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Naím: “Senza altri capi la Repubblica islamica sarà dilaniata da faide”

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L’intervista: “Serve qualcuno in grado di far finire la strage di oppositori in strada e di assumersi la responsabilità di trattative internazionali”
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«Gli americani adesso, dopo aver eliminato Khamenei insieme con gli israeliani, sono concentrati al cento per cento per identificare un nuovo vero capo nel caos di centinaia di fazioni iraniane. Qualcuno in grado di prendere in mano la situazione, di far finire la carneficina per le strade, di assumersi la responsabilità di trattative internazionali in direzione di un modus vivendi accettabile». Moisés Naím, già direttore della rivista Foreign Policy e ministro dell’industria venezuelano, oggi saggista geopolitico del Carnegie Endowment for International Peace di Washington, è tutto meno che sollevato dalla piega che stanno prendendo gli avvenimenti a Teheran.

Cos’è che la inquieta maggiormente?

«Oltre ovviamente alla perdita di vite umane, la furia incontrollata con cui gli iraniani hanno risposto all’attacco, senza apparentemente alcuna coerenza né disegno strategico. Ora si tratta non solo di rinnovare un capo ma un’intera classe dirigente».

Non si può dire che avessero buoni …

«Gli americani adesso, dopo aver eliminato Khamenei insieme con gli israeliani, sono concentrati al cento per cento per identificare un nuovo vero capo nel caos di centinaia di fazioni iraniane. Qualcuno in grado di prendere in mano la situazione, di far finire la carneficina per le strade, di assumersi la responsabilità di trattative internazionali in direzione di un modus vivendi accettabile». Moisés Naím, già direttore della rivista Foreign Policy e ministro dell’industria venezuelano, oggi saggista geopolitico del Carnegie Endowment for International Peace di Washington, è tutto meno che sollevato dalla piega che stanno prendendo gli avvenimenti a Teheran.

Cos’è che la inquieta maggiormente?

«Oltre ovviamente alla perdita di vite umane, la furia incontrollata con cui gli iraniani hanno risposto all’attacco, senza apparentemente alcuna coerenza né disegno strategico. Ora si tratta non solo di rinnovare un capo ma un’intera classe dirigente».

Non si può dire che avessero buoni rapporti con i Paesi limitrofi.

«Sì, ma una cosa è non aver buon vicinato, un’altra è bombardare l’aeroporto di Dubai, un condominio a Beit Shemesh in Israele, l’isola-resort di Palma ancora negli Emirati. Ripeto, tutto questo indica la mancanza di una linea offensivo-difensiva di comportamento. Si andrà avanti così ancora per molte settimane o più ancora, finché non si capirà chi ha il controllo delle milizie. Si è creato il caos, e dei nemici armati, laddove prima ci si guardava solo in cagnesco: ricorda quanto accaduto in Libia o in Iraq».

Dove è stato eliminato un pur orrido capo per abbandonare alle faide il Paese?

«Sì, con la differenza che qui siamo in un Paese molto più organizzato e più storicamente importante nello scacchiere globale».

Perché l’America ha attaccato proprio ora?

«Trump ha deciso che l’Iran era più debole che mai. Gli Usa hanno creduto di cogliere, con i moti di piazza e la strage che ne è conseguita, il momento di maggior esposizione del regime. Poi c’è l’eterno fattore-petrolio. Sono oltre settant’anni che agli Usa non riesce un cambiamento di regime in Iran, da quando cioè il primo colpo di Stato orchestrato dalla Cia, guidata da Allen Dulles, nel 1953 estromise il premier Mohammad Mossadeq, reo solo di aver nazionalizzato l’industria petrolifera, per ripristinare la dinastia Palhavi, che però si comportò talmente male da far vincere la rivoluzione khomeinista nel 1979. Il resto lo conoscete. Questo temo che sarà il più grosso problema per i prossimi anni».

A questo punto a quali aspetti bisogna prestare la maggior attenzione?

«Senz’altro al dibattito che il Congresso pretende sulla legalità delle iniziative militari di Trump e del suo governo. Ancora una volta, dopo il caso dei dazi, i congressmen repubblicani sono imbarazzati e quelli democratici semplicemente indignati, che il presidente sia andato avanti senza rispettare il dettato costituzionale».

Quanto al petrolio, ha avuto un ruolo?

«Più marginale di quanto si possa credere, anche se Trump è il primo vessillifero delle fonti fossili. Vedremo oggi alla riapertura dei mercati, ma finora, o meglio fino a poche settimane fa, le quotazioni del greggio erano basse, abbastanza da creare un ulteriore fattore di debolezza economica e quindi di vulnerabilità per l’Iran. Diciamo che era un fattore aggiuntivo per la scelta del momento».

Il petrolio creava anche un filo rosso che congiungeva la Cina con l’Iran e il Venezuela, i due principali fornitori di Pechino, entrambi “azzoppati”.

«Sì, ma in questo momento ce n’è talmente tanto di petrolio in giro per il mondo che per la Cina, passato l’iniziale momento di sbandamento, non sarà difficile trovare vie alternative di fornitura, anche accettando un prezzo leggermente maggiore. Senza contare che la Cina stessa sta diventando la “regina” mondiale delle fonti rinnovabili, il che abbassa ulteriormente la domanda di greggio».

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