LONDRA – Il tallone d’Achille dell’Iran è una minuscola isola all’estremo nord del Golfo Persico: grande appena 20 chilometri quadrati, Kharg ospita il più importante terminale petrolifero del regime degli ayatollah. Sette milioni di barili di oro nero al giorno passano dalle sue installazioni. È il punto di partenza della maggior parte delle esportazioni petrolifere iraniane destinate ai mercati dell’Estremo Oriente, in particolare alla Cina. “Senza di essa”, dice Richard Nephew, un ex-negoziatore americano in Medio Oriente, al Financial Times, “l’economia iraniana sprofonderebbe”.
Un paio di missili basterebbero a distruggere i suoi impianti. Eppure, finora né gli Stati Uniti, né Israele, l’hanno bombardata nella guerra in corso da una decina di giorni. Perché? La risposta degli esperti più autorevoli è che Washington vuole preservare l’Iran per chiunque la governerà nel dopoguerra immediato e, soprattutto, in un futuro più a lungo termine. Una seconda ragione è che la Casa Bia…
LONDRA – Il tallone d’Achille dell’Iran è una minuscola isola all’estremo nord del Golfo Persico: grande appena 20 chilometri quadrati, Kharg ospita il più importante terminale petrolifero del regime degli ayatollah. Sette milioni di barili di oro nero al giorno passano dalle sue installazioni. È il punto di partenza della maggior parte delle esportazioni petrolifere iraniane destinate ai mercati dell’Estremo Oriente, in particolare alla Cina. “Senza di essa”, dice Richard Nephew, un ex-negoziatore americano in Medio Oriente, al Financial Times, “l’economia iraniana sprofonderebbe”.
Un paio di missili basterebbero a distruggere i suoi impianti. Eppure, finora né gli Stati Uniti, né Israele, l’hanno bombardata nella guerra in corso da una decina di giorni. Perché? La risposta degli esperti più autorevoli è che Washington vuole preservare l’Iran per chiunque la governerà nel dopoguerra immediato e, soprattutto, in un futuro più a lungo termine. Una seconda ragione è che la Casa Bianca non vuole azioni che danneggino ulteriormente le sue relazioni con Pechino, specie in prossimità della visita prevista in aprile del presidente Trump. E un terzo motivo è che un attacco a Kharg provocherebbe quasi certamente una reazione militare analoga iraniana contro le installazioni energetiche dei Paesi arabi alleati degli Usa nella regione, dall’Arabia Saudita al Qatar, con conseguenze sui mercati mondiali ancora più disastrose delle avvisaglie che si sono intraviste nei giorni scorsi.
Per tutte queste considerazioni, l’ipotesi di colpire “Kharg island”, come la chiamano gli americani, è una linea rossa invalicabile per gli Stati Uniti. Almeno così è stato fino a questo momento: se nel conflitto ci fosse una ulteriore escalation, se per esempio un razzo iraniano affondasse una nave Usa o un grave attentato terroristico avvenisse in America, allora non è escluso che Kharg finirebbe nel mirino. È una sorta di estrema risorsa, di assicurazione contro il peggio: state attenti a non farci troppo male, dice in sostanza il messaggio di Trump agli ayatollah, altrimenti potremmo attaccare Kharg e per voi sarebbe finita. Su questa stessa base, nemmeno Israele ha osato bombardare l’isola, che pure sarebbe un facile bersaglio per la sua aviazione. Il suo premier Benjamin Netanyahu sa che ci sono cose su cui non può forzare la mano al presidente.
O perlomeno così è stato fino a questo momento. La situazione potrebbe cambiare se Trump mantenesse il proposito a cui ha accennato nelle ultime ore di “prendere il controllo” dello stretto di Hormuz, il punto nevralgico del Golfo Persico in cui il traffico petrolifero è rallentato a causa della guerra, da cui transita il 20 per cento del prodotto energetico mondiale. Ma se davvero gli Stati Uniti lo faranno, e in che
modo, rimane uno dei tanti interrogativi senza risposta del conflitto. È possibile che sia solo una minaccia, una dei tanti moniti lanciati da Trump per essere contraddetti o lasciati cadere il giorno successivo. Come è possibile che vi sia dietro qualche intenzione o piano reale.
L’importanza dell’isola per l’economia iraniana deriva dal fatto che le coste dell’Iran hanno fondali generalmente molto bassi, impedendo alle petroliere di attraccare per caricare il greggio e trasportarlo nel resto del mondo. Oleodotti sottomarini trasportano il petrolio a Kharg e lì le grandi navi cargo vengono a prenderlo a bordo. Naturalmente questa dipendenza da un singolo punto di attracco rappresenta una debolezza per Teheran. I suoi avversari ne sono consapevoli. Colonizzatori olandesi e britannici misero le mani sull’isola nei secoli passati. L’Iraq l’ha pesantemente bombardata nella guerra contro l’Iran degli anni Ottanta, distruggendo la maggior parte degli impianti, costruiti dalla multinazionale americana Amoco due decenni prima. Ora, tuttavia, i caccia americani e israeliani nemmeno la sfiorano. E i terminali dell’isola di Kharg, in mezzo al pandemonio della guerra che incendia la regione, continuano a funzionare. Il tallone d’Achille dell’Iran per ora rimane al sicuro.