesciare il regime che da anni inneggia alla morte dell'America sarebbe un risultato capace di superare tutte le resistenze nel suo stesso movimento Maga, consegnarlo alla storia e aiutarlo anche a vincere le prossime elezioni.
L’Iran era nel mirino di Trump fin dal primo mandato, quando aveva cancellato l’accordo Jcpoa negoziato dal predecessore Obama. Allora però non si era spinto fino al tentativo di rovesciare il regime.
Quando è stato rieletto ha detto che era pronto a negoziare. Un po’ perché era vero, se fosse riuscito ad ottenere concessioni più ampie dagli ayatollah, che oltre al programma nucleare dovevano includere il loro ruolo destabilizzante nell’intera regione. Un po’ perché gli serviva una copertura diplomatica, quando avrebbe deciso di attaccare.
Gli iraniani avevano accettato di riaprire il negoziato, ma al massimo per ristabilire le condizioni del Jcpoa. Nel giugno scorso Trump ha risposto che non bastava, lanciato i raid contro le strutture del programma nucleare a Nathanz, Fordow e Isfahan. Aveva dichiarato di averle "obliterate", ma la stessa intelligence americana aveva messo in discussione la veridicità di questa affermazione. Lui sapeva che in realtà aveva solo frenato il programma e rimandato la potenziale costruzione della bomba, ma in quel momento gli bastava. L’obiettivo di fondo però era sempre stato il cambio di regime, anche se non poteva ammetterlo apertamente, per non urtare i suoi stessi sostenitori del movimento Maga.
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Quando in Iran sono scoppiate le ultime proteste, ha visto lo spiraglio per rilanciare le operazioni, allo scopo stavolta di aiutare i manifestanti a rovesciare il regime. Aveva proclamato che "l’aiuto era in arrivo", però poi aveva esitato, anche perché la macchina militare non era pronta a lanciare l’attacco su larga scala e possibilmente definitivo che aveva in mente.
Nelle settimane successive la trattativa era ripresa, ma allo stesso tempo aveva dato al Pentagono l’ordine di schierare nella regione quella che ha definito una grande "armada". In realtà la più potente mobilitata dall’invasione dell’Iraq, quando la portaerei Ford era stata aggiunta alla Lincoln, e oltre 150 aerei erano stati spostati nelle basi del Golfo e in quelle israeliane. Per due volte aveva incontrato il premier Netanyahu, prima a Mar a Lago durante il periodo di Natale, poi alla Casa Bianca più di recente. Aveva detto di puntare ancora alla soluzione diplomatica, e forse era vero, se davanti all’enorme pressioni militare gli ayatollah avrebbero deciso di cedere pur di salvarsi. L’orizzonte però restava quello dell’attacco definitivo.
L’ultima occasione per evitare la guerra è stato l’incontro di giovedì a Ginevra, dove gli iraniani hanno fatto concessioni, come quella di limitare l’arricchmento agli usi medici in un reattore di superficie fornito proprio dagli Usa a Teheran molti anni fa, diluire l’uranio già prodotto, in sostanza rendere impossibile la costruzione della bomba. Era già troppo tardi, però, perché a quel punto Trump pretendeva una resa quasi incondizionata, che doveva includere zero arricchimento, ma anche lo smantellamento del programma missilistico e il blocco di tutti i "proxy" nella regione.
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La Repubblica islamica ha rifiutato ma Al Busaidi ha fatto un ultimo tentativo di evitare la guerra, correndo da Vance, noto per essere il più scettico sull’intervento. Lo stesso capo degli Stati Maggiori Riuniti Caine del resto aveva lasciato trapelare le sue riserve, un po’ per la difficoltà di arrivare ad una vittoria rapida e facile, un po’ per il rischio di lasciare l’arsenale nazionale mezzo vuoto. Vance però non ha sentito le risposte che si aspettava e ieri sera lo ha comunicato a Trump. Il segretario di Stato Rubio aveva programmato una missione in Israele per lunedì, che forse poteva servire a sbloccare la situazione, oppure era solo l’ennesima copertura dell’attacco in arrivo. Poco dopo Trump ha dato l’ordine di bombardare. La sua presidenza ora sarà appesa ai risultati di questa scommessa.