TEL AVIV – La protesta dura in tutto dieci minuti: il tempo di tirare fuori i cartelli che chiedono la fine del bombardamento all’Iran e quella dell’occupazione dei Territori palestinesi della Cisgiordania. Poi, armati di bandiere degli Stati Uniti e magliette dell’Idf, un manipolo di agitatori di destra piomba sui manifestanti, dando l’occasione alla polizia di intervenire, arrestare qualche persona e disperdere tutte le altre in nome della necessità di mantenere l’ordine pubblico. Finisce così la protesta del fronte della pace israeliano, che ieri per la prima volta dall’inizio dell’attacco all’Iran ha provato a tornare in piazza per dire “no” all’ennesima guerra.
La manifestazione è stata organizzata dopo che il governo ha parzialmente revocato le restrizioni imposte una settimana fa: da ieri in Israele gruppi fino a 50 persone possono riunirsi e i negozi e gli uffici riaprire. E non più di cinquanta erano le persone che protestavano con i cartelli contro l’Occupazione e contr…
TEL AVIV – La protesta dura in tutto dieci minuti: il tempo di tirare fuori i cartelli che chiedono la fine del bombardamento all’Iran e quella dell’occupazione dei Territori palestinesi della Cisgiordania. Poi, armati di bandiere degli Stati Uniti e magliette dell’Idf, un manipolo di agitatori di destra piomba sui manifestanti, dando l’occasione alla polizia di intervenire, arrestare qualche persona e disperdere tutte le altre in nome della necessità di mantenere l’ordine pubblico. Finisce così la protesta del fronte della pace israeliano, che ieri per la prima volta dall’inizio dell’attacco all’Iran ha provato a tornare in piazza per dire “no” all’ennesima guerra.
La manifestazione è stata organizzata dopo che il governo ha parzialmente revocato le restrizioni imposte una settimana fa: da ieri in Israele gruppi fino a 50 persone possono riunirsi e i negozi e gli uffici riaprire. E non più di cinquanta erano le persone che protestavano con i cartelli contro l’Occupazione e contro la guerra, a fronte di uno schieramento di almeno il doppio di agenti di polizia. «È comunque un passo avanti rispetto ai giorni scorsi, quando a provare a scendere in strada erano stati in dodici», ci dice con ironia un fotografo israeliano che di queste proteste è spettatore regolare.
Lo specchio perfetto di un Paese che è in larghissima maggioranza — 90 per cento degli elettori di religione ebraica — a favore dell’intervento contro l’Iran, nonostante la paura e la tensione: anche ieri le sirene hanno suonato senza sosta, in particolare a Tel Aviv. E la situazione non sembra destinata a cambiare presto: «Andiamo avanti, stiamo cambiando la faccia del Medio Oriente», ha detto il premier Netanyahu ieri sera in un messaggio tv. E ancora: «Abbiamo un piano per destabilizzare il regime e cambiarlo. Coloro che fra le Guardie rivoluzionarie deporranno le armi non saranno toccati». Con l’attenzione tutta concentrata su Teheran, intanto, in Cisgiordania i coloni hanno preso a colpire con un’intensità ancora maggiore. Ieri un palestinese è stato ucciso e un altro gravemente ferito nell’area di Masafer Yatta, il villaggio la cui lotta contro i coloni è stata immortalata nel documentario premio Oscar “No Other Land”. Tre giorni fa, altri due palestinesi erano stati uccisi, sempre nella zona di Hebron: «Uno stillicidio silenzioso che punta a svuotare la West Bank mentre gli occhi del mondo sono rivolti altrove», ci dice l’avvocato Michael Sfard, da anni è in prima fila nella difesa dei diritti umani in Israele. —