Trump in Florida esulta e chiede agli iraniani di sollevarsi: “Prendetevi il paese e la libertà”
dal nostro corrispondente Paolo MastrolilliNEW YORK – «L’unica cosa che voglio è la libertà per il popolo». Erano passate da poco le 4 del mattino, quando Donald Trump ha spiegato così al Washington Post le ragioni dell’operazione “Furia Epica”, la sua guerra contro l’Iran. Dal risultato, che punta al cambio di regime, dipendono il futuro della presidenza e il suo posto nella storia, oltre a svariati milioni di vite.
L’Iran era nel mirino di Trump dal primo mandato, quando aveva cancellato l’accordo Jcpoa. Una volta rieletto, a giugno aveva lanciato l’operazione “Midnight Hammer” per colpire le strutture nucleari, dicendo però di essere pronto a negoziare. Un po’ perché era vero, se fosse riuscito ad ottenere concessioni più ampie dagli ayatollah. Un po’ perché gli serviva una copertura diplomatica, quando avrebbe deciso di attaccare. Il sigillo è venuto dal negoziato di giovedì a Ginevra, fallito secondo Trump.
L’ultimo tentativo di evitare la guerra è stato fatto dal ministro degli Esteri dell’Oman Badr bin Hamad Al B…
NEW YORK – «L’unica cosa che voglio è la libertà per il popolo». Erano passate da poco le 4 del mattino, quando Donald Trump ha spiegato così al Washington Post le ragioni dell’operazione “Furia Epica”, la sua guerra contro l’Iran. Dal risultato, che punta al cambio di regime, dipendono il futuro della presidenza e il suo posto nella storia, oltre a svariati milioni di vite.
L’Iran era nel mirino di Trump dal primo mandato, quando aveva cancellato l’accordo Jcpoa. Una volta rieletto, a giugno aveva lanciato l’operazione “Midnight Hammer” per colpire le strutture nucleari, dicendo però di essere pronto a negoziare. Un po’ perché era vero, se fosse riuscito ad ottenere concessioni più ampie dagli ayatollah. Un po’ perché gli serviva una copertura diplomatica, quando avrebbe deciso di attaccare. Il sigillo è venuto dal negoziato di giovedì a Ginevra, fallito secondo Trump.
L’ultimo tentativo di evitare la guerra è stato fatto dal ministro degli Esteri dell’Oman Badr bin Hamad Al Busaidi, corso a Washington per incontrare il vice presidente Vance, nella speranza che fosse più incline a trovare un accordo. Il capo della Casa Bianca però è arrivato alla conclusione che le concessioni offerte non bastavano, perché voleva la cancellazione completa del programma nucleare, dei missili, delle operazioni destabilizzanti di gruppi alleati di Teheran come Hezbollah. Perciò ha scommesso sull’intervento che punta al cambio di regime, come ha detto lui stesso nel video per annunciarlo: «Alla Guardia rivoluzionaria e i militari dico: deponete le armi o sarà morte sicura. Alla popolazione dico: l’ora della libertà è a portata di mano. Quando avremo finito, riprendetevi il vostro paese. Potrebbe essere l’unica occasione per generazioni».
Poi ha parlato col premier israeliano Netanyahu, i leader di Arabia Saudita, Qatar, Emirati Arabi e il segretario Nato Rutte, per consolidare la coalizione di cui ha bisogno per resistere alla reazione iraniana e proseguire l’intervento fino a quando il regime cederà, magari sotto la pressione della protesta interna, visto che non intende mandare soldati americani sul terreno. Il principe ereditario Reza Pahlavi si candida a guidare il processo, ma Washington non è convinta che abbia le carte.
Parlando col sito Axios, Trump ha detto che «gli iraniani erano vicini a un accordo, prima di tirarsi indietro. Allora ho capito che non lo volevano». Secondo lui però restano diverse «via d’uscita» dall’operazione Epic Fury: «Posso prolungarla e prendere il controllo di tutto, oppure concluderla in due o tre giorni e dire agli iraniani: “Ci vediamo tra qualche anno, se ricominciate a ricostruire i vostri programmi nucleari e missilistici”. In ogni caso, ci vorranno diversi anni perché si riprendano».
L’interventismo di Trump, dal Venezuela all’Iran, nega le promesse fatte nella campagna elettorale “America First” e infatti il movimento Maga si sta ribellando. Lui però è convinto che questa scommessa pagherà. Punta a cambiare il paradigma dell’intero Medio Oriente, sommando l’attacco contro gli ayatollah all’accordo per Gaza e il Board of Peace.
Da quando è tornato alla Casa Bianca, nonostante ambisca al Nobel per la pace, nonostante ambisca al Nobel per la pace, è stato molto più incline del primo mandato ad usare la forza militare, rinnegando gli impegni presi contro nuove guerre, in particolare in Medio Oriente. L’Iran è il settimo paese che attacca, ma è la sfida più importante e rischiosa. Il presidente è convinto che rovesciare il regime che da anni inneggia alla morte dell’America sarebbe un risultato capace di superare tutte le resistenze nel movimento Maga, consegnarlo alla storia e aiutarlo a vincere le prossime elezioni.