✕

Ecco perché questo terzo giorno di raid è decisivo per la durata del conflitto

Ascolta l'audio

Oggi si attendono gli attacchi più violenti su tutti i fronti: da stanotte si capirà se il regime sarà costretto a ridurre le ritorsioni. Ma il tempo a disposizione degli Usa appare sempre più limitato
4 minuti di lettura

Il terzo giorno della nuova Guerra del Golfo rafforza gli interrogativi sulla durata del conflitto. Donald Trump ieri ha detto di poter andare avanti per quattro settimane; tutti gli analisti militari ritengono invece che lo schieramento statunitense sia in grado di proseguire negli attacchi al massimo per altri dieci giorni e che anche Israele abbia un’autonomia simile. Ieri dopo il tramonto c’è stato un ulteriore allargamento degli scontri, con l’ingresso in campo di Hezbollah in Libano e di almeno una delle milizie sciite irachene, che ha raddoppiato i raid contro la base di Erbil nel Kurdistan dove c’è un importante contingente italiano. E la rappresaglia iraniana continua a crescere, in quantità e qualità, sia contro le monarchie arabe sia contro lo Stato ebraico.

Fonti israeliane reputano che questo possa essere il giorno peggiore: gli ayatollah riescono a scagliare ondate composte da una decina di missili balistici per volta, molto più consistenti e pericolose di quelle dello s…

Il terzo giorno della nuova Guerra del Golfo rafforza gli interrogativi sulla durata del conflitto. Donald Trump ieri ha detto di poter andare avanti per quattro settimane; tutti gli analisti militari ritengono invece che lo schieramento statunitense sia in grado di proseguire negli attacchi al massimo per altri dieci giorni e che anche Israele abbia un’autonomia simile. Ieri dopo il tramonto c’è stato un ulteriore allargamento degli scontri, con l’ingresso in campo di Hezbollah in Libano e di almeno una delle milizie sciite irachene, che ha raddoppiato i raid contro la base di Erbil nel Kurdistan dove c’è un importante contingente italiano. E la rappresaglia iraniana continua a crescere, in quantità e qualità, sia contro le monarchie arabe sia contro lo Stato ebraico.

Fonti israeliane reputano che questo possa essere il giorno peggiore: gli ayatollah riescono a scagliare ondate composte da una decina di missili balistici per volta, molto più consistenti e pericolose di quelle dello scorso giugno. Lo si è visto con le incursioni di domenica che hanno inflitto danni di gran lunga superiori rispetto a sabato.

Frequenti pure gli ordigni con testata cluster, che seminano granate sulle zone abitate in un raggio di otto chilometri prima di venire intercettati. Finora invece la triplice cupola difensiva delle Israeli Defence Forces – gli Arrow antimissile, le “Fionde di Davide” a media quota e i l’Iron Dome a distanze ravvicinate - è riuscita a fermare tutti i droni, grazie anche al contributo di caccia e navi militari.

I Paesi del Golfo stanno venendo tormentati dagli sciami di missili e droni, che colpiscono con una precisione sorprendente. La reazione delle loro forze armate appare debole e mal concertata: non sono state neppure oscurate le coordinate gps, permettendo alle bombe volanti di centrare i bersagli più piccoli – ad esempio i due radar del comando Usa in Bahrein.

Solo da ieri l’Us Air Force ha cominciato a mandare i suoi intercettori a sostenere le aviazioni locali, senza portare miglioramenti. Anzi: il “fuoco amico” che ha abbattuto tre F15 Eagle in volo sul Kuwait testimonia questo caos nei cieli: sono le perdite più gravi mai subite dall’aviazione di Washington. Non è escluso che siano state provocate dalle batterie Aspide-Skyguard acquistate in Italia dall’emirato. Oltre alle installazioni americane, i Guardiani della Rivoluzione hanno messo nel mirino le infrastrutture vitali per l’economia delle monarchie arabe: ovunque porti, aeroporti, raffinerie; a Dubai pure i megahotel del turismo. Le basi Usa più provate sono quelle più vicine all’Iran: in Kuwait, dove ci sono state i tre militari statunitensi uccisi e dove c’è task force italiana; in Bahrein, con radar e hangar della V Flotta rasi al suolo; a Erbil in Kurdistan, dove le difese contano sui Patriot Pac3 e sui cannoni a tiro rapido CRAM che fanno fuoco senza sosta e hanno neutralizzato gran parte degli sciami.

E’ probabile che Parigi, Londra e Berlino mandino caccia Rafale ed Eurofighter a proteggere Emirati e Qatar: una squadriglia britannica si trova da giorni a Doha. Possono aiutare a respingere i droni mentre sono inutili contro i missili balistici, che raggiungono questi Paesi in cinque minuti dal lancio.

Al momento, il traffico marittimo è bloccato a Hormuz – dove ci sono stati tre assalti contro le petroliere – e si sta arrestando nel Canale di Suez perché gli Houthi hanno annunciato la chiusura di Bab-el-Mandeb, le forche caudine del Mar Rosso. Le compagnie marittime preferiscono rotte alternative, che causeranno un aumento dei costi di tutte le merci. Il grande interrogativo è valutare quando i continui bombardamenti israelo-americani provocheranno una diminuzione della ritorsione iraniana.

L’impressione è che i Guardiani della Rivoluzione stiano mettendo in atto un piano organizzato da tempo: uomini e armi che agiscono senza bisogno di ordini. La devastazione dei centri di comando e controllo potrebbe però già da domani mettere in crisi la capacità di gestire rifornimenti e lanci. O almeno questa è la speranza.

Ci sono droni Reaper americani ed Hermes israeliani che notte e giorno sorvolano il territorio iraniano pronti a colpire ogni rampa missilistica individuata: satelliti, ricognitori senza pilota e intelligence elettronica sorvegliano senza sosta il Paese, con sistemi di intelligenza artificiale come il Maven di Palantir che elaborano nel giro di secondi i dati raccolti per individuare le posizioni mimetizzate dei pasdaran.

Quanto durerà?

Nelle riunioni alla Casa Bianca della scorsa settimana i generali hanno presentato con chiarezza il rischio di un conflitto allargato e dai tempi imprevedibili. Il vicepresidente JD Vance il 26 febbraio ha dichiarato: “L’idea che noi stiamo per entrare in guerra nel Medio Oriente per anni e senza una fine in vista… Non accadrà in alcun modo”. Ma come diceva il generale prussiano von Moltke: “Nessun piano regge al contatto con il nemico”. Tanti conflitti recenti – a partire dai “tre giorni” previsti da Putin per occupare Kiev – si sono trasformati in scontri infiniti, come è accaduto in Iraq nel 2003 o in Afghanistan nel 2001.

La questione principale è capire quale sia l’obiettivo strategico assegnato al Pentagono dal presidente Trump. Gli impianti nucleari hanno subito l’ennesima distruzione; fabbriche e depositi di armamenti sono stati martellati con ogni genere di ordigni, inclusi i superbombardieri B2 Spirit decollati dagli Usa; i vertici del regime sono stati decapitati, centinaia di caserme dei pasdaran, dei basij – le milizie della repressione -, dell’esercito e della polizia sono state rase al suolo. Ma finora non ci sono i sintomi di una rivolta popolare, l’unica che può cercare di rovesciare la teocrazia. Insomma, è in corso una campagna aerea infernale, superiore a quanto visto finora in qualsiasi conflitto. Gli americani però non hanno nella regione truppe in grado di “incentivare” la sollevazione dal terreno.

Se la Casa Bianca punta a un cambiamento di regime, può solo confidare sulla determinazione degli iraniani a sfidare apertamente i Guardiani della Rivoluzione in una guerra civile che coinvolgerebbe 92 milioni di persone e mobilitare la comunità sciita in tutto il Medio Oriente.

Il terzo giorno della “Furia Epica” potrebbe determinare lo sgretolamento della rete che gestisce la rappresaglia e convincere la gente a scendere in piazza: le colonne di fumo impressionanti che si sono levate anche questa mattina nel centro di Teheran vogliono rendere evidente la debolezza degli ayatollah. Nel primo caso, la riduzione degli attacchi contro Israele e contro i Paesi del Golfo migliorerebbe la situazione globale.

L’ingresso in campo di Hezbollah e la prevedibile resa dei conti israeliani per azzerare il movimento sciita libanese obbliga però il governo Netanyahu a distaccare aerei e droni su questo nuovo fronte, diminuendo la pressione sull’Iran. A dominare le previsioni è la logistica. I caccia americani hanno bisogno di manutenzione, soprattutto i modernissimi F35 e F22, che non si può fare negli aeroporti giordani e sauditi: le officine migliore sono in Qatar, costantemente prese di mire dalle bombe volanti. Entro dieci giorni questi velivoli dovranno trovare centri tecnici qualificati. E in quel momento anche F15 e F16 saranno in difficoltà.

Ieri i tiri dei missili cruise Tomahawk imbarcati su navi e sottomarini dell’Us Navy sono diminuiti, forse per conservare una riserva: alcune stime sostengono che sabato ne siano stati impiegati quasi duecento, pari a metà dell’arsenale. Che non può essere rimpiazzato durante la navigazione. Molto più preoccupante l’esaurimento dei missili terra-aria Patriot e di quelli Thaad del Pentagono: il loro intervento sembra essere stato limitato alla difesa delle basi di Erbil, Doha e di quella giordana oltre a contribuire allo scudo sullo Stato ebraico. Il consumo però è stato di gran lunga superiore alle previsioni e se gli iraniani non si fermeranno, lo schermo difensivo avrà problemi nel giro di una settimana. Insomma, quella di oggi potrebbe essere una giornata chiave per valutare la prosecuzione del conflitto: uno scontro ancora più feroce, con un incremento degli attacchi. Da stanotte si capirà quanto la disperata reazione iraniana può ancora minacciare il Golfo e se la rete di potere degli ayatollah va o meno verso il collasso.

Leggi i commenti