Nella Grande Guerra del Golfo c’è un piccolo mistero che si infittisce col passare dei giorni. Come è stato possibile che lo scorso due marzo tre caccia americani F15E Strike Eagle siano stati abbattuti uno dietro l’altro dalle difese del Kuwait? Non c’è mai stato nella Storia un episodio di “fuoco amico” così clamoroso. La confusione delle prime ore di combattimenti con le ondate di missili e droni iraniani non riesce a spiegare un errore di tale portata: per fortuna i sei militari degli equipaggi si sono salvati grazie ai sedili eiettabili ma il valore economico dei velivoli distrutti supera i 250 milioni di dollari.
All’inizio si è ipotizzato che gli Strike Eagle, la versione biposto d’attacco al suolo usata per fare scudo contro gli Shahed dei pasdaran usando armi aria-aria o il cannone di bordo, fossero stati colpiti dalle batterie contraeree dell’Emirato: una raffica di missili si sarebbe diretta contro i velivoli statunitensi, senza che i sistemi automatici li identificass…
Nella Grande Guerra del Golfo c’è un piccolo mistero che si infittisce col passare dei giorni. Come è stato possibile che lo scorso due marzo tre caccia americani F15E Strike Eagle siano stati abbattuti uno dietro l’altro dalle difese del Kuwait? Non c’è mai stato nella Storia un episodio di “fuoco amico” così clamoroso. La confusione delle prime ore di combattimenti con le ondate di missili e droni iraniani non riesce a spiegare un errore di tale portata: per fortuna i sei militari degli equipaggi si sono salvati grazie ai sedili eiettabili ma il valore economico dei velivoli distrutti supera i 250 milioni di dollari.
All’inizio si è ipotizzato che gli Strike Eagle, la versione biposto d’attacco al suolo usata per fare scudo contro gli Shahed dei pasdaran usando armi aria-aria o il cannone di bordo, fossero stati colpiti dalle batterie contraeree dell’Emirato: una raffica di missili si sarebbe diretta contro i velivoli statunitensi, senza che i sistemi automatici li identificassero come alleati. Una ricostruzione piena di interrogativi. Poi il Wall Street Journal ha rivelato che i tre caccia erano stati buttati giù da un unico intercettore dell’aviazione kuwaitiana: per l’esattezza un F18 Hornet, prodotto dalla stessa azienda che costruisce l’F15.
La versione dell’incidente adesso però comincia a vacillare. Perché sui social è apparso un video che mostra il primo abbattimento: si vedono con chiarezza l’Hornet kuwaitiano e lo Strike Eagle Usa a brevissima distanza. E’ praticamente un dogfight, come i duelli del film “Top Gun” in cui vince chi riesce a mettersi alle spalle dell’avversario. E il pilota arabo apre il fuoco dopo avere potuto esaminare bene la sua preda, tirandogli contro un missile Sidewinder che si è diretto contro il calore del motore dell’F15.
Tra il caccia americano e i Mig29 impiegati dall’aeronautica di Teheran c’è una vaga somiglianza. Possibile che il pilota abbia fatto uno sbaglio nella frenesia dell’esordio in guerra? Già, ma resta incredibile che abbia perseverato e distrutto altri due aerei del Pentagono nel giro di una quindicina di minuti.
Il sito specializzato The War Zone ha fatto esaminare le immagini dello scontro a un ex pilota di F18 Hornet, che è il “cavallo di battaglia” anche dell’Us Navy. E un altro ex comandante dello stesso velivolo – C. W. Lemonine – ha analizzato il filmato sul suo canale Youtube. Il loro verdetto è unanime: sembra impossibile che non abbia riconosciuto su chi stava sparando e soprattutto non può essersi sbagliato tre volte di fila. Repubblica ha sottoposto il video a due ex piloti italiani di intercettori e anche loro sono giunti alle stesse conclusioni: il triplo errore è inverosimile.
Che alternativa resta? Quella che nel gergo bellico viene chiamata “Green on blue”: un’azione deliberata contro un alleato. E’ accaduta spesso in Afghanistan, quando soldati dell’esercito di Kabul hanno attaccato alle spalle le forze della Nato: quasi sempre si trattava di reclute di etnia pashtun – la stessa dei talebani – che hanno puntato i mitragliatori contro chi li aveva addestrati. Ma i piloti delle monarchie del Golfo vengono selezionati con cura - il Kuwait ha acquistato solo 27 Hornet – e frequentano scuole di volo occidentali. Possibile che un ufficiale per conversione al radicalismo religioso o motivi personali abbia deciso di andare contro agli americani?
Il nome dell’asso all’incontrario non è stato reso noto. E neppure la nazionalità, perché non è raro che in quei Paesi con popolazione ridotta – meno di cinque milioni di abitanti nell’Emirato – si ingaggino aviatori stranieri: spesso sono veterani europei o americani, ma ci sono pure pakistani, egiziani e giordani attratti da retribuzioni molto più alte. Il giallo resta intatto. Ma c’è chi invita a diffidare dei complotti e ricorda una massima: “Mai attribuire alla malizia quello che è pura incompetenza”. Nei ranghi delle aviazioni arabe la scarsa preparazione, soprattutto tra i tanti comandanti che appartengono alle famiglie reali, non è affatto infrequente.