ROMA – Hormuz è un antico incubo delle flotte occidentali. Oggi in teoria si potrebbe renderlo sicuro schierando un’armata di droni: in cielo, in mare e sott’acqua. Le tecnologie esistono, i prototipi pure ma nessuna forza armata della Nato dispone di sistemi operativi. Che invece gli iraniani hanno messo a punto da anni: barchini esplosivi telecomandati, bombe volanti di ogni dimensione e persino droni-sommergibili. I pasdaran si sono addestrati per trasformare lo Stretto dell’oro nero in una fortezza, presidiata da batterie di razzi, di missili antinave e da tantissime mine marittime.
Per capire quali siano le insidie di una spedizione a Hormuz basta guardare al passato. Negli anni Ottanta, all’apice del conflitto tra Iran e Iraq, entrambi i contendenti hanno cominciato ad aprire il fuoco sulle petroliere. Teheran si è concentrata sulle cisterne kuwaitiane che trasportavano anche il greggio di Saddam Hussein, all’epoca amico dell’Occidente. Ma pure gli iracheni non hanno risp…
ROMA – Hormuz è un antico incubo delle flotte occidentali. Oggi in teoria si potrebbe renderlo sicuro schierando un’armata di droni: in cielo, in mare e sott’acqua. Le tecnologie esistono, i prototipi pure ma nessuna forza armata della Nato dispone di sistemi operativi. Che invece gli iraniani hanno messo a punto da anni: barchini esplosivi telecomandati, bombe volanti di ogni dimensione e persino droni-sommergibili. I pasdaran si sono addestrati per trasformare lo Stretto dell’oro nero in una fortezza, presidiata da batterie di razzi, di missili antinave e da tantissime mine marittime.
Per capire quali siano le insidie di una spedizione a Hormuz basta guardare al passato. Negli anni Ottanta, all’apice del conflitto tra Iran e Iraq, entrambi i contendenti hanno cominciato ad aprire il fuoco sulle petroliere. Teheran si è concentrata sulle cisterne kuwaitiane che trasportavano anche il greggio di Saddam Hussein, all’epoca amico dell’Occidente. Ma pure gli iracheni non hanno risparmiato munizioni: nel 1984 sono state attaccate complessivamente 40 navi e il numero è progressivamente aumentato. Nell’estate 1987 il Kuwait ha chiesto soccorso e Ronald Reagan ha ordinato un’operazione militare. Poiché il diritto internazionale aveva ancora valore, i tanker dell’Emirato hanno cambiato nazionalità e issato la bandiera a stelle e strisce, giustificando la scorta del Pentagono.
L’Us Navy si è così infilata in mezzo a una guerra. La missione è stata definita «più fortunata che valida»: spesso infatti è stato sfiorato il disastro. Un esempio? Due missili iracheni per errore hanno centrato il cacciatorpediniere Stark, uccidendo 37 marinai. Soprattutto gli americani hanno trascurato le mine. Un mercantile e due fregate sono stati danneggiati dagli ordigni sommersi: una ha rischiato di affondare.
A quel punto Washington ha scatenato la rappresaglia. Il 14 aprile 1988 tre unità iraniane sono state colate a picco e due piattaforme petrolifere - trasformate in avamposti dei Guardiani della Rivoluzione - smantellate a cannonate. L’ultimo episodio della lotta per Hormuz è stato anche il più terribile. Un incrociatore statunitense ha abbattuto un Airbus passeggeri iraniano, scambiato per un bombardiere: sono morte 290 persone, inclusi 65 bambini. Quindici giorni dopo Teheran e Baghdad hanno firmato la pace.
Anche l’Italia ha avuto un ruolo. L’amministrazione Reagan ci aveva domandato di partecipare all’operazione, come hanno fatto francesi e britannici. Nel giugno 1987 il premier Amintore Fanfani, d’intesa con il ministro degli Esteri Giulio Andreotti negano il sostegno, subendo critiche da Bettino Craxi e Giovanni Spadolini. Ad agosto per conto del nuovo governo guidato da Giovanni Goria, il titolare della Difesa Renato Zanone ribadisce: «Risponderemo no alla richiesta degli Stati Uniti». Passa un mese e le vedette degli ayatollah assaltano il mercantile Jolly Rubino, ferendo gravemente il comandante. La posizione dell’esecutivo si ribalta e viene spedita ad Hormuz un’inedita missione nazionale per proteggere le nostre navi. Lo schieramento è proseguito per un anno, ripulendo dalle bombe 700 mila miglia quadrate di mare. In Parlamento c’è stata un’opposizione dura, con il sospetto sollevato dai radicali – in prima fila Francesco Rutelli – che la Jolly Rubino trasportasse armi per l’Iraq.
Nel settembre 1990 ci siamo tornati, insieme alla coalizione internazionale per liberare il Kuwait invaso da Saddam Hussein. Sono salpate due corvette e due fregate, con 760 marinai. Quando è iniziata la “Tempesta del Deserto”, le abbiamo sostituite con i più utili cacciamine impegnati a stanare gli ordigni iracheni: in alcuni casi si trattava di sofisticati apparati made in Italy. Corsi e ricorsi storici. Che ci mettono davanti agli stessi scenari, ma con minacce ancora più pericolose.