DUBAI – Piove sugli Emirati Arabi. Ma la nebbiolina di vapore scatenata da acqua e alte temperature non basta a placare l’altra vera pioggia: quella di droni e missili iraniani che continuano ad abbattersi più volte al giorno sul Paese. Gli alert sono suonati più volte anche ieri. E a fine giornata il Ministero della Difesa emiratino ha fatto la consueta triste conta: «Abbiamo intercettato 8 missili su 9 e 26 droni su 35». Uno dei veivoli senza pilota che è riuscito a bucare le maglie ha colpito la raffineria del Ruwais Industrial Complex, la più grande del Medio Oriente, a 230 km dalla capitale. L’incendio è stato contenuto e non si registrano feriti, ma nel frattempo l’impianto è stato chiuso «per precauzione». A essere preso di mira, poi, è stato pure il consolato degli Emirati nel Kurdistan. Un’azione che ha indignato gli altri Paesi del Golfo concordi nell’esprimere solidarietà ad Abu Dhabi: «Violate le più elementari norme diplomatiche».
Come già nei giorni scorsi, gli atta…
DUBAI – Piove sugli Emirati Arabi. Ma la nebbiolina di vapore scatenata da acqua e alte temperature non basta a placare l’altra vera pioggia: quella di droni e missili iraniani che continuano ad abbattersi più volte al giorno sul Paese. Gli alert sono suonati più volte anche ieri. E a fine giornata il Ministero della Difesa emiratino ha fatto la consueta triste conta: «Abbiamo intercettato 8 missili su 9 e 26 droni su 35». Uno dei veivoli senza pilota che è riuscito a bucare le maglie ha colpito la raffineria del Ruwais Industrial Complex, la più grande del Medio Oriente, a 230 km dalla capitale. L’incendio è stato contenuto e non si registrano feriti, ma nel frattempo l’impianto è stato chiuso «per precauzione». A essere preso di mira, poi, è stato pure il consolato degli Emirati nel Kurdistan. Un’azione che ha indignato gli altri Paesi del Golfo concordi nell’esprimere solidarietà ad Abu Dhabi: «Violate le più elementari norme diplomatiche».
Come già nei giorni scorsi, gli attacchi hanno colpito anche altri Stati: a Manama, capitale del Bahrein, è stato colpito un edificio residenziale: una donna di 29 anni è morta e altre otto persone sono rimaste ferite. Un altro drone ha invece centrato un hotel che ospitava personale statunitense. E ci sono state esplosioni vicine alla base della Quinta Flotta della Marina Usa. Pure in Arabia Saudita la giornata è stata movimentata: Riad ha fatto sapere di aver distrutto un missile balistico e abbattuto due droni nella sua regione orientale.
D’altronde, ieri i lanci iraniani si sono spinti ben più in là. Dopo che l’aeronautica israeliana aveva colpito nella notte laboratori nucleari nell’area di Teheran, i pasdaran hanno infatti risposto prendendo di mira un centro militare e un altro di intelligence nella città costiera di Haifa. Obiettivi che hanno successivamente definito «centri di ricezione di informazioni dai satelliti spia, che svolgevano un ruolo chiave nella produzione di armi, di fondamentale importanza strategica per il rafforzamento delle capacità di combattimento del nemico».
Ieri anche Teheran è stata oggetto di nuovi, massicci attacchi israelo-americani, concentrati soprattutto sulle caserme di pasdaran e basij. Un missile ha colpito l’autostrada Bagheri uccidendo 4 persone. E ci sono danni ad almeno 265 unità civili nell’area di Khomeyn, che è stata bersagliata a causa della presunta presenza di strutture missilistiche dei pasdaran. Missili pure sull’antica città di Isfahan dove si registrano danni al seicentesco palazzo Chehel Sotoun, patrimonio dell’umanità. Qui, due giorni fa, era già stato colpito pure il consolato generale russo, senza però provocare vittime.
Nonostante questi raid, gli ayatollah sembrano essere ancora dotati di un arsenale importante, niente affatto esaurito. Tanto che ieri un editoriale del Wall Street Journal in cui si faceva la conta dei Paesi coinvolti - dodici – e delle conseguenze economiche e politiche della nuova guerra, lo diceva chiaro: «C’è stato un errore di valutazione su come avrebbe reagito Teheran». Gli americani erano infatti convinti che decapitare la leadership iraniana con l’uccisione della Guida Suprema Ali Khamenei avrebbe provocato il collasso del regime e aperto la strada a una collaborazione. Così non è stato: «Lo scontro rischia di trasformarsi in un lungo conflitto di logoramento senza una chiara via d’uscita».