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Arsenale hi-tech ma uomini poco addestrati: i punti deboli degli sceicchi

(afp)

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Con i petroldollari comprano le armi migliori, ma spesso sono utilizzate dai poco disciplinati rampolli della nobiltà
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Sono i più grandi compratori di armi hitech del pianeta, investendo i loro petroldollari in arsenali dove è allineato il meglio della produzione bellica mondiale. Ma scarseggiano in addestramento e in capacità concrete di combattimento, tanto da dovere assoldare legioni di contractor provenienti da ogni nazione. Tutte le monarchie del Golfo spendono e spandono in macchine da guerra. I sauditi hanno sempre voluto il meglio: caccia F15 e F35, Tornado ed Eurofighter, aerei radar Boeing E3 e Saab 2000 perché spesso preferiscono avere fornitori americani ed europei in modo da sopravvivere ad eventuali embarghi. Il Qatar schiera F15, ed Eurofighter. Gli Emirati F16, Mirage 2000 e presto Rafale. Insomma, il top. Però nel momento del bisogno non riescono a sfruttare questa supremazia tecnologica.

Lo si è visto nella guerra civile yemenita, quando l’aviazione di Riad e quella di Abu Dhabi non sono state in grado di tenere testa agli houthi, privi di macchine volanti ma abilissimi nel gest…

Sono i più grandi compratori di armi hitech del pianeta, investendo i loro petroldollari in arsenali dove è allineato il meglio della produzione bellica mondiale. Ma scarseggiano in addestramento e in capacità concrete di combattimento, tanto da dovere assoldare legioni di contractor provenienti da ogni nazione. Tutte le monarchie del Golfo spendono e spandono in macchine da guerra. I sauditi hanno sempre voluto il meglio: caccia F15 e F35, Tornado ed Eurofighter, aerei radar Boeing E3 e Saab 2000 perché spesso preferiscono avere fornitori americani ed europei in modo da sopravvivere ad eventuali embarghi. Il Qatar schiera F15, ed Eurofighter. Gli Emirati F16, Mirage 2000 e presto Rafale. Insomma, il top. Però nel momento del bisogno non riescono a sfruttare questa supremazia tecnologica.

Lo si è visto nella guerra civile yemenita, quando l’aviazione di Riad e quella di Abu Dhabi non sono state in grado di tenere testa agli houthi, privi di macchine volanti ma abilissimi nel gestire i droni con cui hanno aggredito installazioni petrolifere e aeroporti, anticipando la tattica iraniana di questi giorni. Gli istruttori occidentali criticano soprattutto un difetto: quasi sempre i piloti sono rampolli delle famiglie regnanti, che amano filare a Mach2 ma difettano in disciplina e rigore. In alcuni casi sono molto coraggiosi, come il principe kuwaitiano che nel 1990 da solo ai comandi di un F18 ha sfidato l’intera aeronautica degli invasori iracheni. L’eroismo non basta per vincere le guerre moderne: ci vogliono ranghi qualificati che questi Stati, tanto ricchi quanto piccoli, non hanno. Per la flotta militare “chiavi in mano” comprata in Italia, dotata di radar e intercettori pronti a bloccare i missili balistici dei pasdaran, il Qatar ha dovuto ingaggiare marinai e sottufficiali pachistani. Ci vogliono due generazioni per raggiungere competenze all’altezza di uno scontro con i Guardiani della Rivoluzione, che invece si stanno dimostrando avversari temibili.

Oggi la carenza maggiore si manifesta nella difesa contraerea. Non è un problema soltanto loro: anche l’Occidente è in drammatico ritardo nel fare tesoro delle lezioni ucraine – e non a caso il presidente Zelensky ha proposto a Mohammed Bin Salman l’invio di esperti da Kiev – e nessuno è pronto ad affrontare sciami di droni e missili. Servono schermi multistrato, con differenti modelli di intercettori terra-aria sincronizzati con squadriglie di caccia. E vanno evitati gli sprechi di armi da due-tre milioni di euro per distruggere le bombe volanti Shahed che si costruiscono con due-tre mila euro. I signori del Golfo non si sono premurati neppure di oscurare i segnali dei satelliti Gps – una prassi nelle città ucraine più esposte – permettendo agli incursori iraniani di centrare i bersagli con scrupolosa precisione.

Nei loro attacchi, i pasdaran hanno dato la priorità ai sistemi di avvistamento: in Qatar il potentissimo radar An/Fps-132 è stato subito preso di mira e lo stesso è accaduto con le due antenne a lungo raggio dell’Us Navy in Bahrain, letteralmente incenerite. In pratica, hanno cercato di accecare la rete di protezione. Gli scudi allestiti dalle monarchie arabe sulla carta sono formidabili, superiori a quelli europei. Dubai e Doha contano su batterie Patriot ultimo modello, rinforzate da quelle messe in campo dell’Us Army. Riad ha avuto dagli Usa pure i Thaad che disintegrano le armi balistiche fuori dell’atmosfera. Alla prova del fuoco, però, il coordinamento non funziona. Troppi droni arrivano indisturbati sulle infrastrutture strategiche: puntano dritti su porti, centrali elettriche, impianti petroliferi, aeroporti ossia le infrastrutture vitali che andavano custodite con maggiore determinazione. Questo dipende dalla scarsa abitudine alla collaborazione: non ci sono esercitazioni congiunte con gli americani e anche lo scambio di informazioni spesso viene ostacolato da vincoli di segretezza. Una lacuna che ha generato lunedì l’incredibile “fuoco amico” contro i tre F15E statunitensi da parte delle postazioni kuwaitiane.

L’altra pecca è la ridotta scorta di ordigni. Mille per i Patriot emiratini, cinquecento per quelli del Qatar, cento per il Bahrain: troppo pochi per l’ondata di proiettili che piove dal cielo. Tutti hanno visto quello che accade nei cieli di Kiev; nessuno è corso ai ripari. Un monito che ora l’Europa non deve ignorare.

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