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Teheran: “Tregua solo se si fermano gli attacchi”. Mistero su Mojtaba Khamenei

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La folla in piazza attende invano il discorso della Guida. Gli Esteri: “Contattati per trattare da Cina, Francia e Russia”. I Pasdaran: Hormuz aperto a chi caccia americani e israeliani
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Il triangolo dei mediatori si muove quando i mercati segnano ancora oltre 100 dollari per un barile di petrolio. Sono la Russia di Putin, la Cina di Xi e la Francia di Macron. Contattano Teheran, sentono Trump. L’obiettivo è calmare le borse e avviare una de-escalation che porti al cessate il fuoco. «Alcuni paesi ci hanno contattato, tra cui Russia, Cina e Francia, in merito a un cessate il fuoco», conferma alla tv di Stato il vice ministro degli Esteri iraniano Gharibabadi, specificando che la prima condizione di Teheran per una potenziale tregua sarebbe la fine di ulteriori aggressioni contro il Paese. Poco dopo, il ministro degli Esteri Araghchi chiarisce che per ora i negoziati con l’America non sono sul tavolo e, mentre parla, Israele lancia altri pesanti attacchi su Teheran.

La vittoria a cui la Repubblica islamica punta è costringere gli Stati Uniti a un accordo negoziato, avendo mantenuto in piedi il sistema ed essendo riuscita a sostituire un Khamenei con un altro Khamen…

Il triangolo dei mediatori si muove quando i mercati segnano ancora oltre 100 dollari per un barile di petrolio. Sono la Russia di Putin, la Cina di Xi e la Francia di Macron. Contattano Teheran, sentono Trump. L’obiettivo è calmare le borse e avviare una de-escalation che porti al cessate il fuoco. «Alcuni paesi ci hanno contattato, tra cui Russia, Cina e Francia, in merito a un cessate il fuoco», conferma alla tv di Stato il vice ministro degli Esteri iraniano Gharibabadi, specificando che la prima condizione di Teheran per una potenziale tregua sarebbe la fine di ulteriori aggressioni contro il Paese. Poco dopo, il ministro degli Esteri Araghchi chiarisce che per ora i negoziati con l’America non sono sul tavolo e, mentre parla, Israele lancia altri pesanti attacchi su Teheran.

La vittoria a cui la Repubblica islamica punta è costringere gli Stati Uniti a un accordo negoziato, avendo mantenuto in piedi il sistema ed essendo riuscita a sostituire un Khamenei con un altro Khamenei, schiaffo anche simbolico al tentativo di Trump e Netanyahu di realizzare dall’alto una operazione di ingegneria politica, un cambio di regime. La strategia per arrivarci è bloccare le arterie vitali dell’economia regionale. Lo spiega con chiarezza alla Cnn Kamal Kharazi, consigliere della Guida. La guerra finirà, solo infliggendo «dolore economico» agli Stati. I pasdaran offrono un «passaggio sicuro» nello stretto di Hormuz ai paesi arabi ed europei che espelleranno gli ambasciatori israeliani e americani. Una mossa che arriva mentre a Teheran tutti aspettano lui. Mojtaba Khamenei, a migliaia riuniti in piazza Enghelab per giurargli fedeltà. Ma nel primo giorno da rahbar nella terza Repubblica islamica, l’erede non appare.

Il sito iraniano Didar News annuncia un suo discorso, Iran international - il canale legato all’opposizione monarchica - rilancia l’indiscrezione, a sera ancora tutto tace. Tanto basta per alimentare il mistero intorno a una figura già misteriosa, di cui si sa pochissimo. Impazzano teorie cospirative, speculazioni, c’è chi dice che sia addirittura in gravi condizioni. Secondo Channel 12 sarebbe stato ferito gravemente nell’attacco che ha ucciso il padre, la madre, la moglie e uno dei suoi tre figli.

In pubblico, tutti i maggiorenti dell’apparto gli promettono sostegno e fedeltà. «La preziosa elezione dell’ayatollah Seyyed Mojtaba Hosseini Khamenei è una manifestazione della volontà di governo del popolo», scrive il presidente Pezeshkian. La sua nomina ha creato «disperazione negli Usa e in Israele», incalza Ali Larijani. Dietro le quinte, le divisioni non sono sopite. Secondo Amwaj, l’elezione di Mojtaba sarebbe avvenuta contro la volontà dello stesso padre, «espressa in un testamento scritto», che non voleva una successione ereditaria. Il quorum per il voto tra l’assemblea degli Esperti «è stato raggiunto a malapena». Le lotte interne, però, contano fino a un certo punto, così come le minacce di Trump di eliminarlo, perché ad avere preso il sopravvento sugli altri rami del sistema, a Teheran, sono i pasdaran.

Nell’Iran in guerra governa una dottrina, non un leader: la difesa a mosaico concepita da Khamenei e dai vertici militari dopo l’invasione Usa dell’Iraq per consentire al sistema di sopravvivere anche in caso di shock nel potere centrale. Funziona a prescindere da se Mojtaba sia ferito, o viva e in salute.

I 31 comandi militari decentralizzati nelle diverse province dell’Iran non hanno bisogno di avere la sua autorizzazione per le operazioni militari. Tanto che nelle stesse ore in cui l’Iran attende un segnale da Khamenei il comandante aerospaziale delle Guardie Majid Mousavi alza la voce e dichiara che da ora in poi Teheran non lancerà più missili con testate inferiori a una tonnellata.

Il sistema sa che le pressioni economiche sul Golfo e il blocco dello stretto di Hormuz fanno male agli americani. E i I segnali che arrivano da Washington sembrano, per ora, dargli ragione.

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