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“Se continuano ad attaccarci il conflitto si allargherà ancora. Iran più sicuro con l’atomica”

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Abdolreza Davari, consigliere dell’ex presidente Ahmadinejad: “Va rivista la nostra dottrina nucleare”
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«Se la pressione militare sull’Iran dovesse intensificarsi, la guerra potrebbe estendersi». Abdolreza Davari conosce bene i meccanismi del potere a Teheran. Consigliere per i media dell’ex presidente conservatore Ahmadinejad, ha lavorato al ministero degli Interni ed è un sostenitore convinto della Repubblica islamica, cosa che gli consente in questi giorni di guerra di avere accesso a Internet nonostante la maggioranza della popolazione ne sia stata privata.

Cosa significa questa guerra per la Repubblica islamica?

«Fino al 1979, l’Iran è stato uno degli alleati più stretti degli Stati Uniti in Medio Oriente, svolgeva un ruolo centrale nell’architettura di sicurezza regionale americana nell’ambito della strategia di contenimento dell’Unione Sovietica. La Rivoluzione Islamica è stata una svolta fondamentale, ha ridefinito la politica estera dell’Iran intorno al principio di indipendenza dalle grandi potenze, in particolare dagli Usa. Molti in Iran interpretano le tensioni degli ul…

«Se la pressione militare sull’Iran dovesse intensificarsi, la guerra potrebbe estendersi». Abdolreza Davari conosce bene i meccanismi del potere a Teheran. Consigliere per i media dell’ex presidente conservatore Ahmadinejad, ha lavorato al ministero degli Interni ed è un sostenitore convinto della Repubblica islamica, cosa che gli consente in questi giorni di guerra di avere accesso a Internet nonostante la maggioranza della popolazione ne sia stata privata.

Cosa significa questa guerra per la Repubblica islamica?

«Fino al 1979, l’Iran è stato uno degli alleati più stretti degli Stati Uniti in Medio Oriente, svolgeva un ruolo centrale nell’architettura di sicurezza regionale americana nell’ambito della strategia di contenimento dell’Unione Sovietica. La Rivoluzione Islamica è stata una svolta fondamentale, ha ridefinito la politica estera dell’Iran intorno al principio di indipendenza dalle grandi potenze, in particolare dagli Usa. Molti in Iran interpretano le tensioni degli ultimi quattro decenni — tra cui sanzioni economiche, pressioni politiche, operazioni segrete e periodici scontri militari — come parte di un conflitto continuo per l’influenza e l’autonomia strategica».

Dal punto di vista di Teheran quando e come potrebbe finire il conflitto?

«Un possibile scenario è l’escalation controllata, in cui entrambe le parti continuano a effettuare attacchi limitati cercando al contempo di evitare una guerra regionale su vasta scala. Un altro è l’espansione del conflitto. Se la pressione militare dovesse intensificarsi, la guerra potrebbe estendersi ai Paesi che consentono l’utilizzo del proprio territorio come base per attacchi contro l’Iran. Un terzo scenario, difficile ma comunque possibile, è un ritorno alla diplomazia».

A quali condizioni il sistema sarebbe disposto ad avvenire un negoziato?

«Qualsiasi negoziato richiederebbe garanzie credibili che gli Stati Uniti cesseranno le azioni aggressive e rispetteranno gli interessi di sicurezza e sovranità dell’Iran. L’obiettivo dell’Iran sarebbe garantire che il cessate il fuoco non sia solo una pausa temporanea, ma un passo che prevenga ulteriori attacchi. L’Iran chiederebbe la garanzia che i Paesi che ospitano basi militari statunitensi o che fungono da piattaforme per attacchi contro l’Iran non rappresentino più una minaccia. In sintesi: garanzie di sicurezza, rispetto della sovranità e misure concrete per prevenire un’ulteriore escalation».

Gli Stati Uniti chiedono concessioni sul nucleare. L’Iran sarebbe disposto a darle?

«Se gli Stati Uniti revocassero tutte le sanzioni, l’Iran sarebbe pronto a sospendere volontariamente l’arricchimento dell’uranio, non ad abbandonare completamente il suo programma nucleare. Dico di più: in Iran crediamo che il nuovo leader dovrebbe accantonare la fatwa dell’ayatollah Ali Khamenei che proibisce la produzione di armi nucleari. Solo un singolo test nucleare e una dichiarazione pubblica sull’essere diventati una potenza nucleare possono garantire in modo permanente la sicurezza territoriale dell’Iran. Prima di affrontare una minaccia nucleare da parte di Israele, dobbiamo prendere una decisione storica».

Quanti sono a pensarla così all’interno del sistema?

«Se gli attacchi di Stati Uniti e Israele si intensificassero, tutti i pilastri del sistema e ampi settori dell’opinione pubblica aumenterebbero la richiesta di costruire armi nucleari e di accantonare la fatwa di Ali Khamenei».

Lei conosce Mojtaba Khamenei, la nuova Guida suprema: dal suo punto di vista che figura politica è?

«Bisogna innanzitutto dire che la Guida Suprema svolge un ruolo centrale nel definire la direzione strategica del Paese, ma il sistema politico iraniano è istituzionalizzato. Le principali decisioni non sono determinate da un singolo individuo, ma da una rete più ampia di istituzioni che rispetta i principi strategici fondamentali del sistema, come l’indipendenza politica, la deterrenza e la resistenza alla dominazione esterna».

Molti elementi del suo passato fanno pensare che Mojtaba Khamenei sia più conservatore e radicale del padre.

«L’Ayatollah Mojtaba Khamenei è generalmente considerato una figura più giovane e lungimirante all’interno dell’apparato clericale iraniano, aperto a nuove idee nel quadro della Repubblica Islamica. Alcuni analisti suggeriscono addirittura che potrebbe perseguire riforme graduali e strategiche simili a quelle attuate da Mohammed bin Salman in Arabia Saudita, puntando alla modernizzazione e all’efficienza della governance, ma preservando al contempo la stabilità complessiva del sistema».

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