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Chiusi tutti i valichi d’accesso: a Gaza torna l’emergenza aiuti

(reuters)

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Le scorte di cibo bastano appena per due giorni, il carburante scarseggia. Ma per l’Idf l’isolamento durerà finché si combatte in Iran
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GERUSALEMME – C’è un’emergenza nell’emergenza e si chiama - neanche a dirlo - Gaza. Lontana dai riflettori tutti puntati su Teheran, la Striscia è di nuovo sul baratro di una crisi umanitaria: da sabato, giorno in cui è partito l’attacco contro l’Iran, Israele ha chiuso tutti i valichi di accesso alla Striscia. E ieri è arrivato l’annuncio che resteranno sigillati fino alla fine delle operazioni militari in Iran perché – recita la nota del Cogat, l’ente dell’esercito delegato ai rapporti con i palestinesi – «non è possibile gestirli in sicurezza».

Gaza dipende interamente dal carburante trasportato con camion da Israele ed Egitto e la mancanza di rifornimenti freschi mette a rischio le attività ospedaliere e i servizi idrici e igienico-sanitari. Per questo ieri sera il segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres ha definito «imperativa» la necessità di riaprire i passaggi. Un appello che segue quello di alcune delle principali organizzazioni attive nell’area: «Abbiam…

GERUSALEMME – C’è un’emergenza nell’emergenza e si chiama - neanche a dirlo - Gaza. Lontana dai riflettori tutti puntati su Teheran, la Striscia è di nuovo sul baratro di una crisi umanitaria: da sabato, giorno in cui è partito l’attacco contro l’Iran, Israele ha chiuso tutti i valichi di accesso alla Striscia. E ieri è arrivato l’annuncio che resteranno sigillati fino alla fine delle operazioni militari in Iran perché – recita la nota del Cogat, l’ente dell’esercito delegato ai rapporti con i palestinesi – «non è possibile gestirli in sicurezza».

Gaza dipende interamente dal carburante trasportato con camion da Israele ed Egitto e la mancanza di rifornimenti freschi mette a rischio le attività ospedaliere e i servizi idrici e igienico-sanitari. Per questo ieri sera il segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres ha definito «imperativa» la necessità di riaprire i passaggi. Un appello che segue quello di alcune delle principali organizzazioni attive nell’area: «Abbiamo bisogno di consegne di cibo ogni giorno per sfamare le famiglie affamate che non sono coinvolte in questa guerra», ha scritto su X lo chef Jose Andres, fondatore di World Central Kitchen. «Abbiamo a disposizione un paio di giorni di autonomia», ha detto da parte sua Karuna Herrmann, direttrice dell’Ufficio delle Nazioni Unite che gestisce la distribuzione di carburante.

Nella Striscia il 90 per cento degli edifici sono andati distrutti in due anni e la maggior parte della popolazione vive in tenda e dipende quasi interamente dagli aiuti umanitari. Secondo il Cogat, dall’inizio della tregua di ottobre è stato consegnato cibo a sufficienza per provvedere alla popolazione ma chi opera a Gaza sottolinea che, se pure questo è vero, la situazione è comunque critica.

«Gli ospedali funzionano da oltre due anni con manutenzione minima, generatori sovra-utilizzati, pezzi di ricambio limitati e forniture intermittenti di carburante. Se l’energia (che dipende dal carburante per azionare i generatori, ndr) dovesse mancare, le conseguenze sarebbero immediate: ventilatori e incubatrici si spegnerebbero, gli impianti di produzione di ossigeno si fermerebbero, sale operatorie e terapie intensive resterebbero paralizzate», spiega da Rafah Loris De Filippi, operatore umanitario da mesi a Gaza.

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