NEW YORK – «Gli Stati Uniti sono di gran lunga il più grande produttore di petrolio al mondo, quindi quando i prezzi del greggio salgono facciamo molti soldi». Scrivendo questo sui social, Trump ha dato l’impressione che in fondo la crisi dell’energia, scoppiata per il blocco dello Stretto di Hormuz a causa della sua guerra contro la Repubblica islamica, gli interessi poco. Anzi, come sta facendo l’amico/rivale russo Putin, potrebbe approfittarne per incassare dollari. Subito dopo però, forse temendo gli effetti sui mercati e nelle teste degli elettori che vedono salire il prezzo della benzina, ha aggiunto: «Ma di interesse e importanza molto più grande per me, come Presidente, è fermare un Impero malvagio, l’Iran, dall’avere armi nucleari, distruggere il Medio Oriente e, in effetti, il mondo. Non permetterò mai che succeda». Continua così l’ambiguità del messaggio del presidente, stretto fra i consiglieri che lo sollecitano a cercare una via d’uscita al conflitto prima che i costi di…
NEW YORK – «Gli Stati Uniti sono di gran lunga il più grande produttore di petrolio al mondo, quindi quando i prezzi del greggio salgono facciamo molti soldi». Scrivendo questo sui social, Trump ha dato l’impressione che in fondo la crisi dell’energia, scoppiata per il blocco dello Stretto di Hormuz a causa della sua guerra contro la Repubblica islamica, gli interessi poco. Anzi, come sta facendo l’amico/rivale russo Putin, potrebbe approfittarne per incassare dollari. Subito dopo però, forse temendo gli effetti sui mercati e nelle teste degli elettori che vedono salire il prezzo della benzina, ha aggiunto: «Ma di interesse e importanza molto più grande per me, come Presidente, è fermare un Impero malvagio, l’Iran, dall’avere armi nucleari, distruggere il Medio Oriente e, in effetti, il mondo. Non permetterò mai che succeda». Continua così l’ambiguità del messaggio del presidente, stretto fra i consiglieri che lo sollecitano a cercare una via d’uscita al conflitto prima che i costi diventino troppo alti, e chi vorrebbe continuare la campagna fino al cambio di regime: come il premier israeliano Netanyahu, che ieri ha rivelato di sentirlo tutti i giorni.
Il blocco di Hormuz per far salire il prezzo del petrolio è al centro della strategia confermata dalla nuova guida suprema Mojtaba Khamenei nel suo primo messaggio, ed è anche la prima preoccupazione politica dei repubblicani in vista delle elezioni di Midterm di novembre. Perciò Trump si sta mobilitando allo scopo di contenere i costi. Preleverà 172 milioni barili dalle riserve strategiche per calmierare gli aumenti, mentre considera di sospendere il Jones Act, una legge del 1920 che obbliga ad usare navi ed equipaggi americani per tutti i trasferimenti di merci fra i porti Usa. Questa mossa servirebbe a facilitare i trasporti e diminuire il loro impatto sui prezzi, in particolare per il greggio che va dal Golfo del Messico verso la costa nord orientale del Paese. L’effetto però rischia di essere limitato dal punto di vista economico, e dannoso da quello psicologico, dando a mercati e consumatori la conferma che la crisi è grave, se il governo sente di doversi attivare.
Nel frattempo aumentano anche i dubbi sull’efficacia della strategia scelta, non perché i militari americani non stiamo riuscendo a demolire le forze armate iraniane, ma perché secondo i rapporti dell’intelligence pubblicati dalla Reuters il regime non solo è sopravvissuto agli attacchi, ma «mantiene il controllo del popolo» e non dà segnali di essere a rischio. Se così fosse, Teheran potrebbe proseguire la sua resistenza con una guerra a bassa intensità, fatta di bombardamenti mirati con droni e mine depositate nel Golfo Persico, prolungando così il conflitto a suo piacimento e moltiplicando i costi per Trump (ultima avvisaglia, un aereo da rifornimento americano perduto ieri sera nei cieli dell’Iraq).
Non solo per la crisi del petrolio, ma anche perché la prima settimana del conflitto è già costata alle casse federali 11,3 miliardi di dollari.
Il capo della Casa Bianca sta considerando se attaccare il terminale di Kharg, per paralizzare le esportazioni di petrolio iraniano, ma ieri si è occupato anche di calcio, scrivendo che la nazionale di Teheran «poteva venire ai mondiali, ma non sarebbe stato appropriato per la loro vita e sicurezza». Poi, intervenendo a un evento dedicato alle donne, ha ripetuto che l’operazione in Iran «procede rapidamente. Stiamo facendo quanto andava fatto da tempo, contro una nazione di terrore e odio, che sta pagando un grande prezzo».