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La flotta fantasma di Mosca, braccata dai sabotatori ucraini nel cuore del Mediterraneo

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I guastatori di Kiev continuano a colpire le petroliere del Cremlino. Negli ultimi sei mesi anche con l’appoggio di Trump
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Rapidi e invisibili, i misteriosi sabotatori che tutti ritengono ucraini continuano ad attaccare la flotta ombra di Mosca. L’obiettivo è evidente: vogliono combattere l’oro nero che finanzia la macchina bellica del Cremlino. E, almeno negli ultimi sei mesi, questa guerra parallela avrebbe avuto il sostegno dell’amministrazione Trump.

Washington, come Kiev, punta a portare Putin al tavolo delle trattative soffocando le esportazioni di idrocarburi, affidate a una moltitudine di cisterne con bandiere diverse: greggio di cui viene truccata la provenienza facendolo figurare turco, libico o addirittura africano. Si reputa che i battelli corsari alla fine del 2022 fossero seicento; l’anno successivo più di mille e siano ulteriormente aumentati. Solo nell’ultimo anno le navi fantasma tolgono spesso la maschera e assumono la nazionalità russa. È il caso proprio della Arctic Metagaz, oggi alla deriva nei pressi di Malta, che lo ha fatto soltanto nell’aprile 2025 dopo frequenti viaggi in Cina e…

Rapidi e invisibili, i misteriosi sabotatori che tutti ritengono ucraini continuano ad attaccare la flotta ombra di Mosca. L’obiettivo è evidente: vogliono combattere l’oro nero che finanzia la macchina bellica del Cremlino. E, almeno negli ultimi sei mesi, questa guerra parallela avrebbe avuto il sostegno dell’amministrazione Trump.

Washington, come Kiev, punta a portare Putin al tavolo delle trattative soffocando le esportazioni di idrocarburi, affidate a una moltitudine di cisterne con bandiere diverse: greggio di cui viene truccata la provenienza facendolo figurare turco, libico o addirittura africano. Si reputa che i battelli corsari alla fine del 2022 fossero seicento; l’anno successivo più di mille e siano ulteriormente aumentati. Solo nell’ultimo anno le navi fantasma tolgono spesso la maschera e assumono la nazionalità russa. È il caso proprio della Arctic Metagaz, oggi alla deriva nei pressi di Malta, che lo ha fatto soltanto nell’aprile 2025 dopo frequenti viaggi in Cina e in Egitto per consegnare gas. Con questa mossa il Cremlino ha cercato di fermare i sequestri, condotti dalla marina Usa soprattutto nei confronti delle petroliere attive in Venezuela e in un’occasione dai francesi a largo del Marocco.

Il principale teatro della sfida è il Mar Nero, ma si è allargata anche al Caspio e soprattutto al Mediterraneo, portando la battaglia pericolosamente vicino alle nostre coste. Con un episodio mai rivendicato, che resta il più inquietante: nel febbraio 2025 una carica magnetica è scoppiata sulla fiancata della Seajewel ormeggiata nel porto ligure di Vado con oltre 50 mila tonnellate di greggio. Si è rischiata una catastrofe, anche se non sembra che l’ordigno potesse affondarla: si sarebbe trattato solo di un avvertimento. La Seajewel è proprietà di un armatore greco, in passato indicato dagli ucraini come complice del traffico. Sulla vicenda è aperta un’indagine della procura di Genova.

Le aggressioni sono avvenute in prossimità di terminal russi, turchi, siriani. Ma anche i colpi messi a segno nel triangolo tra Bengasi, Creta e Sicilia sono stati numerosi. Nel febbraio 2025 la Grace Ferrum salpata dalla Cirenaica ha una devastante esplosione nella sala motori. Poco dopo ci sono notizie mai confermate di un altro sabotaggio nel terminale libico di Ras Lanuf. A dicembre il salto di qualità: il tanker Qendil è stato centrato da una raffica di droni kamikaze nel Mare Ionio. Il servizio segreto interno di Kiev, l’Sbu, ha diffuso un video con tre velivoli telecomandati che piombano sul ponte mentre un altro filma l’azione. Una dinamica che ha fatto ipotizzare la presenza di una “nave madre” da cui sarebbero decollati i droni.

La Qendil dal 2023 ha cambiato sette volte nome e bandiera, ripetendo sempre la stessa rotta tra Primorsk, alle porte di San Pietroburgo, e l’India, massimo acquirente del combustibile di contrabbando. Era stata inserita nella lista nera delle sanzioni dagli Stati Uniti e dall’Unione europea. Lunga 249 metri, non poteva colare a picco per effetto di quelle piccole bombe volanti. Invece l’operazione dello scorso 3 marzo mirava a far saltare in aria la Arctic Metagaz, trasformandola in una colossale nuvola di fuoco. Fonti russe sostengono sia stata raggiunta da uno sciame di quattro droni alati e due droni naviganti.

In questa campagna senza esclusione di colpi, c’è una storia più enigmatica delle altre. Il 24 dicembre 2024 un mercantile molto speciale noleggiato dal ministero della Difesa di Mosca ha subito più esplosioni a bordo, che hanno paralizzato i motori e poi provocato l’affondamento di fronte a Cartagena. L’Ursa Major veniva utilizzata per trasferire armamenti ma cosa avesse nelle stive non è mai stato chiarito: si è parlato di componenti per il propulsore nucleare di un rompighiaccio in costruzione nei cantieri siberiani di Vladivostock. Poi è stato avanzato un altro scenario: i motori atomici sarebbero stati destinati ai sottomarini lanciamissili della Corea del Nord. Una ricompensa per i soldati mandati dal dittatore Kim Jong-un a difendere la regione di Kursk dagli ucraini. Più volte battelli spia russi hanno perlustrato la zona del naufragio, sorvolata poi pure da un quadrireattore americano con strumentazioni per misurare la presenza di tracce radioattive nell’aria.

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