Blitz più intensi sull’Iran, ma Trump apre al dialogo. Netanyahu frena: “C’è ancora da fare”
dal nostro corrispondente Paolo MastrolilliNEW YORK – Il capo del Pentagono annuncia la giornata «più intensa» di bombardamenti dall’inizio della guerra contro l’Iran, ma poi la Casa Bianca ripete che gli obiettivi della campagna restano sempre gli stessi, non cita il cambio di regime e dice che sarà il presidente Trump a stabilire quando la distruzione delle capacità militari di Teheran avrà provocato la resa incondizionata degli ayatollah, che loro accettino di riconoscerla o meno. Tutto questo sullo sfondo della conferma che dall’inizio dell’intervento circa 140 soldati americani sono rimasti feriti, 8 in maniera grave, più di quanto si fosse pensato finora. In altre parole l’incertezza continua a dominare l’orizzonte delle operazioni, con un impatto crescente sul settore dell’energia che invece auspica la fine dell’escalation, almeno intorno allo stretto di Hormuz.
Lunedì Trump aveva detto che la guerra era quasi completa, forse proprio per calmare i mercati scossi dall’impennata del prezzo del petrolio. Alla Fox ha r…
NEW YORK – Il capo del Pentagono annuncia la giornata «più intensa» di bombardamenti dall’inizio della guerra contro l’Iran, ma poi la Casa Bianca ripete che gli obiettivi della campagna restano sempre gli stessi, non cita il cambio di regime e dice che sarà il presidente Trump a stabilire quando la distruzione delle capacità militari di Teheran avrà provocato la resa incondizionata degli ayatollah, che loro accettino di riconoscerla o meno. Tutto questo sullo sfondo della conferma che dall’inizio dell’intervento circa 140 soldati americani sono rimasti feriti, 8 in maniera grave, più di quanto si fosse pensato finora. In altre parole l’incertezza continua a dominare l’orizzonte delle operazioni, con un impatto crescente sul settore dell’energia che invece auspica la fine dell’escalation, almeno intorno allo stretto di Hormuz.
Lunedì Trump aveva detto che la guerra era quasi completa, forse proprio per calmare i mercati scossi dall’impennata del prezzo del petrolio. Alla Fox ha ripetuto di essere pronto a dialogare, ma alle sue condizioni. Il premier israeliano Netanyahu ha chiosato che le operazioni procedono bene, ma «il lavoro non è ancora finito». In serata i Pasdaran hanno avvertito che non consentiranno l’esportazione di «un solo litro di greggio dalla regione alla parte ostile e ai suoi partner fino a nuovo avviso», mentre il leader della sicurezza Ali Larijani ha minacciato: «Fate attenzione a non essere eliminati voi». Trump allora ha cambiato tono, avvertendo che se la Repubblica islamica avesse bloccato le rotte del petrolio, sarebbe stata colpita «venti volte più forte di quanto non sia avvenuto finora». Gli ayatollah hanno risposto con una nuova ondata di missili, diretti anche contro le raffinerie vicino Abu Dhabi.
Ieri mattina il filo è stato ripreso dal capo del Pentagono Hegseth, in conferenza stampa col capo degli Stati Maggiori Riuniti Caine. Ha preannunciato «l’attacco più duro» dall’inizio del conflitto e ha consigliato a Teheran di «ascoltare il presidente quando chiede la rinuncia al nucleare». La Cnn ha riportato che gli iraniani stanno minando Hormuz. Gli Usa hanno prima annunciato e poi negato che scorteranno le petroliere, ma Donald ha avvertito: «Se lo fanno li colpiremo come mai». Il costo della guerra intanto sale, con 7 soldati americani morti, circa 140 feriti, e 5,6 miliardi di dollari spesi.
Il Wall Street Journal ha scritto che alcuni consiglieri di Trump gli stanno consigliando di trovare una via d’uscita, anche per i rischi che corre alle elezioni midterm se torna l’inflazione accompagnata dalla recessione. Perciò la portavoce Karoline Leavitt ha aggiunto un briefing non previsto all’agenda per fare chiarezza. Gli obiettivi restano gli stessi: distruggere missili e marina, fermare le azioni destabilizzanti dei proxy tipo Hezbollah, e bloccare il programma nucleare. Niente cambio di regime, almeno ufficialmente, anche se il presidente ha avvertito che la nuova guida suprema Khamenei non gli piace e non potrà «vivere in pace».
Trump aveva chiesto la «resa incondizionata» per chiudere la guerra, ma Leavitt ha spiegato che non è necessario un proclama di Teheran per decretarla: «Avevamo previsto una campagna di quattro o sei settimane, sta procedendo più velocemente. Sarà il presidente a stabilire quando le capacità militari dell’Iran saranno degradate al punto di costituire una resa incondizionata, anche se non l’ammettono». Un linguaggio che serve a lasciargli lo spazio di manovra e la copertura politica necessaria per rivendicare la vittoria e fermarsi, quando vorrà.