In Iran applausi e canti, la gente in festa sui balconi: “Il tiranno non c’è più”
di Gabriella ColarussoUrla Teheran, nella notte in cui tutti sono barricati in casa con le paraboliche sintonizzate, i cieli tacciono, niente più bombe. Passano le ore, i minuti: che ne sarà di Khamenei? A mezzanotte, la notizia diffusa dagli israeliani: la Guida suprema è morta, sepolta da trenta bombe. La voce si diffonde a macchia d’olio, divampa come un incendio, di bocca in bocca, di chat in chat mentre i media iraniani continuano a smentire la fine di un’epoca, una scossa sismica che potrebbe cambiare tutto il Medioriente.
«Sono così contento, mia cara, così contento», grida Asghar e allunga il telefono fuori dalla finestra per dimostrare a se stesso e al mondo che è reale, è finita: «He’s gone». Tutt’intorno, nelle case illuminate, dai balconi, dai tetti di Teheran est si alza un ululato collettivo, fischi, applausi. Girano immagini di gruppi di ragazzi in strada, auto in fila che suonano i clacson. Un video mostra due ragazze accennare un ballo alla fermata del bus.
Il futuro è nebbia, ma il …
Urla Teheran, nella notte in cui tutti sono barricati in casa con le paraboliche sintonizzate, i cieli tacciono, niente più bombe. Passano le ore, i minuti: che ne sarà di Khamenei? A mezzanotte, la notizia diffusa dagli israeliani: la Guida suprema è morta, sepolta da trenta bombe. La voce si diffonde a macchia d’olio, divampa come un incendio, di bocca in bocca, di chat in chat mentre i media iraniani continuano a smentire la fine di un’epoca, una scossa sismica che potrebbe cambiare tutto il Medioriente.
«Sono così contento, mia cara, così contento», grida Asghar e allunga il telefono fuori dalla finestra per dimostrare a se stesso e al mondo che è reale, è finita: «He’s gone». Tutt’intorno, nelle case illuminate, dai balconi, dai tetti di Teheran est si alza un ululato collettivo, fischi, applausi. Girano immagini di gruppi di ragazzi in strada, auto in fila che suonano i clacson. Un video mostra due ragazze accennare un ballo alla fermata del bus.
Il futuro è nebbia, ma il presente è un impulso istintivo alla gioia, l’istante della liberazione. Le notizie si inseguono confuse, gli israeliani dicono di aver le prove, persino il corpo di Khamenei, gli iraniani smentiscono e annunciano un discorso della Guida. Il popolo in mezzo. Dopo il massacro di gennaio, i nuovi lutti, il sangue, confusa di rabbia e di speranze, Azadeh aveva promesso: «Quando sarà, metterò la Macarena, versione rap iraniano». E così fa, alle 11 del mattino, mentre la Storia cambia e il suo desiderio è solo la rivincita con uno sberleffo: rap sui morti del compound. «Hanno davvero attaccato Khamenei!», ride e piange nei suoi 27 anni vissuti tutti sotto il pugno del religioso di Mashhad, mentre la musica risuona a massimo volume e dalla finestra di Azadeh si intravede una colonna di fumo nero.
I jet israeliani e i missili americani colpiscono il cuore della Repubblica islamica, il compound del rahbar, 86 anni, 37 al comando dell’Iran. La città resta stordita, avvolta nella nebbia: «Non sappiamo che succede», scrive Asghar a mezzogiorno dal centro di Teheran. «Stamattina ho sentito come un fischio lungo una ventina di secondi e poi un boato nella zona di Pasteur, dove c’è la residenza di Khamenei, eppure qui siamo a una decina di chilometri!». Nei supermercati la folla si spintona per fare incetta di acqua, latte e patate. Saed resta in fila, bloccato al distributore di benzina. «Stavamo tornando a Teheran con mia madre, ci hanno telefonato per dire di non muoverci, che stavano bombardando. Ci siamo precipitati al supermercato, c’era il panico, molti erano contenti, “domani festeggeremo” dicevano, altri erano impauriti, un clima surreale, non riesco a crederci», racconta concitato.
Per tutto il giorno gli iraniani restano incollati ai telefoni tra videochiamate e chat, e anche questa è una sorpresa: «A singhiozzo, ma internet funziona ancora». Asghar si era preparato: «Ho comprato i pasticcini, con gli amici aspettiamo la conferma. Stamattina ero all’ingresso settentrionale di Teheran, molti stavano scappando verso nord, le uscite alla città erano pieni di Pasdaran armati, anche se la tv e i media governativi invitavano chi poteva a lasciare la città! Non è mai successo prima, forse hanno paura che la gente scenda in strada», scrive in un messaggio pieno di emoticon con gli occhi a cuoricino.
Mehdi prova a raffreddare le emozioni: «Al bazaar stamattina molti speravano che Khamenei fosse morto, ma io sono preoccupato per il futuro. Cosa faranno adesso? Si arrenderanno agli americani? Ci imporranno un governo fantoccio? Temo una guerra civile. Sono furioso con tutti, Trump, Khamenei, Netanyahu».
A notte fonda, le urla dai palazzi scemano, il silenzio cala sulla capitale. Tace l’Iran fedele al suo leader, alla Repubblica islamica e alla rivoluzione khomeinista. È un Iran orgoglioso e convinto, che si farà sentire. Per ora, conta i morti delle bombe americane: 201, dice la Mezzaluna rossa, 747 feriti. I media locali riferiscono che una scuola femminile a Minab, nel sud, provincia di Hormozgan, è finita sotto il fuoco israeliano-americano: ci sarebbero decine di vittime, la maggior parte giovani studentesse. La nuova era dell’Iran, se di nuova era si tratterà, inizia con il sangue.