Cannoni laser, droni clonati e l’Armada coordinata dall’IA: le nuove armi del conflitto in Iran
di Gianluca Di FeoPoche armi nuove, ma un incredibile coordinamento degli attacchi reso possibile dalle reti di controllo digitale animate dall’intelligenza artificiale. La guerra che sta infiammando il Medio Oriente ha visto l’ingresso in battaglia di poche innovazioni belliche, ma ormai il ritmo dei conflitti è superiore a quello dell’ingresso in servizio degli apparati.
Il drone clonato
La novità più sorprendente è quasi un contrappasso: gli Stati Uniti hanno clonato i droni kamikaze Shahed 136 iraniani: sono gli stessi forniti da Teheran a Mosca, che adesso i russi producono in migliaia di esemplari nella colossale fabbrica di Alabula. Si sono dimostrati un’arma straordinaria: costano pochissimo, sfuggono ai radar, raggiungono oltre duemila chilometri. E così anche gli americani ne hanno smontato uno caduto in Ucraina e lo hanno copiato pari pari. Il modello made in Usa si chiama Lucas o…
Poche armi nuove, ma un incredibile coordinamento degli attacchi reso possibile dalle reti di controllo digitale animate dall’intelligenza artificiale. La guerra che sta infiammando il Medio Oriente ha visto l’ingresso in battaglia di poche innovazioni belliche, ma ormai il ritmo dei conflitti è superiore a quello dell’ingresso in servizio degli apparati.
Il drone clonato
La novità più sorprendente è quasi un contrappasso: gli Stati Uniti hanno clonato i droni kamikaze Shahed 136 iraniani: sono gli stessi forniti da Teheran a Mosca, che adesso i russi producono in migliaia di esemplari nella colossale fabbrica di Alabula. Si sono dimostrati un’arma straordinaria: costano pochissimo, sfuggono ai radar, raggiungono oltre duemila chilometri. E così anche gli americani ne hanno smontato uno caduto in Ucraina e lo hanno copiato pari pari. Il modello made in Usa si chiama Lucas ossia Low-Cost Uncrewed Combat Attack System e li gestisce un reparto speciale creato a dicembre, la Task Force Scorpion Strike. La loro versione ha un apparato di guida più evoluto con un terminale satellitare Starlink – non del network commerciale ma di quello militare commissionato dal Pentagono a Elon Musk - e un prezzo di 35 mila dollari: dieci volte inferiore a un missile che garantisce gli stessi risultati. Si ritiene che vengano tutti lanciati dal terreno, anche ci sono stati test per imbarcarli sulle navi.
Alcuni analisti sostengono che in realtà l’esordio è avvenuto durante il blitz a Caracas per catturare il presidente Maduro, l’operazione contro gli ayatollah però è la prima sortita ufficiale per questo apparato lento – al massimo 105 chilometri orari - ma micidiale: i pasdaran li stanno utilizzando massicciamente contro i Paesi del Golfo, con un’alta precisione. Non è stato divulgato il potenziale distruttivo: quelli russi inizialmente avevano circa venti chili di esplosivo, adesso invece trasportano cariche da quasi cento chili e testate incendiarie e termobariche.
I Black cruise
Una novità sono i “Black Tomahawk” apparsi in alcune foto diffuse dall’Us Navy. Si tratta di una variante di colore nero del missile da crociera – in gergo cruise – adottato sin dal 1983: questi ordigni sono stati i protagonisti della sfida finale nella Guerra Fredda – i celebri “euromissili” – e poi di tutti i conflitti condotti dagli Stati Uniti: dalla Tempesta del Deserto per liberare il Kuwait dagli iracheni del 1991 fino agli assalti dello scorso natale contro le basi jihadiste in Nigeria. L'ultima serie prodotta - la quinta – ha numerosi aggiornamenti negli apparati elettronici. Il rivestimento nero è formato da un materiale hi-tech in grado di assorbire le emissioni radar e infrarosso, rendendo quindi il cruise meno visibile ai sensori d’allarme nemici: si ritiene che la finalità principale sia quella di colpire le navi senza venire scoperto, unendo questo schermo “stealth” al volo a bassa quota. Più o meno la stessa missione del modernissimo GM-158 JASSM -Joint Air-to-Surface Standoff Missiles – progettato per essere invisibile ai radar. Nel conflitto in corso, i caccia F35 americani e israeliani avrebbero impiegato per la prima volta la versione a lungo raggio, che gli ha permesso di colpire restando fuori dai confini iraniani. Nel dicembre 2025 Washington ha autorizzato la vendita di cento JASSM pure all’Italia al prezzo di 300 milioni, anche se il contratto non risulta ancora firmato. L’uso dei sofisticati Black Tomahawk e dei missili stealth contro l’Iran – che non ha praticamente più batterie contraeree - sta provocando critiche all’interno degli Stati Uniti: sono stati progettati per il confronto con la Cina, con la missione di penetrare le “bolle missilistiche” create da Pechino per difendere le sue isole fortezza. E ora vengono consumati contro un avversario debole, dimiuendo il deterrente americano contro la Repubblica Popolare.
Il raggio distruttore
Domenica notte c’è stato il primo abbattimento di un razzo da parte di un laser e probabilmente si tratta dell’ingresso di questi strumenti negli arsenali operativi mondiali. L’ordigno è stato scagliato dagli Hezbollah dal Nord del Libano e intercettato dal “raggio di luce” delle nuovissime batterie “Iron Beam” israeliane. Il laser distrugge i bersagli con una spesa di pochi dollari mentre la precedente cupola di “Iron Dome” usava missili terra-aria Tamir con un costo superiore a 150 mila dollari. La messa a punto ha richiesto più di dieci anni ed è stato dichiarato “combat ready” solo nello scorso dicembre.
Ogni batteria ha due “cannoni laser” che sparano un raggio di 100 kilowatt a dieci chilometri di distanza: può disintegrare razzi, bombe di mortaio oppure fondere le componenti elettroniche di droni e cruise facendoli precipitare. Nell’autunno 2024 si era ipotizzato che un’arma simile cinese fosse stata testata nella regione di Kursk contro i droni ucraini, ma le indiscrezioni dell’intelligence non hanno trovato conferma. Poche settimane fa invece gli americani hanno usato il loro laser Locust – introdotto da pochi mesi - su ordine della polizia di frontiera per spazzare via i droni dei narcos in volo sul confine messicano. In realtà, hanno distrutto un quadricottero americano della stessa Border Patrol ma il duello tra laser e droni ha mandato in tilt il traffico aereo civile sui cieli texani: un episodio su cui l’amministrazione Trump ha fornito dichiarazioni discordanti, ma che sembra essere stato un vero pasticcio.
Il potere dell’Ai
L’elemento chiave di questo conflitto però sono gli algoritmi che hanno assunto un ruolo determinante nella gestione delle operazioni: siamo davanti alla prima grande guerra dell’intelligenza artificiale. Gli israeliani sono maestri del settore e hanno sfruttato la AI già durante la campagna di giugno. Questa volta tocca ai sistemi americani dimostrare la loro efficienza. I campi d’azione sono tre, ma vengono gestiti in maniera parallela e contemporanea. Il più importante è la creazione in tempo reale delle “kill list”, gli elenchi degli obiettivi da colpire. Tutto l’Iran viene spiato senza sosta da satelliti, droni, apparati di intercettazione elettronica: una mole colossale di informazioni – Big Data appunto – che i cervelli elettronici elaborano in pochi secondi indicando cosa bombardare, con che priorità e quale a “assetto” – aereo, missile, velivolo senza pilota – assegnare la missione. Questo lavoro è stato appaltato dal Pentagono soprattutto al sistema Maven di Palantir che – a quel che si sa – continua a usare il pacchetto Claude di Anthropic, nonostante il bando deciso dal ministro della Guerra Hegseth verso l’azienda e il rifiuto dei vertici della compagnia a cedere i loro brevetti per attività belliche.
C’è poi il coordinamento del traffico aereo sull’intera regione, con la necessità di smistare i voli dei jet che attaccano e di quelli che difendono, sincronizzare i tiri delle batterie contraeree e delle unità dell’Us Navy. Quanto sia delicato questo compito lo testimonia l’incidente di ieri in Kuwait: il “fuoco amico” dell’Emirato ha abbattuto tre F15E, le perdite più gravi subite dall’Us Air Force in un singolo giorno. Infine l’Ai tiene conto della logistica: quante armi, quanti ricambi, quanto carburante serve e dove. Un’altra operazione che viene svolta in un millesimo del tempo necessario agli umani. E che forse è quella decisiva per l’esito dello scontro: sarà proprio la disponibilità di missili contraerei e l’efficienza della manutenzione dei velivoli a condizionare la durata dell’offensiva americana.