Investito da sciami di missili e droni lanciati dal regime ferito, colpito nelle infrastrutture del gas e del petrolio, violato negli edifici diplomatici, il Golfo sta entrando in guerra. Arabia Saudita, Qatar, Emirati in queste ore stanno valutando seriamente l’intervento diretto contro Teheran: non tanto per appoggiare l’operazione militare di Stati Uniti e Israele, piuttosto per difendere l’incolumità di territori e cittadini. Per far cessare, insomma, la rabbiosa reazione degli ayatollah che si è rovesciata anche su di loro, soprattutto su di loro, colpevoli di ospitare le basi del Grande Satana americano e di aver osato legittimare l’esistenza dello Stato ebraico, come nel caso degli Emirati firmatari degli Accordi di Abramo.
Ad Abu Dhabi stanno pensando di «attaccare i siti missilistici iraniani», scrive il sempre informato sito americano Axios, che cita due fonti qualificate a conoscenza della questione. Del resto, gli Emirati sono la monarchia del Golfo su cui l’Iran ha c…
Investito da sciami di missili e droni lanciati dal regime ferito, colpito nelle infrastrutture del gas e del petrolio, violato negli edifici diplomatici, il Golfo sta entrando in guerra. Arabia Saudita, Qatar, Emirati in queste ore stanno valutando seriamente l’intervento diretto contro Teheran: non tanto per appoggiare l’operazione militare di Stati Uniti e Israele, piuttosto per difendere l’incolumità di territori e cittadini. Per far cessare, insomma, la rabbiosa reazione degli ayatollah che si è rovesciata anche su di loro, soprattutto su di loro, colpevoli di ospitare le basi del Grande Satana americano e di aver osato legittimare l’esistenza dello Stato ebraico, come nel caso degli Emirati firmatari degli Accordi di Abramo.
Ad Abu Dhabi stanno pensando di «attaccare i siti missilistici iraniani», scrive il sempre informato sito americano Axios, che cita due fonti qualificate a conoscenza della questione. Del resto, gli Emirati sono la monarchia del Golfo su cui l’Iran ha concentrato la rappresaglia, bersagliandolo in cinque giorni con 812 droni (755 intercettati) e 186 missili (172 distrutti, 13 finiti in mare, 1 a segno), secondo i dati ufficiali forniti dal ministero della Difesa emiratino. È più della metà del totale dei raid sulle altre monarchie sunnite. Un’azione degli Emirati contro la Repubblica islamica sarebbe una mossa senza precedenti.
Anche in Arabia Saudita rilasciano dichiarazioni che preludono a qualcosa di più dell’uso della contraerea. «Ci riserviamo il pieno diritto di adottare tutte le misure necessarie per proteggere la nostra sicurezza, compreso rispondere all’aggressione», è il commento ufficiale del Regno, dopo che due droni kamikaze si sono schiantati nella notte tra lunedì e martedì sull’ambasciata degli Stati Uniti a Riad, provocando un incendio e l’evacuazione del personale. Il Washington Post sostiene che abbiano danneggiato gli uffici interni della Cia. Quattro droni erano stati abbattuti poco prima: puntavano tutti al quartiere che ospita la sede diplomatica americana.
«Presto scoprirete quale sarà la nostra reazione», scrive Trump sul suo social Truth. Il tycoon promette vendetta in una giornata di altissima tensione per l’intero corpo diplomatico a stelle e strisce presente nella regione. Poche ore dopo l’incidente di Riad è stato emesso un alert di attacco missilistico imminente sul Consolato Usa a Dhahran. In serata le immagini del rogo scoppiato nel parcheggio del Consolato a Dubai. «Tutto il personale è salvo», riferisce il Segretario di Stato Marco Rubio, mentre il Dipartimento esorta tutti i concittadini a lasciare al più presto quindici Paesi del Medio Oriente. Tra cui l’Iraq, dove piovono droni sulla base militare Usa di Erbil: paese chiave nei piani di Trump, come dimostra il fatto che prima di lanciare l’operazione “Furia epica”, ha parlato coi leader curdi Barzani e Talabani per sollecitare l’iniziativa dei peshmerga in Iran.
Sulle intenzioni del Qatar ci sono versioni contrastanti. A un certo punto la tv israeliana Channel 12, a commento dell’abbattimento di due jet di Teheran sulle acque qatariote, ha detto che Doha ha attaccato l’Iran in risposta agli impianti del gas e del petrolio colpiti e fermati. Majed Al Ansari, portavoce del ministero degli Esteri, ha smentito, «non stiamo partecipando alla campagna americana», però poi anche lui ha richiamato il diritto all’autodifesa e all’intenzione di «scoraggiare gli attacchi contro di noi».
In questo quadro si muove anche l’Europa: per la prima volta dall’inizio del conflitto, jet britannici sono intervenuti per intercettare gli Shahed nei cieli di Giordania e Iraq. Il Regno Unito invia a Cipro la nave militare Dragon ed elicotteri a protezione della base della Royal Air Force di Akroriti, già finita nel mirino dei droni kamikaze. Anche la Francia sta inviando in Medio Oriente rinforzi aerei e navali e la portaerei Charles de Gaulle. Il regime ferito si sente accerchiato. Qualunque «azione difensiva» dai Paesi europei sarà considerata «un atto di guerra», mette in chiaro il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmail Baghaei. I pasdaran minacciano ritorsioni, con le armi e non solo: «Colpiremo tutti i centri economici della regione, il prezzo del petrolio raggiungerà presto i 200 dollari», dice il generale Ebrahim Jabbari, generale delle Guardie della Rivoluzione.