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Dietro le scelte militari non ci sono solo elementi strategici e politici: spesso c’è anche un fattore psicologico. Ed è quello che da settimane spinge il Pentagono a studiare una missione impossibile: mandare le forze speciali a prelevare le scorte di uranio iraniane. Dal 1980 tutti gli ufficiali americani sognano di riscattare l’incubo di “Eagle Claw”, il fallimento del blitz per liberare gli ostaggi catturati nell’ambasciata di Teheran invasa dagli studenti khomeinisti. Una vera disfatta: il quadrimotore Hercules che si scontra con un elicottero durante il rifornimento notturno sulla pista improvvisata nel deserto; altri cinque elicotteri abbandonati con i serbatoi a secco. Fu l’esordio nefasto della Delta Force. Che adesso, dopo il blitz in cui ha catturato il presidente venezuelano Maduro, potrebbe vendicarsi tornando a colpire nel cuore dell’Iran.
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Iscriviti a "La sottile linea rossa", la nuova newsletter firmata Gianluca Di Feo per capire come stanno cambiando le guerre.
Dietro le scelte militari non ci sono solo elementi strategici e politici: spesso c’è anche un fattore psicologico. Ed è quello che da settimane spinge il Pentagono a studiare una missione impossibile: mandare le forze speciali a prelevare le scorte di uranio iraniane. Dal 1980 tutti gli ufficiali americani sognano di riscattare l’incubo di “Eagle Claw”, il fallimento del blitz per liberare gli ostaggi catturati nell’ambasciata di Teheran invasa dagli studenti khomeinisti. Una vera disfatta: il quadrimotore Hercules che si scontra con un elicottero durante il rifornimento notturno sulla pista improvvisata nel deserto; altri cinque elicotteri abbandonati con i serbatoi a secco. Fu l’esordio nefasto della Delta Force. Che adesso, dopo il blitz in cui ha catturato il presidente venezuelano Maduro, potrebbe vendicarsi tornando a colpire nel cuore dell’Iran.
Il nocciolo delle ambizioni nucleari degli ayatollah è nei 409 chili di uranio arricchito al 60 per cento: ci vuole relativamente poco per portarlo al 90% e costruire dieci bombe atomiche. Gli ispettori dell’Onu ritengono che si trovi ancora nella base di Isfahan, custodito nei sotterranei crivellati lo scorso giugno dai bombardieri B2 Spirit con gli ordigni “spacca-bunker”. Lì negli scorsi mesi i Guardiani della Rivoluzione hanno fatto molti lavori, spiati dai satelliti. Sono state ricostruite le strade e irrobustite le difese. Poi a metà febbraio, nel timore di un attacco, gli ingressi sono stati sigillati con tonnellate di terra. Ne resterebbe aperto solo uno, protetto con barriere di cemento.
Espugnare questa fortezza sembra un’impresa folle. Si trova a mille chilometri dai confini, sotto una montagna che però è molto vicina a una metropoli con tre milioni di abitanti. La rete di gallerie scavate sotto 80 metri di roccia appare inviolabile. I rischi sono enormi: qualsiasi squadra d’assalto potrebbe ritrovarsi intrappolata tra i nemici.
«Tutto si può realizzare, ma bisogna partire dall’analisi delle difficoltà», sottolinea con lo spirito del paracadutista il generale Maurizio Fioravanti, ex comandante della Folgore e di tutte le forze speciali italiane: «La struttura di Isfahan si trova a 1.600 metri di altitudine, dove la quota riduce le prestazioni degli elicotteri. Per questo sarà indispensabile individuare una strada o uno sterrato dove possano atterrare aerei cargo, altrimenti sarà impossibile evacuare la task force. Ma la cosa più importante è la presenza di uomini infiltrati molto prima dell’ora X, che conoscano il terreno e appoggino il blitz iniziale».
Chi è in grado di farcela? Anzitutto gli israeliani, che l’8 settembre 2024 hanno condotto un raid simile in Siria. Cento incursori dell’Unità 5101 Shaldag sono calati con elicotteri CH53 sulla fabbrica sotterranea di Masyaf: un colossale tunnel a forma di ferro di cavallo, creato ad oltre settanta metri di profondità da ingegneri iraniani per assemblare missili balistici. Una serie di bombardamenti in altre località ha distratto l’esercito dell’allora regime di Damasco. Contemporaneamente, un commando sbarcato giorni prima è entrato in azione e ha ucciso le sentinelle, circa trenta. Poi sono arrivati gli altri parà che sono penetrati nei tunnel prelevando documenti e apparecchiature. Alla fine, quintali di esplosivo hanno smantellato il complesso.
Masyaf però era a soli 45 chilometri dalla costa e a duecento dalla frontiera israeliana: la squadriglia è passata sul mare, senza venire avvistata. Gli aeroporti americani più vicini a Isfahan distano duemila chilometri, una sfida mai tentata per un attacco dal cielo.
Per prima cosa, come nel 1980, sarebbe necessaria una base intermedia. Che forse sta già nascendo: da giorni vengono segnalati e filmati voli di velivoli cargo Hercules statunitensi nel deserto iracheno. Avvengono nella regione di Najaf, a mille chilometri dall’obiettivo.
Il Mossad ha 007 infiltrati nella Repubblica Islamica, che possono sorvegliare la montagna dell’uranio e abbattere le guardie. E il grosso delle truppe d’assalto? Si ipotizzano oltre duecento tra israeliani dello Shaldag e americani della Delta Force. «L’ideale – confida a Repubblica una testa di cuoio – sarebbe piombare accanto all’ingresso con gli alianti, che possono trasportare in silenzio mezzi e uomini». La copertura dall’alto verrebbe garantita da droni Reaper, cacciabombardieri e soprattutto dagli AC-130 Ghostrider con a bordo mitragliera a tiro rapido e cannone. Per neutralizzare il presidio potrebbero tornare in scena le armi segrete che hanno sbaragliato la scorta di Maduro: si ipotizza sino stati usati “cannoni sonori” che paralizzano le persone, impedendo qualsiasi reazione.
La Delta Force dispone di un team addestrato a maneggiare sostanze radioattive – l’uranio allo stato gassoso è contenuto in cilindri – che con robot ruotati provvederebbe a tirarlo fuori dalle gallerie e raggiungere la pista per il recupero. A quel punto, gli Hercules prenderebbero terra imbarcando in fretta la preda nucleare e i militari.
Facile a dirsi, difficilissimo da concretizzare. Anche con un coordinamento perfetto e con la supremazia aerea, i pericoli restano altissimi. Perché correrli? Perché solo il recupero dell’uranio può consegnare a Donald Trump un successo netto e l’occasione per chiudere una guerra sfuggita a ogni controllo.