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Khamenei, l’oscurantista al potere in Iran da 37 anni grazie alla repressione

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Fu scelto da Khomeini nel 1989 come successore: più che guida spirituale, è stato capo temporale diventando il volto del Paese
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AMMEN – Per due generazioni di iraniani, quelle venute al mondo dopo il 1990, è stato il volto della Repubblica islamica dell’Iran. Il custode dell’ortodossia, il discepolo fedele dell’ayatollah Khomeini: l’uomo che a più riprese, nei decenni e soprattutto negli ultimi anni, aveva rifiutato ogni compromesso con le istanze più moderne, più aperte, più contemporanee della società interpretando, con la sua immagine austera, l’anima più conservatrice della rivoluzione

Ma che ha sempre mantenuto per sé il potere vero, l’ultima parola, decidendo sempre lui – e non i leader più o meno democraticamente eletti – la direzione che il Paese avrebbe preso, su ogni dossier. Tenendo strette al contempo le redini della difesa e dell’economia, attraverso Guardiani della Rivoluzione islamica a cui negli anni ha messo in mano i gangli vitali del sistema iraniano. Con lui, quella che era un’autocrazia religiosa è diventata un’autocrazia militare. Assoluta e assolutista, senza spazio alcuno per il disse…

AMMEN – Per due generazioni di iraniani, quelle venute al mondo dopo il 1990, è stato il volto della Repubblica islamica dell’Iran. Il custode dell’ortodossia, il discepolo fedele dell’ayatollah Khomeini: l’uomo che a più riprese, nei decenni e soprattutto negli ultimi anni, aveva rifiutato ogni compromesso con le istanze più moderne, più aperte, più contemporanee della società interpretando, con la sua immagine austera, l’anima più conservatrice della rivoluzione

Ma che ha sempre mantenuto per sé il potere vero, l’ultima parola, decidendo sempre lui – e non i leader più o meno democraticamente eletti – la direzione che il Paese avrebbe preso, su ogni dossier. Tenendo strette al contempo le redini della difesa e dell’economia, attraverso Guardiani della Rivoluzione islamica a cui negli anni ha messo in mano i gangli vitali del sistema iraniano. Con lui, quella che era un’autocrazia religiosa è diventata un’autocrazia militare. Assoluta e assolutista, senza spazio alcuno per il dissenso.

Da ieri la sua era si è chiusa: Ali Khamenei è stato ucciso in uno dei raid lanciati in mattinata, diretto proprio al nascondiglio dove aveva cercato rifugio. Di certo consapevole che le bombe israeliane avrebbero potuto raggiungerlo anche lì: che si trattasse di un bunker sotterraneo, come quello dove nel settembre 2024 è stato ucciso a Beirut il suo alleato Hassan Nasrallah, o di una casa protetta come quella dove poco prima era stato eliminato a Teheran il leader di Hamas Ismail Haniyeh.

A 86 anni, era Guida Suprema dell’Iran dal 1989, quando aveva preso il posto del fondatore della Repubblica Islamica, l’ayatollah Khomeini, dopo aver ricoperto per due mandati la carica di presidente della Repubblica. A indicarlo come successore, fu lo stesso Khomeini che aveva affiancato nella progettazione e nella realizzazione della rivoluzione islamica, pagando anche con il carcere le posizioni contro lo scià.

Si dice che Khomeini fosse stato impressionato più dalle sue capacità politiche che non da quelle religiose: la Storia gli ha dato ragione. Nonostante fosse nato da una famiglia religiosa e si fosse formato a Qom, il cuore dell’ortodossia sciita, Khamenei è sempre stato più un leader temporale che spirituale. In 37 anni di potere, molto più del suo predecessore ha plasmato il Paese: come guida spirituale certo, ma soprattutto come autorità ultima in campo militare, giudiziario, ed esecutivo.

È stato lui a trasformare la repubblica religiosa delle origini in una repubblica militarizzata e chiusa a ogni possibilità di dissenso: lo ha dimostrato la repressione violentissima dell’ “Onda verde” che nel 2009 protestava per i brogli elettorali che avevano confermato al potere l’ultraconservatore Ahmadinejad. Lo ha confermato negli anni la violenza che ha accolto ogni richiesta di cambiamento: da quella di “Donna vita e libertà” del 2022 alle rivolte dei giovani di qualche settimana fa, con le loro migliaia di morti. In mezzo, un record di incarcerazioni e di esecuzioni per riformisti, dissidenti, semplici operai e artisti.

Non solo: è a lui che si deve l’apparizione – e a un certo punto il trionfo – in Medio oriente di quella che uno studioso di primo piano come Vali Nasr ha chiamato “la mezzaluna sciita”. L’arco dei Paesi, dall’Iran al Libano, allo Yemen, passando per l’Iraq e la Siria che per un certo periodo sono riusciti a contrastare un dominio, quello sunnita, che durava da secoli: e il cui momento è stato schiacciato negli ultimi due anni dall’offensiva militare lanciata da Israele dopo il 7 ottobre 2023.

A caratterizzare il suo potere, l’assoluta inaccessibilità: la Guida suprema non ha mai lasciato l’Iran dal 1989 e, a parte un piccolo gruppo di fidati consiglieri, è sempre stato lontano dai media e dal pubblico. Il riserbo sulla sua vita privata è stato scalfito nel 2013 da un’inchiesta della Reuters secondo cui controllava un impero finanziario da 95 miliardi di dollari.

Negli ultimi tempi, di quanto le fondamenta del suo potere si stessero sbriciolando sotto i colpi delle proteste interne e dei colpi inferti ai suoi alleati, Khamenei era perfettamente consapevole: nonostante questo e nonostante i problemi di salute che da tempo lo affliggevano, ha scelto di non fare compromessi. Né con gli americani e gli israeliani, né con la sua stessa gente. «Khamenei non accetterà mai di negoziare la fine della Repubblica islamica: preferirebbe morire da martire», scriveva qualche giorno fa su Foreign Affairs Nate Swanson, un analista che per quasi 20 anni ha seguito l’Iran per il dipartimento di Stato Usa. Ha avuto ragione.

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