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L’imbarazzo di Netanyahu che rinnega la promessa della vittoria totale sui nemici

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Il Paese è stanco di guerra, ma la speranza di liberarsi della minaccia iraniana ha convinto molti a rinnovare la fiducia al premier
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GERUSALEMME – Al giorno dodici, nei rifugi anti-missile hanno cominciato ad arrivare i mediatori. Il loro scopo è chiaro: spegnere sul nascere le tensioni che possono scoppiare fra estranei che si ritrovano chiusi in uno spazio limitato per periodi prolungati di tempo. Chi porta un cane che spaventa i bambini, chi vorrebbe chiudere la porta appena parte la sirena senza aspettare, chi rifiuta di aprire quando a bussare da fuori sono sconosciuti che magari passavano in strada e si sono ritrovati a correre senza sapere esattamente verso dove. Così, un’associazione di psicologi ha cominciato a inviare i suoi membri nei punti di aggregazione principali. Una storia, quella raccontata da Ynet, che racconta bene questo Israele di nuovo in guerra. E che della guerra comincia a essere stanco.

Intendiamoci: qui più del 70 per cento della popolazione, secondo i sondaggi, supporta l’offensiva contro l’Iran e Hezbollah. Una percentuale altissima e trasversale ai vari schieramenti politici, che…

GERUSALEMME – Al giorno dodici, nei rifugi anti-missile hanno cominciato ad arrivare i mediatori. Il loro scopo è chiaro: spegnere sul nascere le tensioni che possono scoppiare fra estranei che si ritrovano chiusi in uno spazio limitato per periodi prolungati di tempo. Chi porta un cane che spaventa i bambini, chi vorrebbe chiudere la porta appena parte la sirena senza aspettare, chi rifiuta di aprire quando a bussare da fuori sono sconosciuti che magari passavano in strada e si sono ritrovati a correre senza sapere esattamente verso dove. Così, un’associazione di psicologi ha cominciato a inviare i suoi membri nei punti di aggregazione principali. Una storia, quella raccontata da Ynet, che racconta bene questo Israele di nuovo in guerra. E che della guerra comincia a essere stanco.

Intendiamoci: qui più del 70 per cento della popolazione, secondo i sondaggi, supporta l’offensiva contro l’Iran e Hezbollah. Una percentuale altissima e trasversale ai vari schieramenti politici, che non è cambiata dall’inizio della guerra. Quelle che sono cambiate sono le aspettative: per mesi, il governo e la maggior parte dei media hanno ripetuto al Paese che contro i due nemici erano state raggiunte nel 2024 e 2025 vittorie importanti e che la loro forza era stata ridotta in maniera esponenziale. I fatti in questi giorni hanno dimostrato che così non è, e di conseguenza la gente è sorpresa e spaventata. Da dodici giorni l’Iran martella regolarmente, in particolare nella zona centrale di Israele. E anche se la maggior parte dei missili vengono intercettati, alcuni sono caduti e hanno fatto morti, minando il senso di sicurezza in luoghi come Tel Aviv, che di questo Paese sono i gangli vitali. A questo va aggiunta la pioggia di colpi che dal Libano si abbatte su Haifa, nel Nord, e sulla regione limitrofa.

Il risultato è che ci sono milioni di persone che corrono su e giù dai rifugi e che vivono la loro vita secondo il ritmo dettato da Tzofar, l’app che annuncia la possibilità che qualche missile stia per arrivare. Per non parlare delle scuole e degli uffici chiusi, dei negozi aperti a metà, e dei trasporti a ritmo ridotto: il tutto, ha annunciato il governo, andrà avanti come minimo fino al 26 marzo. Altre due settimane. Almeno.

È questo il Paese che Benjamin Netanyahu sta preparando a una vittoria che potrebbe non essere “totale” come aveva garantito in un primo momento. Il primo ministro sa che – mentre in Libano l’Idf è in grado di andare avanti da sola – in Iran la guerra finirà non appena gli Stati Uniti diranno “basta”. Un paio di settimane, secondo le stime degli analisti vicini al governo, che seguono con la massima attenzione le parole di Trump: dal «la guerra finirà rapidamente» di lunedì al «non c’è più niente da colpire» di ieri. E così, benché nessuno lo ammetta pubblicamente, il premier prepara il terreno per il passo indietro. Questo spiega perché nei suoi ultimi videomessaggi abbia invitato gli iraniani a prendere in mano la situazione. «Il nostro obiettivo è permettere alla gente di liberarsi dal giogo della tirannia. Ma alla fine spetta a loro farlo», ha detto due giorni fa.

Lo stesso timore - quello che il tempo finisca presto - fa capire perché negli ultimi giorni l’aviazione israeliana abbia preso a colpire l’Iran con un’intensità superiore a quella dei primi, con un numero di missioni intraprese e quindi di obiettivi distrutti superiore a quello degli alleati americani, come i portavoce militari non si stancano di sottolineare nei briefing alla stampa. Sulla medesima linea si colloca la decisione di “aumentare significativamente” le operazioni che ieri è stata fatta trapelare alle televisioni: e che immediatamente ha portato a un aumento nel numero dei lanci di missili iraniani su tutto il Paese. Gerusalemme compresa.

«L’interesse di Israele è ottenere una vittoria decisiva (risultato che ora pare improbabile) o, quantomeno, indebolire in modo decisivo le capacità dell’Iran. L’interesse americano potrebbe rivelarsi diverso, anche alla luce dei prezzi del petrolio e della pressione degli stati del Golfo Persico», scrive su Israel Hayom, giornale molto vicino a Netanyahu, l’analista militare Yoav Limor. Per poi concludere: «I responsabili del governo stanno cercando di abbassare le aspettative riguardo al cambio di regime come diretta conseguenza degli attacchi: è sempre più chiaro che il cambio di regime sarà possibile solo dall’interno. Al momento non sembra che ce ne siano le condizioni». Resta da capire come Trump e Netanyahu pensano di uscire dalla ragnatela di speranze e aspettative che loro stessi hanno creato.

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