DUBAI – L’illusione che il peggio stesse passando, data dalla riapertura dell’aeroporto di Dubai e da due giorni consecutivi trascorsi (quasi) senza udire lo sgradevole suono degli alert missilistici con conseguente ordine di cercare rifugio immediato, nella cosiddetta “Perla del Golfo” si è infranta già ieri. Quando gli allarmi hanno ripreso a suonare, una prima volta alle otto e trenta del mattino. E poi, una seconda, alle nove di sera. Mettendo nuovamente in stand-by fino a nuovo avviso - quello che ti dice che tutto è finito ringraziandoti per la collaborazione – la vita di una città dove altrimenti tutto continua a scorrere veloce, il traffico è intenso e negozi, ristoranti, cinema, bazar, piscine e musei non hanno mai chiuso (unica eccezione, i parchi tematici come il Dubai Global Village).
Con la gente che abbandona i piatti sui tavoli, le contrattazioni coi venditori, il comfort delle stanze d’hotel per infilarsi in cantine e garage sotterranei, rifugi improvvisati di un …
DUBAI – L’illusione che il peggio stesse passando, data dalla riapertura dell’aeroporto di Dubai e da due giorni consecutivi trascorsi (quasi) senza udire lo sgradevole suono degli alert missilistici con conseguente ordine di cercare rifugio immediato, nella cosiddetta “Perla del Golfo” si è infranta già ieri. Quando gli allarmi hanno ripreso a suonare, una prima volta alle otto e trenta del mattino. E poi, una seconda, alle nove di sera. Mettendo nuovamente in stand-by fino a nuovo avviso - quello che ti dice che tutto è finito ringraziandoti per la collaborazione – la vita di una città dove altrimenti tutto continua a scorrere veloce, il traffico è intenso e negozi, ristoranti, cinema, bazar, piscine e musei non hanno mai chiuso (unica eccezione, i parchi tematici come il Dubai Global Village).
Con la gente che abbandona i piatti sui tavoli, le contrattazioni coi venditori, il comfort delle stanze d’hotel per infilarsi in cantine e garage sotterranei, rifugi improvvisati di un Paese che finora non ne aveva mai avuto bisogno. Poi, finisce tutto, e ciascuno torna agli affari suoi. Sui volti una paura contenuta, perché finora missili e droni vengono tutti intercettati e se si sta al coperto, ci si sente sicuri. Salvo un senso di tensione latente, quando, scrollando sui cellulari, tutti si accorgono che l’ultimo attacco ha colpito il quartiere di Al Barsha, vicino ad attrazioni popolari come il Dubai Mall e il Miracle Garden, dove passano davvero tutti. Coi resti del drone abbattuto che si sono schiantati sulla facciata di un hotel: uccidendo pure il conducente asiatico di un’auto che passava da lì.
Sugli Emirati, che pure due giorni fa hanno vietato agli americani l’uso del loro spazio aereo proprio per evitare di essere ulteriormente trascinati nel conflitto, solo ieri sono piovuti 16 missili balistici (15 intercettati, uno caduto in mare) e 121 droni (119 abbattuti). Nel mirino, pure l’aeroporto di Dubai che aveva ripreso i voli poche ore prima: ci sono stati quattro feriti e un terminal danneggiato dai soliti detriti caduti dal cielo. Le immagini del fumo visibili da molto lontano. Lo scalo solitamente più trafficato al mondo –hub globale da record, da qui, solo l’anno scorso, sono transitati 95 milioni di passeggeri – ha dunque chiuso, riaperto nel pomeriggio a un numero limitato di voli previsti per poi fermarsi nuovamente la sera. Una situazione che ha costretto per la prima volta a parlare del conflitto pure il presidente degli Emirati. Quello sceicco Mohamed bin Zayed al-Nahyan, che solo tre giorni fa, insieme al principe ereditario Hamdan bin Mohammed, aveva fatto l’inusuale gesto di andare a prendere un caffè al Mall, il luogo più turistico di Dubai, pur di tranquillizzare visitatori e residenti. Ieri, visitando i feriti in ospedale, ha ammesso: «Viviamo tempi di guerra». Ma, allo stesso tempo, ha voluto enfatizzare la sicurezza del Paese: «Non siamo preda facile. Abbiamo pelle dura e carne amara. Faremo il nostro dovere verso il Paese, il popolo e tutti coloro che sono qui, entrati a far parte della nostra famiglia».
E la giornata non è stata lunga solo a Dubai. Ieri, anche l’Arabia Saudita ha respinto tre attacchi contro il giacimento petrolifero di Shaybah della Saudi Aramco, appunto vicino al confine con gli Emirati: abbattendo 10 droni. Si tratta di un giacimento cruciale, dove si producono fino a un milione di barili di greggio al giorno. Un altro drone è stato intercettato a est di Riad. E due missili balistici sono stati abbattuti nei pressi della base aerea di Prince Sultan. Le incursioni, poi, si sono spinte fino al Bahrein: dove 7 droni iraniani hanno preso di mira edifici residenziali a Manama, tanto da spingere il piccolo regno a chiedere a Gran Bretagna e Stati Uniti di riattivare il loro accordo di Difesa.