Le lunghe notti di Erbil sotto attacco: “Noi stretti tra Usa e Iran. Ma da qui non ce ne andiamo”
di Gisella LigiosERBIL – Ad Ainkawa, il quartiere cristiano di Erbil a ridosso dell’aeroporto dov’è situata la base militare Usa, prevale il silenzio. Dopo due giorni turbolenti segnati da un’escalation di attacchi, in molti preferiscono non parlare.
Chi ha un’attività economica ha molto da perdere nel prendere posizioni nette contro la presenza militare e diplomatica degli Stati Uniti, alleati chiave del governo del Kurdistan iracheno. Passati i momenti di tensione, i residenti si trincerano nella neutralità. Tutti vogliono tornare alla normalità, in una città dove da anni si convive con attacchi ricorrenti contro il Consolato americano e la base della coalizione internazionale.
Una delle figure note del quartiere è il proprietario di un kebab aperto dal 1997 in una delle vie più frequentate, meta serale soprattutto nei fine settimana. Non vuole rilasciare il suo nome e si limita a dire che molti residenti sono sollevati dal fatto che il Consolato, fino al 2025 situato nel cuore del quartiere in…
ERBIL – Ad Ainkawa, il quartiere cristiano di Erbil a ridosso dell’aeroporto dov’è situata la base militare Usa, prevale il silenzio. Dopo due giorni turbolenti segnati da un’escalation di attacchi, in molti preferiscono non parlare.
Chi ha un’attività economica ha molto da perdere nel prendere posizioni nette contro la presenza militare e diplomatica degli Stati Uniti, alleati chiave del governo del Kurdistan iracheno. Passati i momenti di tensione, i residenti si trincerano nella neutralità. Tutti vogliono tornare alla normalità, in una città dove da anni si convive con attacchi ricorrenti contro il Consolato americano e la base della coalizione internazionale.
Una delle figure note del quartiere è il proprietario di un kebab aperto dal 1997 in una delle vie più frequentate, meta serale soprattutto nei fine settimana. Non vuole rilasciare il suo nome e si limita a dire che molti residenti sono sollevati dal fatto che il Consolato, fino al 2025 situato nel cuore del quartiere in un’area ad alta densità abitativa, sia stato spostato fuori città. Fino allo scorso anno, infatti, i danni collaterali di ogni attacco alla sede consolare ricadevano inevitabilmente sulla popolazione. “Certo che siamo contenti che non sia più qui”, ribadisce il proprietario. Precisa però che “non siamo spaventati. Siamo una comunità, le nostre vite sono interconnesse”. Alla domanda su cosa farebbero se la sicurezza dovesse peggiorare, risponde con fermezza: “Se ce ne andiamo, ce ne andiamo via tutti insieme. Siamo qui in mezzo all’Iran e Stati Uniti per puro caso. Ma non abbiamo paura, perché abbiamo visto questa situazione tante volte.”
Ma non tutti mostrano la stessa serenità. Peter, appartenente alla minoranza cristiana predominante ad Ainkawa, è originario di Mosul ma vive qui da quasi dieci anni e lavora nel settore privato. “Quello che sta succedendo è preoccupante, terrificante”, racconta, spiegando che la situazione è complicata in particolare per quelli meno abituati, come i suoi fratelli. “Ho fatto spostare la mia famiglia a Duhok per una settimana, prima di farli rientrare qui”, spiega. Duhok è la città a nord del Kurdistan che al momento offre maggiore sicurezza rispetto a Erbil.
Oltre alla restrizione ai movimenti, Peter spiega un’altra delle conseguenze sui locali. “Da un punto di vista della salute mentale, il modo di vivere della gente è già cambiato rispetto a prima e spero che non dovremo avere a che fare con questa situazione a lungo. A partire dalla routine del sonno, che ho visto cambiare nei miei amici”, spiega, alludendo alle lunghe notti in cui le esplosioni avvengono sui tetti del quartiere. A preoccupare è la velocità con cui gli iracheni riescono ad abituarsi alla ciclicità dell’instabilità. “L’Iraq ha avuto tanti conflitti e le persone finiscono per abituarsi”.
L’altra faccia della medaglia è l’imprudenza mostrata da molti durante gli attacchi con missili e droni. “Alcuni sono avventati e non si preoccupano della loro sicurezza, escono a filmare e a rincorrere i droni solo per avere delle foto”. Alla domanda su quanti sminuiscono la situazione, ribatte con fermezza: “Viviamo qui, siamo terrorizzati. Non vedo come la situazione possa andare bene. Non abbiamo una notte tranquilla da dodici giorni. Non riesco a dormire. In che modo questo è normale?”.
Alcuni hanno iniziato a lasciare il quartiere per trovare rifugio temporaneo oltre il confine, in Turchia. Peter teme che possa crearsi un effetto di emulazione che porterebbe di nuovo a un esodo della minoranza cristiana e allo svuotamento di Ainkawa. Quanto alla presenza degli internazionali a Erbil, dice di aver iniziato a pensare che possano diventare un possibile target.
La de-escalation degli attacchi può avere solo una soluzione a livello politico, secondo lui. Sarebbe necessario che il governo della regione autonoma del Kurdistan e il governo federale a Baghdad si sedessero a un tavolo e trovassero un accordo per fermare le milizie responsabili degli attacchi. Traspare la consapevolezza delle responsabilità del governo nel mancato controllo dei gruppi alleati di Tehran. “In Iraq le persone sono attaccate dal loro stesso popolo. E’ come attaccare la propria casa.”
Anche Reben, che ha poco più di trent’anni ed è originario di Ainkawa e parte della stessa comunità, esprime la stessa preoccupazione. “Si tratta di una situazione di forte stress. Non abbiamo niente a che fare con i missili e i droni. La vita quotidiana è completamente cambiata, I nostri spostamenti sono limitati, ma è anche una questione di forza maggiore”, alludendo all’impotenza percepita. Racconta che i suoi fratelli sono troppo giovani per ricordare i giorni in cui il pericolo era l’Isis, per cui la situazione attuale è traumatica, mentre le sorelle maggiori, entrambe all’estero, chiamano continuamente. Tuttavia è sicuro di non voler evacuare da Erbil, neanche se la situazione diventasse più rischiosa. Alla domanda sulla presenza americana – tra il Consolato e la base militare – dice che è stata al tempo stesso una grazia e una maledizione. La gente, aggiunge, comincia però a essere stanca del clima di tensione.
A pensarla diversamente è Sheld (nome di fantasia per motivi di sicurezza), che lavora in un caffè e si occupa di contabilità. Fa parte di quella popolazione che preferisce minimizzare la situazione e mostrare resilienza: insiste che la vita quotidiana nel quartiere prosegua senza stravolgimenti. Ammette che lo spostamento del Consolato americano fuori città sia positivo, ma tiene a precisare che, a riprova del fatto che i residenti non siano spaventati, c’è l’abitudine a correre fuori a filmare il passaggio di droni e missili durante gli attacchi. “Ieri (giovedì, ndr), durante l’esplosione delle cinque, tutti sono usciti a guardare”. Durante l’orario di lavoro i suoi genitori gli scrivono per accertarsi che vada tutto bene, ma la loro percezione di insicurezza si ferma lì. La popolazione locale resta divisa tra il bisogno di continuare la vita quotidiana e la preoccupazione per ciò che verrà. L’unica certezza condivisa è che sarà una lunga notte.