Iran, nel giorno più duro scelta la nuova Guida suprema. “Eletto il figlio di Khamenei”
di Gabriella ColarussoLa torre Azadi, Teheran
(ap)Il cielo nero del fumo delle esplosioni sovrasta la torre Azadi, simbolo di Teheran. Il rumore dei jet è incessante, polvere e calcinacci ricoprono le strade intorno, cittadini insanguinati corrono in fuga. È il giorno più duro per l’Iran dall’inizio della guerra, raffiche di attacchi incessanti israeliani e americani portano il bilancio delle vittime a oltre 800 e puntano diritto al cuore del sistema per bloccarne il funzionamento. Un raid a tarda mattina colpisce a Qom, città santa, il palazzo dove avrebbe dovuto riunirsi l’Assemblea degli Esperti, una sorta di conclave dello sciismo iraniano, per scegliere la nuova Guida Suprema dopo l’uccisione di Ali Khamenei.
L’Assemblea è composta da 88 chierici che provengono da 33 province del paese. I media statali iraniani e altre fonti contattate da Repubblica smentiscono che gli anziani chierici fossero riuniti di persona, le consultazioni e il voto dovrebbero avvenire da remoto, in forma scritta, con bigliettini recapitati alla sede…
Il cielo nero del fumo delle esplosioni sovrasta la torre Azadi, simbolo di Teheran. Il rumore dei jet è incessante, polvere e calcinacci ricoprono le strade intorno, cittadini insanguinati corrono in fuga. È il giorno più duro per l’Iran dall’inizio della guerra, raffiche di attacchi incessanti israeliani e americani portano il bilancio delle vittime a oltre 800 e puntano diritto al cuore del sistema per bloccarne il funzionamento. Un raid a tarda mattina colpisce a Qom, città santa, il palazzo dove avrebbe dovuto riunirsi l’Assemblea degli Esperti, una sorta di conclave dello sciismo iraniano, per scegliere la nuova Guida Suprema dopo l’uccisione di Ali Khamenei.
L’Assemblea è composta da 88 chierici che provengono da 33 province del paese. I media statali iraniani e altre fonti contattate da Repubblica smentiscono che gli anziani chierici fossero riuniti di persona, le consultazioni e il voto dovrebbero avvenire da remoto, in forma scritta, con bigliettini recapitati alla sede centrale. Il messaggio è chiaro: tutto il regime è nel mirino. L’apparato lotta per la sopravvivenza e ha bisogno di insediare rapidamente una nuova Guida.
Stando a Iran international, canale dell’opposizione monarchica, e a fonti di stampa israeliane, la decisione dei religiosi sarebbe la nomina di Mojtaba, il figlio di Khamenei. Se fosse confermata si tratterebbe di una scelta estrema: l’uomo è un ultraradicale, legato al sistema di intelligence, sicurezza e repressione, il lato più oscuro del regime. Sarebbe la vittoria dell’alta più dura dei pasdaran, un messaggio agli iraniani e al mondo: nulla cambierà nella Repubblica islamica. «Lo scenario più negativo in Iran a questo punto è che il Paese sia preso da qualcuno che è peggio di Khamenei», ha detto proprio ieri sera lo stesso Trump, prima che si diffondesse l’indiscrezione. Nella partita per la successione i nomi che circolavano da mesi, oltre Mojtaba, erano quelli di Hassan Khomeini, nipote del fondatore della Repubblica islamica sostenuto dall’ala più moderata, come dagli ex presidenti Rouhani e Khatami e quello dello stesso Rouhani, il presidente che fece gli accordi con Obama. Dopo la guerra è emerso anche il nome dell’ayatollah Alireza Arafi, figura più dottrinale e teologica che politica. È probabile che la scelta sia stata fatta dall’Assemblea, ma che la conferma non venga data subito per non esporre il nuovo leader.
Sempre ieri, gli israeliani hanno colpito anche gli uffici del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale, guidato da Ali Larijani, espressione dell’aristocrazia clericale iraniana con una formazione laica. Prima del conflitto era considerato un pragmatico. Da capo del consiglio di sicurezza è ora al centro della piramide del potere e secondi alcuni potrebbe anche infine guidare un negoziato per il cessate il fuoco con gli americani se non preverranno le fazioni più estremiste dei pasdaran.
Nel Paese, i sentimenti sono confusi: ansia, angoscia, paura, ma anche speranza che tutto questo orrore possa portare a una via di uscita dall’autoritarismo che ha tenuto in pungo l’Iran per quasi 50 anni. «Le persone ora pensano a sopravvivere, ma c’è anche chi tiene aperto qualche caffè, chi suona in casa, le discussioni sono meno accese, c’è come un senso di nuova unità», racconta Hassan da Teheran. «Il timore che il Paese esca a pezzi, povero, senza più nulla, mi angoscia».
Minab, i funerali delle studentesse
A Minab, nel sud, una marea umana partecipa ai funerali di oltre 160 tra professori e studentesse, bambine di 8, 9, 10 anni, uccise in un attacco che ha colpito la scuola femminile Shajareh Tayebeh nelle prime ore dell’offensiva israeliano-americana. Le immagini riprese dall’alto delle fosse scavate per la sepoltura, delle madri che piangono ai lati delle piccole bare, i loro volti straziati, scuotono l’Iran. In un conflitto finora raccontato solo come uno scontro di poteri, missili, jet, si impongono per la prima volta i volti delle vittime. Gli Stati Uniti negano di avere responsabilità nella strage, ma la commissione per i diritti umani delle Nazioni Unite chiede a Washington di avviare un’inchiesta urgente. Il timore che sedi civili, scuole, ospedali diventino obiettivi di guerra è reale, su entrambi i fronti principali di questo conflitto ormai regionale.