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Israele, l’ultimo azzardo di Netanyahu: un’altra guerra per restare in sella

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Il premier annuncia in tv il nuovo attacco e prova a cancellare l’onta del 7 ottobre nel Paese tutti nei rifugi: una vittima a Tel Aviv, ma l’opinione pubblica è con lui
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AMMAN – un colpo al cuore del nemico più odiato, quello di cui da anni predica la necessità che venga annientato. Un colpo al fantasma che dal 1996, l’inizio della sua lunga strada da primo ministro, agita di fronte agli occhi degli elettori israeliani come la minaccia più terribile per la sopravvivenza dello Stato ebraico: l’Iran. Dopo settimane di tensione, Benjamin Netanyahu ha portato Israele di nuovo al confronto diretto con l’Iran: per la terza volta in pochi mesi, in quello che ha annunciato come lo scontro finale e definitivo.

Quando i caccia si sono alzati in volo nelle prime ore della mattina, incuranti dello Shabbat, nessuno è stato colto di sorpresa: due giorni fa il rabbinato aveva autorizzato a tenere accese le televisioni durante il giorno del riposo. Il segno più concreto che qualcosa stava per succedere: 500 gli obiettivi colpiti – secondo fonti israeliane – scelti fra quelli più importanti dal punto di vista militare e politico, oltre che il famigerato programma…

AMMAN – un colpo al cuore del nemico più odiato, quello di cui da anni predica la necessità che venga annientato. Un colpo al fantasma che dal 1996, l’inizio della sua lunga strada da primo ministro, agita di fronte agli occhi degli elettori israeliani come la minaccia più terribile per la sopravvivenza dello Stato ebraico: l’Iran. Dopo settimane di tensione, Benjamin Netanyahu ha portato Israele di nuovo al confronto diretto con l’Iran: per la terza volta in pochi mesi, in quello che ha annunciato come lo scontro finale e definitivo.

Quando i caccia si sono alzati in volo nelle prime ore della mattina, incuranti dello Shabbat, nessuno è stato colto di sorpresa: due giorni fa il rabbinato aveva autorizzato a tenere accese le televisioni durante il giorno del riposo. Il segno più concreto che qualcosa stava per succedere: 500 gli obiettivi colpiti – secondo fonti israeliane – scelti fra quelli più importanti dal punto di vista militare e politico, oltre che il famigerato programma nucleare.

Fra essi, a quanto pare c’era quello più importante di tutti: «Ci sono molti segnali che Khamenei sia morto – aveva detto il primo ministro in un discorso televisivo alla nazione ieri sera, prima ancora che le sue stesse forze di sicurezza annunciassero l’uccisione della Guida Suprema -. Abbiamo distrutto il sito dove si trovava il tiranno che ha diffuso il terrorismo in tutto il mondo. Abbiamo distrutto il suo bunker e ucciso diversi leader dei Guardiani della rivoluzione».

Netanyahu ha poi sottolineato che l’obiettivo dell’operazione è che «il regime degli Ayatollah smetta di esistere» e Teheran «non possa mai avere armi con cui minacciare l’esistenza di Israele». Poi si è rivolto direttamente agli iraniani, come già aveva fatto in passato. «Arriverà il vostro momento, il momento in cui dovrete scendere in piazza in massa per completare l’opera di abbattimento del regime di orrori che amareggia le vostre vite: l’aiuto è arrivato, non perdete questa opportunità».

Fuori dagli studi televisivi e dalle stanze blindate dei ministeri, per Israele quello di ieri è stato un ritorno indietro alle giornate di giugno, quando per dodici giorni il Paese è stato sotto il fuoco dei missili iraniani: lo spazio aereo sopra il Paese è stato chiuso. Per tutto il giorno gli allarmi sono risuonati ovunque, dal Nord al Sud, con una concentrazione massima nel centro dove ci sono la maggior parte degli obiettivi che erano stati presi di mira nella precedente operazione: 94 i feriti, tutti lievi. Pochi i colpi che non sono stati intercettati dall’Iron dome, per lo più caduti in aree aperte. Un successo, che nei video diffusi in rete è stato celebrato dagli israeliani con grida e tifo da stadio nei rifugi.

Per Netanyahu, è l’ennesima scommessa politica e militare. Ma a differenza della maggioranza delle altre che ha intrapreso in questi mesi, è quella che raccoglie il consenso di larghissima parte dell’opinione pubblica – il 60% degli israeliani, l’80% di quelli di religione ebraica – e del mondo politico, compresa l’opposizione. «Grazie Trump, tutto Israele ti ringrazia», ha detto in un comunicato Naftali Bennett, l’ex premier che secondo i sondaggi più da vicino minaccia la leadership di Netanyahu alle prossime elezioni. Lo stesso ha fatto Yair Lapid, che guida l’opposizione in Parlamento, parlando di Trump come di un leader con «il coraggio e la determinazione di cambiare la Storia». Le sole voci contrarie all’attacco sono venute dai partiti arabi.

Cosa accaudrà nei prossimi giorni è tutto da vedere: ma se questo attacco avrà successo, Netanyahu si sarà assicurato quasi sicuramente la vittoria alle elezioni, che sono in calendario da qui alla fine dell’anno. I sondaggi lo danno già in vantaggio sugli avversari più vicini, Bennett primo fra tutti. Un successo a Teheran seppellirebbe una volta per tutte il ricordo del fallimento del 7 ottobre 2023, consegnando al premier più longevo della Storia del Paese un trionfo storico. Di fatto, in questo momento in Israele nessuno pare in grado di contrastare il suo dominio sulla scena politica.

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