Israele, il leader dell’opposizione Lapid: “L’Iran vuole distruggerci, è stato giusto attaccare”
dalla nostra inviata Francesca Caferri
Signor Lapid, come conciliare la sua dura opposizione al governo di questi anni alla sua posizione sull’Iran?
«Quando Israele si trova ad affrontare una vera minaccia esterna, la cosa responsabile da fare è sostenere l’operazione e le forze di sicurezza. Nulla è cambiato nelle mie critiche al governo: ha deluso Israele sotto molti aspetti e lo dico apertamente. Quest’anno andremo alle elezioni e spero cambieremo direzione. Ma le decisioni in materia di sicurezza nazionale devono essere giudicate nel merito: il regime iraniano ha lavorato per costruire armi nucleari, un imponente arsenale di missili balistici e una rete di terroristi contro Israele. Abbiamo dovuto agire».
A giugno ho sentito il premier proclamare vittoria nel precedente round di bombardamenti, parlare di un successo storico sull’Iran e di un programma nucleare rimandato indietro di anni. Cosa è successo ora per giustificare una nuova guerra?
«Non è mio compito difendere il primo ministro. Considero il mio ruolo…
Signor Lapid, come conciliare la sua dura opposizione al governo di questi anni alla sua posizione sull’Iran?
«Quando Israele si trova ad affrontare una vera minaccia esterna, la cosa responsabile da fare è sostenere l’operazione e le forze di sicurezza. Nulla è cambiato nelle mie critiche al governo: ha deluso Israele sotto molti aspetti e lo dico apertamente. Quest’anno andremo alle elezioni e spero cambieremo direzione. Ma le decisioni in materia di sicurezza nazionale devono essere giudicate nel merito: il regime iraniano ha lavorato per costruire armi nucleari, un imponente arsenale di missili balistici e una rete di terroristi contro Israele. Abbiamo dovuto agire».
A giugno ho sentito il premier proclamare vittoria nel precedente round di bombardamenti, parlare di un successo storico sull’Iran e di un programma nucleare rimandato indietro di anni. Cosa è successo ora per giustificare una nuova guerra?
«Non è mio compito difendere il primo ministro. Considero il mio ruolo quello di analizzare la situazione in modo obiettivo. Dopo la guerra avrò tutto il tempo per chiedere conto al governo delle domande difficili che lei mi fa. Ma c’è una lezione da imparare: il successo militare deve essere seguito dal lavoro diplomatico. Non si può fare affidamento solo sugli attacchi aerei; servono anche pressioni internazionali, partnership regionali e una strategia di lungo termine per garantire che l’Iran non inizi a ricostruire le sue capacità. Quello che importa di più ora, è che questa operazione cambi gli equilibri strategici della regione».
Una larga parte dell’opinione pubblica europea non capisce più Israele e le due politiche. Non teme che questo possa sfociare in un aumento dell’antisemitismo?
«L’antisemitismo in alcuni aspetti del dibattito c’è già, è reale. Quando si nega il diritto di Israele a difendersi o si applicano a Israele standard che non si applicherebbero a nessun’altra democrazia: l’antisemitismo è presente sia nella sinistra e che nella destra radicale. Ma non tutte le critiche sono antisemitismo: le democrazie si criticano a vicenda continuamente. Parte dell’amicizia è accettare punti di vista diversi».
Non sono in molti in Israele a condividere questo punto di vista…
«Israele dovrebbe ascoltare attentamente i suoi alleati, perché le alleanze sono importanti. Allo stesso tempo, gli europei dovrebbero cercare di comprendere meglio la nostra realtà: siamo un Paese quasi 14 volte più piccolo dell’Italia che si trova ad affrontare nemici che dichiarano apertamente di volerlo distruggere e costruiscono i mezzi per farlo».
In Cisgiordania l’annessione violenta sta andando avanti sotto gli occhi di tutti: anche questo si giustifica con la sicurezza?
«A un certo punto dovrà esserci una discussione politica sul futuro. Ma dopo il 7 ottobre, l’onere della prova spetta ai palestinesi: devono dimostrarci che vogliono vivere al nostro fianco in pace e sicurezza. Israele non vuole controllare milioni di palestinesi per sempre, e i palestinesi meritano una leadership responsabile e impegnata nella coesistenza piuttosto che nella violenza. La corruzione e l’istigazione (alla violenza ndr) da parte dell’Autorità Nazionale Palestinese devono cessare: chiunque sia interessato alla pace dovrebbe chiederlo. Il dialogo funziona solo se c’è un principio chiaro alla base: la sicurezza di Israele non deve mai più essere messa in discussione. Il 7 ottobre ci ha mostrato cosa succede quando le minacce vengono ignorate».