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Da Muscat a Dubai, il viaggio in direzione contraria rispetto a chi scappa dalla guerra

(afp)

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Verso l’aeroporto internazionale della capitale del Regno dell’Oman, si stanno riversando migliaia di europei che cercano di tornare a casa. Moltissimi italiani fra questi. L’attesa alla frontiera è infinita. Mentre chi resta nella città cuore degli Emirati Arabi racconta: “Apparentemente va tutto bene, i ristoranti sono pieni, i negozi tutti aperti. Ma poi bisogna precipitarsi nei rifugi”
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DUBAI – Il sole a picco t’accompagna per tutti i 389 chilometri che separano il Regno dell’Oman, da Dubai, la città ultramoderna, cuore degli Emirati Arabi, celebre per le sue architetture futuristiche e lussuose. Rendendo vana pure l’aria condizionata che Muhimin, il tassista che ha accettato la lucrosa corsa, continua ad aumentare. D’altronde l’incubo dei missili iraniani lanciati per rappresaglia contro le maggiori capitali del Golfo Persico non lascia alternativa: l’unico aeroporto rimasto sempre aperto è quello di Muscat, la capitale del piccolo regno amico di Washington e di Teheran, tanto da aver cercato fino all’ultimo una mediazione nei falliti colloqui indiretti tenuti a Ginevra. Un luogo considerato da sempre porta d'accesso strategica all'estremità orientale della Penisola Araba: affacciata com’è sul Golfo dell'Oman e sull'Oceano Indiano, la cui penisola di Musandam è una delle due coste dello Stretto di Hormuz tornato al centro delle tensioni geopolitiche: giacché nelle …

DUBAI – Il sole a picco t’accompagna per tutti i 389 chilometri che separano il Regno dell’Oman, da Dubai, la città ultramoderna, cuore degli Emirati Arabi, celebre per le sue architetture futuristiche e lussuose. Rendendo vana pure l’aria condizionata che Muhimin, il tassista che ha accettato la lucrosa corsa, continua ad aumentare. D’altronde l’incubo dei missili iraniani lanciati per rappresaglia contro le maggiori capitali del Golfo Persico non lascia alternativa: l’unico aeroporto rimasto sempre aperto è quello di Muscat, la capitale del piccolo regno amico di Washington e di Teheran, tanto da aver cercato fino all’ultimo una mediazione nei falliti colloqui indiretti tenuti a Ginevra. Un luogo considerato da sempre porta d'accesso strategica all'estremità orientale della Penisola Araba: affacciata com’è sul Golfo dell'Oman e sull'Oceano Indiano, la cui penisola di Musandam è una delle due coste dello Stretto di Hormuz tornato al centro delle tensioni geopolitiche: giacché nelle sue acque passa un quinto del petrolio consumato a livello globale, con una media di 20 milioni di barili al giorno, ma è attualmente “chiuso per guerra”.

Pure se oggi Emirates ha ripreso qualche volo da Dubai, Muscat è anche l’imbuto da cui principalmente si entra – e soprattutto si esce – dall’area. E infatti, proprio sul suo aeroporto internazionale, si stanno riversando migliaia di europei che cercano di tornare a casa. Moltissimi italiani fra questi: «Quando è iniziata la crisi nella sola Dubai c’erano almeno 7mila nostri connazionali. Ma si arriva ad oltre 30mila coi residenti in tutta l’area», ti dice infatti l’ambasciatore italiano negli Emirati Lorenzo Fanara, raccontando che l’invito, per tutti «è stare il più possibile al riparo». Ma naturalmente, tanti, anche fra i residenti, hanno espresso il desiderio di tornare a casa: «Per facilitare gli spostamenti verso l’aeroporto, dal 3 al 5 abbiamo messo loro a disposizione anche dei bus».

Ad attenderli a Muscat c’è il team guidato dall’ambasciatore in Oman Pierluigi D’Elia: «Stiamo lavorando senza sosta. Nella notte fra martedì e mercoledì non abbiamo chiuso occhio, ma siamo riusciti a far partire 480 persone su tre diversi voli charter. Anche oggi ci sono altri due viaggi, un volo alle cinque del mattino e un altro alle 20.45, entrambi per Fiumicino, ne portiamo fuori altri 249». Si aggiungono ai 2500 già rientrati nei giorni precedenti. L’invito è a recarsi direttamente in aeroporto per acquistare il passaggio (600 euro) al banco di Oman Air. «Qui trovano il nostro staff che è attivo h/24. L’attesa è di qualche ora, massimo di una notte», ti dice. Con la Farnesina, che mentre tutti se ne vanno, al contrario rafforza lo staff con diplomatici partiti in queste ore da Roma.

Il traffico è intenso anche lungo la 1, l’autostrada costiera che unisce i due paesi limitrofi e attraversa il confine Hatta-Al Wajajah, incorniciata da palme e lunghe file di edifici bianchi ritmate dai simboli del soft power americano (McDonald’s, Kfc, Peet’s Coffee e così via) e dai cartelloni col faccione del sovrano, il sultano Haitham bin Tariq Al Said. L’attesa alla frontiera è infinita pur andando in senso inverso a quello di chi lascia Dubai. Passa un’ora, poi un’altra. Ed è chiaro che chi lascia gli Emirati affronta un’attesa perfino maggiore.

Arriviamo nella città che a luci ormai supera pure New York e quanto a lusso ha superato ormai Tokyo e Ginevra quando il sole tramonta. Che poi è anche il momento più difficile per i turisti ancora intrappolati in città: «Da quando è iniziata la crisi, proprio quando inizia a far buio, nell’ora in cui musulmani praticanti stanno per rompere il digiuno del Ramadan: suona l’allarme» ti racconta la prima italiana che incontri appena depositati i bagagli in hotel: Patrizia Mazzone, pensionata che col marito aveva deciso di portare la nipotina di 10 anni a visitare la spettacolare città dove «puoi perfino andare a sciare in un centro commerciale». Doveva essere una vacanza: si è trasformata in una ben diversa avventura: «Io e mio marito siamo rimasti qui perché il nostro volo di ritorno è venerdì, con Kenya Airways è ancora confermato. Visto che nel frattempo non possiamo farci niente, cerchiamo di vivere con filosofia questa atmosfera un po’ surreale, dove apparentemente va tutto bene, i ristoranti sono pieni, i negozi tutti aperti. Ma poi bisogna precipitarsi nei rifugi. L’abbiamo presa con spirito d’avventura, un po’ per carattere un po’ per necessità. Non possiamo spaventare la bambina. Però, certo, non vediamo l’ora di tornare a casa».

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