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A Teheran la prima faglia nel potere sulla de-escalation e la grande battaglia per la nuova Guida

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I duri del regime non vogliono abbassare i toni con i Paesi confinanti se non in una posizione militarmente di forza
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Un passo falso o il segno che adesso a Teheran comandano i militari? Le scuse di Pezeshkian ai vicini della regione aprono una slavina nella Repubblica islamica. Rendono esplicito, per la prima volta, lo scontro di potere. In poche ore, il presidente viene travolto da una sequenza di critiche e prese di distanza, intervengono il comando centrale delle forze armate, i pasdaran, il capo della magistratura, Ejei, che pure siede con lui nel consiglio di leadership temporaneo, lo speaker del parlamento Ghalibaf. Il messaggio è lo stesso: la strategia di guerra non cambia. Le monarchie del Golfo, che forniscono supporto agli attacchi contro l’Iran, continueranno ad essere un obiettivo. L’accusa è che il presidente abbia sbagliato a cercare una prematura de-escalation con i paesi della regione dando l’idea di comandi militari fuori controllo e di operazioni frutto di iniziative indipendenti. Già qualche giorno fa, il ministro degli esteri Araghchi aveva parlato dell’attacco all’Oman come di …

Un passo falso o il segno che adesso a Teheran comandano i militari? Le scuse di Pezeshkian ai vicini della regione aprono una slavina nella Repubblica islamica. Rendono esplicito, per la prima volta, lo scontro di potere. In poche ore, il presidente viene travolto da una sequenza di critiche e prese di distanza, intervengono il comando centrale delle forze armate, i pasdaran, il capo della magistratura, Ejei, che pure siede con lui nel consiglio di leadership temporaneo, lo speaker del parlamento Ghalibaf. Il messaggio è lo stesso: la strategia di guerra non cambia. Le monarchie del Golfo, che forniscono supporto agli attacchi contro l’Iran, continueranno ad essere un obiettivo. L’accusa è che il presidente abbia sbagliato a cercare una prematura de-escalation con i paesi della regione dando l’idea di comandi militari fuori controllo e di operazioni frutto di iniziative indipendenti. Già qualche giorno fa, il ministro degli esteri Araghchi aveva parlato dell’attacco all’Oman come di un errore non deciso a livello centrale. L’agenzia di stampa Raja News, legata alle fazioni più radicali dei pasdaran, pubblica un editoriale indicativo: “Un peso per lo spirito nazionale nel mezzo della guerra... Togliete il microfono a Pezeshkian”.

Il presidente, scrivono i falchi, ha inviato segnali di debolezza e ritirata in un momento delicato, fornendo anche argomenti legali a chi volesse mettere in discussione il diritto dell’Iran all’autodifesa. Probabilmente, il messaggio di Pezeshkian era rivolto a Turchia e Azerbaijan, e puntava a evitare l’escalation con due vicini finora rimasti fuori dal conflitto. Ma è indubbio che le razioni rivelino «una spaccatura tra la nuova generazione di militari emersa con gli assassini dei leader anziani e la vecchia guardia di politici riformisti-pragmatisti che potrebbero essere favorevoli al negoziato», dice l’analista Nima Baheli.

(reuters)

Araghchi, Pezeshkian rappresentano l’ala più dialogante dell’apparato. Il ministro degli esteri ha passato gli ultimi 20 anni a trattare con gli americani sul nucleare, quella che i duri di Raja News definiscono la «diplomazia mendicante» che non ha portato risultati al paese. La nuova generazione dei pasdaran, formatasi nelle guerre in Iraq e Siria sotto il comando del generale Soleimani, ucciso dagli americani nel 2020, «ha un approccio più muscolare. Non eversivo, ma vogliono arrivare a un negoziato per il cessate il fuoco da una posizione di forza facendo pressione sul ventre molle dell’alleanza, il Golfo». A sera Ali Larijani, capo del consiglio di sicurezza e figura di raccordo tra le diverse anime del sistema, si schiera con i militari pur cercando una mediazione: l’Iran non vuole la guerra ma ha diritto a difendersi, non sarà un «altro Venezuela».

La crepa aperta delle dichiarazioni di Pezeshkian condiziona anche la battaglia in corso per la nomina della prossima Guida Suprema, che avviene in circostanze eccezionali: sotto il fuoco e con l’impossibilità per gli 88 anziani religiosi dell’assemblea degli esperti di incontrarsi di persona. Si procede con votazioni scritte su bigliettini e riunioni online. Gli ultraconservatori spingono per accelerare e così mettere definitivamente all’angolo un presidente giudicato inadeguato e debole, ma che fu proprio Khamenei a volere nel tentativo di dare una parvenza di inclusività al sistema. L’intelligence dei pasdaran appoggia il figlio di Khamenei, Mojtaba, anche se la nomina non è scontata: non ha i requisiti, non è ayatollah, e la sua elezione rischia di essere un boomerang per la teocrazia, snaturandola. «Per un regime nato dalla rivoluzione contro la monarchia ereditaria dello scià mettere il figlio a posto del padre non depone a favore del sistema», dice Baheli. Arafi, che fa parte del consiglio temporaneo di leadership, è un candidato con più credenziali: rappresenta la continuità, è ayatollah, «conosce le nuove tecnologie, ha un ottimo rapporto con l’ayatollah al Sistani, in prospettiva potrebbe essere utile per unire Qom e Najaf, sciiti iracheni e iraniani, dopo la morte di al Sistani».

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