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Raid Usa sull’Isola di Kharg, dov’è e perché è il tallone d’Achille dell’Iran

(afp)

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Grande appena 20 chilometri quadrati, ospita il più importante terminale petrolifero del regime iraniano. Sette milioni di barili di oro nero al giorno passano dalle sue installazioni. È il punto di partenza della maggior parte delle esportazioni petrolifere
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LONDRA – Il tallone d’Achille dell’Iran è una minuscola isola all’estremo nord del Golfo Persico: grande appena 20 chilometri quadrati, Kharg ospita il più importante terminale petrolifero del regime degli ayatollah. Sette milioni di barili di oro nero al giorno passano dalle sue installazioni. È il punto di partenza della maggior parte delle esportazioni petrolifere iraniane destinate ai mercati dell’Estremo Oriente, in particolare alla Cina. “Senza di essa”, dice Richard Nephew, un ex-negoziatore americano in Medio Oriente, al Financial Times, “l’economia iraniana sprofonderebbe”. Stanotte il presidente americano Donald Trump ha annunciato su Truth che gli Usa hanno sferrato pesanti attacchi aerei contro l'isola, risparmiando però le infrastrutture vitali attraverso cui transita il 90% circa di tutto il greggio iraniano.

“Ho scelto di non distruggere le infrastrutture petrolifere dell'isola”, ha scritto Trump. “Tuttavia, qualora l'Iran - o chiunque altro - dovesse compiere azioni …

LONDRA – Il tallone d’Achille dell’Iran è una minuscola isola all’estremo nord del Golfo Persico: grande appena 20 chilometri quadrati, Kharg ospita il più importante terminale petrolifero del regime degli ayatollah. Sette milioni di barili di oro nero al giorno passano dalle sue installazioni. È il punto di partenza della maggior parte delle esportazioni petrolifere iraniane destinate ai mercati dell’Estremo Oriente, in particolare alla Cina. “Senza di essa”, dice Richard Nephew, un ex-negoziatore americano in Medio Oriente, al Financial Times, “l’economia iraniana sprofonderebbe”. Stanotte il presidente americano Donald Trump ha annunciato su Truth che gli Usa hanno sferrato pesanti attacchi aerei contro l'isola, risparmiando però le infrastrutture vitali attraverso cui transita il 90% circa di tutto il greggio iraniano.

“Ho scelto di non distruggere le infrastrutture petrolifere dell'isola”, ha scritto Trump. “Tuttavia, qualora l'Iran - o chiunque altro - dovesse compiere azioni volte a ostacolare il libero e sicuro transito delle navi attraverso lo Stretto di Hormuz, riconsidererò immediatamente tale decisione”. Un paio di missili basterebbero a distruggere i suoi impianti.

Perché l’attacco è avvenuto solo ora

Eppure, finora né gli Stati Uniti, né Israele, hanno preso di mira queste infrastrutture nella guerra in corso da una decina di giorni. Perché? La risposta degli esperti più autorevoli è che Washington vuole preservare l’Iran per chiunque la governerà nel dopoguerra immediato e, soprattutto, in un futuro più a lungo termine. Una seconda ragione è che la Casa Bianca non vuole azioni che danneggino ulteriormente le sue relazioni con Pechino, specie in prossimità della visita prevista in aprile del presidente Trump. E un terzo motivo è che un attacco provocherebbe quasi certamente una reazione militare analoga iraniana contro le installazioni energetiche dei Paesi arabi alleati degli Usa nella regione, dall’Arabia Saudita al Qatar, con conseguenze sui mercati mondiali ancora più disastrose delle avvisaglie che si sono intraviste nei giorni scorsi.

Per tutte queste considerazioni, l’ipotesi di colpire “Kharg island”, come la chiamano gli americani, era una linea rossa invalicabile per gli Stati Uniti. Almeno così è stato fino a questo momento. Nel suo post, Trump ha definito l'attacco una delle "più potenti incursioni aeree nella storia del Medio Oriente", precisando che sull'isola, simile a una striscia di terra lunga circa 8 chilometri, sono stati colpiti esclusivamente obiettivi militari.

L’importanza economica per l’Iran

L’importanza dell’isola per l’economia iraniana deriva dal fatto che le coste dell’Iran hanno fondali generalmente molto bassi, impedendo alle petroliere di attraccare per caricare il greggio e trasportarlo nel resto del mondo. Oleodotti sottomarini trasportano il petrolio a Kharg e lì le grandi navi cargo vengono a prenderlo a bordo. Naturalmente questa dipendenza da un singolo punto di attracco rappresenta una debolezza per Teheran. I suoi avversari ne sono consapevoli. Colonizzatori olandesi e britannici misero le mani sull’isola nei secoli passati.

L’Iraq l’ha pesantemente bombardata nella guerra contro l’Iran degli anni Ottanta, distruggendo la maggior parte degli impianti, costruiti dalla multinazionale americana Amoco due decenni prima. Finora i caccia americani e israeliani non l’hanno sfiorata e i terminali dell’isola di Kharg, in mezzo al pandemonio della guerra che incendia la regione, hanno continuato a funzionare.

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