Vaez: “Nessun partito è in grado di sostituirli, i pasdaran resteranno”
di Gabriella ColarussoVivo o morto, Ali Khamenei è un leader alla fine della sua parabola politica. Ma il futuro dell’Iran è una terra incognita. «La sua società civile ha molti Nelson Mandela, ma non ha un Anc, un African national congress, che permise a Mandela di governare. Potrebbe emergere una classe politica dentro i pasdaran ancora più radicale», dice Ali Vaez, uno dei massimi conoscitori dell’Iran, membro del team che con Obama negoziò l’accordo sul nucleare del 2015 e capo dell’Iran project del Crisis Group.
Qual è la sua prima valutazione della guerra contro l’Iran?
«Trump è caduto nell’ingenua valutazione secondo cui il regime iraniano è sull’orlo del collasso e tutto ciò che serve è ridurne ulteriormente la capacità di repressione interna e di ritorsione. Ma questo è un regime profondamente radicato e anche se gli Usa riuscissero a smantellarlo con un costo elevato per i civili iraniani e persino per la stabilità regionale e gli interessi americani, non è detto che sia il popolo a prendere…
Vivo o morto, Ali Khamenei è un leader alla fine della sua parabola politica. Ma il futuro dell’Iran è una terra incognita. «La sua società civile ha molti Nelson Mandela, ma non ha un Anc, un African national congress, che permise a Mandela di governare. Potrebbe emergere una classe politica dentro i pasdaran ancora più radicale», dice Ali Vaez, uno dei massimi conoscitori dell’Iran, membro del team che con Obama negoziò l’accordo sul nucleare del 2015 e capo dell’Iran project del Crisis Group.
Qual è la sua prima valutazione della guerra contro l’Iran?
«Trump è caduto nell’ingenua valutazione secondo cui il regime iraniano è sull’orlo del collasso e tutto ciò che serve è ridurne ulteriormente la capacità di repressione interna e di ritorsione. Ma questo è un regime profondamente radicato e anche se gli Usa riuscissero a smantellarlo con un costo elevato per i civili iraniani e persino per la stabilità regionale e gli interessi americani, non è detto che sia il popolo a prendere il potere. Non esiste, nella storia moderna, un precedente di cambio di regime attraverso il solo uso della potenza aerea. In questo caso specifico, non c’è sul campo un’opposizione organizzata, disciplinata e armata che possa conquistare il palazzo».
Trump ha detto di voler eliminare la leadership: cosa può succedere dopo Khamenei? Ci sono leader capaci di guidare il Paese?
«No, e proprio questo è il punto. Dopo la guerra dei 12 giorni, la Guida Suprema ha ordinato a ogni leader civile e militare di nominare quattro livelli di successione. L’opinione pubblica iraniana rimane disarmata, frammentata e non in grado di prendere il potere, anche se il regime venisse destabilizzato o smantellato. Gli Stati Uniti hanno speso 20 anni e duemila miliardi di dollari in Afghanistan per sostituire i talebani con i talebani. La Repubblica Islamica è molto più radicata. Gli Stati Uniti si sono lanciati in questo conflitto con la speranza di un cambio di regime, non con una politica ben ponderata».
È possibile che alcune personalità all’interno del sistema diano inizio a una sorta di transizione?
«La trasformazione del regime è possibile, ma potrebbe non necessariamente andare nella direzione sperata da Stati Uniti e Israele. Potrebbe farsi avanti una leadership più radicalizzata. È anche possibile che si traduca in scontri tra i diversi leader delle Guardie della Rivoluzione e che l’Iran sprofondi nella guerra civile».
Personalità come Rouhani, Larijani e Ghalibaf sarebbero in grado di tenere unito il sistema?
«È possibile che alcuni di questi leader, o una combinazione tra loro, siano in grado di prendere il potere. Non sarebbe ciò che Trump ha promesso, ovvero la liberazione dalla Repubblica Islamica. Si tratterebbe semplicemente di un regime trasformato».
La popolazione può avere un ruolo?
«La società civile in Iran è stata repressa dal regime e indebolita dalle sanzioni statunitensi. I suoi leader sono, per la maggior parte, in prigione e non hanno l’organizzazione necessaria per assumersi il compito di governare. Questa è la tragedia dell’Iran: ha molti Nelson Mandela, ma non ha un partito come l’Anc organizzato e pronto a governare».
Militarmente, qual è la strategia iraniana?
«Sopravvivere e mantenere la capacità di continuare le rappresaglie in modo da poter aumentare i costi a cui sono soggetti Usa e Israele, nella speranza che siano loro a cedere per primi. Per la Repubblica Islamica l’obiettivo non è vincere. È sopravvivere».
Le minoranze curde e beluci potrebbero sollevarsi?
«Sì, ed è proprio per questo che espone l’Iran al rischio guerra civile, come abbiamo visto dall’Iraq alla Siria, dalla Libia allo Yemen. È una situazione molto pericolosa e l’amministrazione Trump ci è entrata senza una chiara comprensione delle conseguenze».
E il figlio dello shah Pahlavi ha un posto nell’Iran del futuro?
«Non a livello nazionale. È un leader importante, ma in un territorio inesplorato».