Il terzo giorno della nuova Guerra del Golfo ha segnato un’altra escalation negli scontri, dilagati dal Mediterraneo ai confini dell’Afghanistan. I vertici militari di Israele e Stati Uniti sperano però che la rappresaglia iraniana abbia raggiunto il culmine e sia destinata a diminuire progressivamente a partire da oggi.
Il numero di incursioni messe a segno sulla Repubblica Islamica è terrificante. Lo Stato ebraico sostiene di avere distrutto seicento strutture utilizzando 2.500 ordigni: venti bunker della leadership, 150 missili e rampe di lancio, duecento sistemi della contraerea. Il Pentagono parla di 1250 siti colpiti con una campagna aerea a cui stanno partecipando pure i bombardieri B2 Spirit e B1 Lancer che partono dagli Usa. I caccia ormai si spingono liberamente anche nel cielo di Teheran e tutto il Paese viene sorvolato da droni Reaper e Hermes che fanno fuoco su ogni bersaglio individuato. Satelliti, ricognitori teleguidati e spionaggio elettronico raccolgono informaz…
Il terzo giorno della nuova Guerra del Golfo ha segnato un’altra escalation negli scontri, dilagati dal Mediterraneo ai confini dell’Afghanistan. I vertici militari di Israele e Stati Uniti sperano però che la rappresaglia iraniana abbia raggiunto il culmine e sia destinata a diminuire progressivamente a partire da oggi.
Il numero di incursioni messe a segno sulla Repubblica Islamica è terrificante. Lo Stato ebraico sostiene di avere distrutto seicento strutture utilizzando 2.500 ordigni: venti bunker della leadership, 150 missili e rampe di lancio, duecento sistemi della contraerea. Il Pentagono parla di 1250 siti colpiti con una campagna aerea a cui stanno partecipando pure i bombardieri B2 Spirit e B1 Lancer che partono dagli Usa. I caccia ormai si spingono liberamente anche nel cielo di Teheran e tutto il Paese viene sorvolato da droni Reaper e Hermes che fanno fuoco su ogni bersaglio individuato. Satelliti, ricognitori teleguidati e spionaggio elettronico raccolgono informazioni senza sosta: sistemi di intelligenza artificiale come il Maven di Palantir elaborano i dati in tempo reale per indicare altri obiettivi ai velivoli, con o senza pilota.
Finora questo terribile rullo compressore non è riuscito a soffocare la reazione iraniana. Domenica contro Israele sono state dirette ondate composte da nove a trenta missili balistici per volta, mettendo in difficoltà lo scudo contraereo. Ieri però le incursioni sono rallentate e nel pomeriggio l’allarme ha smesso di suonare: viene interpretato come un segnale delle difficoltà dei pasdaran nell’alimentare la ritorsione. L’intelligence ritiene che le rampe nascoste prima del conflitto, rimaste in silenzio radio per non svelare la posizione e con ordini già definiti, stiano esaurendo i loro ordigni a lungo raggio e non riescano a rimpiazzarli per effetto delle distruzioni, che stanno mettendo in difficoltà anche i collegamenti per sincronizzare i lanci.
L’Iran però è gigantesco, grande cinque volte l’Italia: soprattutto nel Sud, dove i jet dello Stato ebraico arrivano con difficoltà e il peso dell’operazione ricade sui cinquanta velivoli F18 Hornet e F35 della portaerei “Lincoln”. In quell’area ci sono ancora numerose unità dei Guardiani della Rivoluzione che gettano sciami di droni e missili sui Paesi del Golfo, con precisione notevole: anche tre centrali elettriche sono state centrate. Due Sukhoi 24 sono riusciti a decollare e sono stati abbattuti dal Qatar. Tre petroliere hanno incassato razzi mentre cercavano di superare lo Stretto di Hormuz e un drone sottomarino ne ha squarciata un’altra davanti all’Oman.
I comandanti ritengono che la prima fase dell’offensiva sia stata un successo: i vertici della Repubblica Islamica sono stati «decapitati», i centri di comando demoliti, la difesa contraerea decimata e l’arsenale devastato. Tutte le maggiori navi della Marina iraniana sono state colate a picco, inclusa l’ammiraglia porta-droni. Da ieri il focus dei raid si è concentrato sul cuore della repressione: le caserme di pasdaran, dei servizi segreti, dei basij – la spietata milizia anti sommossa – e della polizia. Vengono rase al suolo con esplosioni spettacolari, a partire dalla capitale e dalle località dove più intense sono state le proteste dello scorso gennaio.
La finalità è chiara: incentivare alla ribellione, spingendo la popolazione a scendere in piazza. A parte i caroselli di auto per festeggiare l’uccisione di Khamenei, non ci sono ancora scintille di rivolta. Ma la veemenza della reazione militare fa temere che gli ayatollah siano pronti a spegnere ogni protesta in un bagno di sangue, anche a costo di provocare una guerra civile. Uno scenario quest’ultimo che potrebbe trascinare il Medio Oriente nel caos.
Senza il collasso della teocrazia sciita, il conflitto rischia di prolungarsi. Il presidente Trump si dice pronto ad andare avanti con gli attacchi per «quattro-cinque settimane o anche di più». La sua forza aerea dovrà fermarsi molto prima, perché non può effettuare la manutenzione dei velivoli e potrebbe restare senza bombe: le missioni sull’Iran richiedono voli di otto ore, che logorano jet ed equipaggi. Ancora più rapido potrebbe essere il consumo degli intercettori per i Patriot e per le batterie antimissile Thaad: Emirati e Qatar sono già a corto di munizioni. Insomma, senza l’invio di massicci rinforzi dagli States entro dieci giorni gli stormi del Pentagono dovranno frenare il ritmo dell’assalto.
Forse non a caso, ieri notte il segretario di Stato Marco Rubio ha dichiarato con chiarezza che l’obiettivo americano non è rovesciare il regime ma eliminare l’arsenale di missili e droni, creato dall’Iran come deterrente a protezione del programma nucleare. Un risultato molto più concreto che potrebbe essere raggiunto in pochi giorni. E oggi si comincerà a capire quanto la disperata rappresaglia iraniana può ancora minacciare il Golfo e quanti armi restino a disposizione degli ayatollah.