L’esperto: “Netanyahu non ha un piano, questa guerra all’Iran può rivelarsi inutile”
dalla nostra inviata Francesca CaferriGERUSALEMME – Al giorno 13 della seconda guerra contro l’Iran, di salire e scendere dai rifugi Ido Dembin comincia a non poterne più. Come moltissimi qui in Israele. Nonostante ciò, come tanti, segue con attenzione gli allarmi e le istruzioni inviate ai civili e dunque prende sua figlia, un anno e mezzo, ed entra in uno spazio protetto, fino a quando non arriva l’avviso che si può uscire. Doppia cittadinanza, americana e israeliana, studi alla Columbia di New York, fondatore del think tank liberal Molad e oggi analista indipendente, Dembin è un profondo conoscitore della relazione Usa-Israele.
Quali sono le maggiori differenze fra la strategia di Trump e quella di Netanyahu?
“Prima di tutto, nessuno dei due ammetterebbe che ci sono differenze. Ma in realtà a segnare la distanza maggiore è il modo in cui la minaccia iraniana è percepita. Per la maggior parte degli israeliani è esistenziale: si ricollega a quanto accaduto nel ’67 quando gli Stati arabi attaccarono il Paese, e ancor…
GERUSALEMME – Al giorno 13 della seconda guerra contro l’Iran, di salire e scendere dai rifugi Ido Dembin comincia a non poterne più. Come moltissimi qui in Israele. Nonostante ciò, come tanti, segue con attenzione gli allarmi e le istruzioni inviate ai civili e dunque prende sua figlia, un anno e mezzo, ed entra in uno spazio protetto, fino a quando non arriva l’avviso che si può uscire. Doppia cittadinanza, americana e israeliana, studi alla Columbia di New York, fondatore del think tank liberal Molad e oggi analista indipendente, Dembin è un profondo conoscitore della relazione Usa-Israele.
Quali sono le maggiori differenze fra la strategia di Trump e quella di Netanyahu?
“Prima di tutto, nessuno dei due ammetterebbe che ci sono differenze. Ma in realtà a segnare la distanza maggiore è il modo in cui la minaccia iraniana è percepita. Per la maggior parte degli israeliani è esistenziale: si ricollega a quanto accaduto nel ’67 quando gli Stati arabi attaccarono il Paese, e ancora al 7 ottobre 2023. Qui l’idea che Israele debba difendersi da chi lo vuole annientare, e farlo con la forza, è molto forte. L’America sa che può essere attaccata o danneggiata, dalla Cina o dalla Russia magari: ma mai annientata. E non certo dall’Iran. Questo spiega perché Trump può dire che non ha più niente da bombardare e Israele trema all’idea di perdere il suo appoggio”.
Ma chi tira le fila del rapporto fra i due in questa crisi? Decide Netanyahu o decide Trump?
“Non c’è una risposta chiara. Quel che è sicuro è che da quando Trump è tornato alla Casa Bianca non ha incontrato altri leader tante volte quanto ha incontrato Netanyahu: il primo ministro presenta questo rapporto come una strettissima amicizia, cosa che piace ai suoi elettori. E che fa infuriare l’Europa: perché Trump fa così tanto per Netanyahu?, si chiedono i vostri Paesi. La risposta non c’è ma certo ci sono leader, come Netanyahu, che hanno capito come affascinare Trump, come farsi ascoltare. Un altro, all’estremo, è il nuovo sindaco di New York, Zomran Mamdani”.
Per quanto ancora Israele potrà andare avanti così? I rifugi, le scuole chiuse, lo stato di emergenza prolungato fino a fine marzo… è la seconda volta in pochi mesi.
“Io spero che finisca prima del 26 marzo, ma c’è da dire che qui in Israele la maggior parte delle persone sono a favore di questa campagna militare. E dunque non ci sono state grandi proteste. Ciò detto è innegabile che una certa stanchezza sta iniziando a insinuarsi. Lo si vede un po' nei media, lo si percepisce sui social. Non è ancora la maggioranza, ma il senso di stanchezza c’è”.
Lo si capisce anche leggendo i giornali: il numero di analisti e editorialisti che si chiedono qual è l’obiettivo ultimo di questo conflitto, il piano per il giorno dopo, aumenta di giorno in giorno. Lei è fra loro?
“Sì. Come la maggioranza degli israeliani, penso il problema non sia l’uso della forza contro l’Iran o Hezbollah, non credo nessuno dei due meriti di essere difeso. Il problema è che il governo non ha una direzione strategica su cosa fare il giorno dopo e che non c’è nessuno a chiedere conto di questo. I media sono schierati e non fanno domande. Non le fa l’opposizione politica, che ha espresso sostegno alla guerra e si è fermata lì. Il primo ministro non parla con la gente: Trump ha dato interviste a diversi giornali e ha fatto una conferenza stampa. Netanyahu si è limitato a parlare con Fox News, televisione americana, spiegando che sta gettando i semi per un cambio di regime: che vuol dire? Qual è l’obiettivo realistico? Mi dispiace dirlo ma la mia impressione è che se il regime non cade, e non sta cadendo da quello che sappiamo, avremo ottenuto solo che Mujtaba Khamenei sieda al posto di Ali Khamenei. E visto che non è meno radicale del padre, rischiamo che decida di ricostruire velocemente il programma nucleare e che dunque fra un anno, o due, o cinque, saremo di nuovo in guerra”.