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Così i generali iraniani hanno spiazzato l’armata di Trump

(afp)

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I comandanti di Teheran hanno fatto tesoro delle lezioni delle ultime guerre: tutte le basi Usa sono state colpite. Mentre Washington ha ignorato le minacce
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Dopo dodici giorni di battaglia e quasi diecimila obiettivi iraniani distrutti, la reazione degli ayatollah continua a essere sorprendente: ieri Israele è stata attaccata cinque volte. Le prime rivelazioni sui raid condotti dai pasdaran indicano come si siano preparati con grande cura allo scontro finale mentre la pianificazione statunitense è stata incredibilmente superficiale, al punto da ignorare la minaccia contro le proprie basi e soprattutto il problema dello Stretto di Hormuz.

Nel valutare la forza di un esercito in guerra, i generali più esperti non considerano soltanto le armi e gli uomini: il fattore chiave è la capacità di adattarsi agli sviluppi del conflitto. Una sfida considerata intellettuale, non tecnologica: bisogna esaminare la situazione, capire quali trasformazioni sono necessarie e renderle concrete. Ucraini e russi gestiscono il processo di adattamento senza sosta: ogni sei mesi il modo di combattere cambia. L’Iran ha fatto tesoro delle lezioni del passato m…

Dopo dodici giorni di battaglia e quasi diecimila obiettivi iraniani distrutti, la reazione degli ayatollah continua a essere sorprendente: ieri Israele è stata attaccata cinque volte. Le prime rivelazioni sui raid condotti dai pasdaran indicano come si siano preparati con grande cura allo scontro finale mentre la pianificazione statunitense è stata incredibilmente superficiale, al punto da ignorare la minaccia contro le proprie basi e soprattutto il problema dello Stretto di Hormuz.

Nel valutare la forza di un esercito in guerra, i generali più esperti non considerano soltanto le armi e gli uomini: il fattore chiave è la capacità di adattarsi agli sviluppi del conflitto. Una sfida considerata intellettuale, non tecnologica: bisogna esaminare la situazione, capire quali trasformazioni sono necessarie e renderle concrete. Ucraini e russi gestiscono il processo di adattamento senza sosta: ogni sei mesi il modo di combattere cambia. L’Iran ha fatto tesoro delle lezioni del passato mentre gli americani le hanno drammaticamente trascurate.

Gli strateghi della Repubblica Islamica, grazie alla collaborazione di Mosca, hanno studiato quello che accade in Ucraina. Si sono poi concentrati sui bombardamenti condotti dagli israeliani a giugno, cercando di ricostruire il modo in cui venivano individuate le rampe di lancio. E hanno focalizzato le ricerche sulle difficoltà nel fare scudo alle città dello Stato ebraico in quel conflitto, dovute soprattutto alla carenza di intercettori per le batterie anti-missile. Ne esistono solo di tre modelli. Le Israeli Defense Forces hanno consumato Arrow in quantità. Una ricerca del Center for Strategic and International Studies sostiene che gli Usa hanno sparato tra 100 e 250 Thaad, ossia tra un quinto e metà di quelli disponibili, mentre l’Us Navy ha usato 80 Standard SM-3 pari a un quinto delle riserve.

Questi sono stati gli snodi per impostare la ritorsione. La mossa iniziale di Teheran è stata scardinare le difese antimissile: hanno distrutto cinque dei radar più importanti che avvistavano gli ordigni in arrivo. Così hanno aperto un varco per le successive incursioni che hanno colpito 17 installazioni americane, incluse tutte le undici basi militari esistenti in Medio Oriente. Nel comando della Quinta Flotta in Bahrain ci sono stati danni per duecento milioni; il valore globale delle devastazioni supera tre miliardi di dollari.

Per riuscire a portare il terrore sul territorio israeliano, hanno puntato sulla produzione di missili con testata a grappolo che sganciano una pioggia di ordigni prima di venire abbattuti: dei trecento scagliati nei primi giorni, metà erano “cluster” con questa carica micidiale. Con un’operazione di intelligence, hanno localizzato gli alberghi dove dormiva il personale del Pentagono in tre città e li hanno centrati, fortunatamente senza causare morti: si è trattato del tentativo di provocare un alto numero di vittime che avrebbero pesato sulla Casa Bianca.

In particolare, i pasdaran sono stati abili nel nascondere gli armamenti chiave e mantenere attiva una catena di comando, diluendo le partenze nella speranza che americani ed israeliani – ma anche le monarchie arabe – esaurissero le munizioni prima di loro. Dopo un drastico calo, da quattro giorni le partenze di droni Shahed hanno ripreso a crescere: in Israele si teme che possano ulteriormente aumentare nelle prossime ore.

Il calcolo dei colpi rimasti adesso è fondamentale per stimare quanto proseguirà la guerra. Washington ostenta ottimismo. “Abbiamo fatto progressi significati nel ridurre le loro rappresaglie – ha dichiarato il capo di Stato maggiore Dan Caine -. Gli attacchi di missile balistici sono diminuiti del 90 per cento, quelli di droni kamikaze dell’83 per cento”. Al Pentagono però – come hanno confidato due ufficiali al New York Times – comincia a circolare il sospetto che le informazioni sui lanciatori iraniani siano lacunose. E che l’arsenale accumulato dagli ayatollah sia superiore alle stime più pessimistiche. Per la Repubblica Islamica solo il fatto di proseguire gli attacchi rappresenta una vittoria: dimostra al mondo che né l’uccisione di Alì Khamenei né la massiccia campagna di bombardamenti hanno spezzato il regime.

La macchina bellica dell’amministrazione Trump ha commesso altri errori grossolani, chiudendo gli occhi su due scenari fin troppo scontati. Non ha previsto che gli ayatollah avrebbero tempestato di ordigni i Paesi del Golfo, mettendo al tappeto l’attività economica in tutta la regione: ieri i depositi di greggio nel porto omanita di Salalah sono stati incendiati e due droni hanno cercato di raggiungere il più grande impianto estrattivo saudita. Ancora più stupefacente è che Washington non si sia preoccupata di proteggere la navigazione attraverso Hormuz, generando una crisi petrolifera mondiale. Gli americani ripetono di avere affondato tutte le navi della flotta iraniana, ma i Guardiani della Rivoluzione contano su altro: droni volanti e naviganti, razzi e tantissime mine.

“La guerra è una questione troppo seria per lasciarla ai generali”, ha detto il premier francese Clemenceau nel 1917, sottolineando come oltre agli aspetti militari vadano tenuti presente altri fattori economici e politici. Ma i vertici delle forze armate statunitensi erano stati chiari nel presentare le incognite dell’offensiva contro l’Iran: Donald Trump non li ha ascoltati e ora deve trovare una via d’uscita.

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