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Mine e barchini su tutta la costa iraniana, la fortezza invincibile dei pasdaran

(afp)

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Da trent’anni il regime si prepara con bunker e depositi sulle spiagge. Per batterli non basterebbero 7.500 truppe di terra
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Il problema non è solo lo Stretto di Hormuz, ma tutto il Golfo Persico. I pasdaran hanno trasformato il passaggio di trenta chilometri nelle forche caudine del commercio di greggio, allestendo però una rete di difesa in profondità lungo tutta la costa. Da trent’anni si preparano a combattere con bunker e depositi sotterranei sparsi sul litorale e in una miriade di isolette. Ci sono piattaforme petrolifere che ospitano radar e razzi. Tanti lanciatori mobili e fissi di droni e missili, spesso nascosti nel vano di furgoni e camion. Centinaia di barchini d’assalto ormeggiati tra i pescherecci o celati in capannoni. E soprattutto una riserva infinita di mine navali.

Violare questa fortezza viene considerata una missione impossibile. Nel 1987 il presidente Reagan faceva riunire le petroliere kuwaitiane – che avevano issato bandiera americana – in convogli con una scorta possente: c’erano almeno due navi militari, precedute da elicotteri speciali Sea Stallion che scovavano gli ordigni g…

Il problema non è solo lo Stretto di Hormuz, ma tutto il Golfo Persico. I pasdaran hanno trasformato il passaggio di trenta chilometri nelle forche caudine del commercio di greggio, allestendo però una rete di difesa in profondità lungo tutta la costa. Da trent’anni si preparano a combattere con bunker e depositi sotterranei sparsi sul litorale e in una miriade di isolette. Ci sono piattaforme petrolifere che ospitano radar e razzi. Tanti lanciatori mobili e fissi di droni e missili, spesso nascosti nel vano di furgoni e camion. Centinaia di barchini d’assalto ormeggiati tra i pescherecci o celati in capannoni. E soprattutto una riserva infinita di mine navali.

Violare questa fortezza viene considerata una missione impossibile. Nel 1987 il presidente Reagan faceva riunire le petroliere kuwaitiane – che avevano issato bandiera americana – in convogli con una scorta possente: c’erano almeno due navi militari, precedute da elicotteri speciali Sea Stallion che scovavano gli ordigni galleggianti. L’Italia nello stesso anno proteggeva le nostre cisterne con tre fregate, tre cacciamine, due unità d’appoggio e mille marinai. E non c’era una guerra totale come oggi, ma solo il riflesso del conflitto tra Iran e Iraq.

In questi giorni gli attacchi sono stati condotti soprattutto con i missili balistici, che da corta distanza sono precisi e letali. In due casi si è ipotizzato l’uso di motoscafi-bomba telecomandati ma il Pentagono lo ha smentito. Ma si sa che nelle file dei Guardiani della rivoluzione ci sono anche equipaggi pronti al martirio: è stata segnalata un’imbarcazione sospetta che si dirigeva verso la portaerei Lincoln a gran velocità. I cannoni di un cacciatorpediniere non l’hanno fermata ed è stata affondata dai missili di un elicottero.

In prossimità dello Stretto, i marinai di Teheran non userebbero mai un singolo mezzo. Si esercitano da anni a scatenare sciami d’assalto sincronizzati: dozzine di barchini, razzi, droni lanciati contemporaneamente nel tentativo di sbaragliare i sistemi difensivi della flotta americana. La copia navale dei raid scagliati dal cielo in queste due settimane contro le basi Usa della regione.

La minaccia più preoccupante però restano le mine. Ci sono quelle di concezione tradizionale che vanno alla deriva, sferiche con tanti inneschi. Altre più moderne, spesso copiate dalle Manta made in Italy, restano coperte dalla sabbia sul fondale. Hanno un sensore acustico che viene attivato dal rumore dei motori o un dispositivo che scatta per la pressione dell’acqua spostata dalla nave. Sono potentissime, con centinaia di chili di esplosivo. Nel 1991 durante la “Tempesta del Deserto” per liberare il Kuwait la grande portaelicotteri Tripoli è stata messa fuori uso da uno solo di questi ordigni: ha aperto una falla di cinque metri per sei. La stessa sorte è toccata a un incrociatore e a quel punto il quartiere generale ha deciso di rinunciare ai piani di sbarco sulle spiagge dell’Emirato. Erano ordigni iracheni: quelli iraniani sono identici, ma molto più numerosi. Si stima che siano decine di migliaia, spesso prodotti con una spesa di 1.500 euro.

Disinnescarli è un lavoro lento e difficile. Si usano sonar per localizzare le mine, poi si manda un minisottomarino filoguidato a studiarle e quindi le si distrugge con una bomba a scoppio ritardato. Anzitutto servono unità specializzate. Gli Stati Uniti per trent’anni hanno schierato una squadra di cinque cacciamine – di tecnologia italiana – in Bahrein: sono stati rottamati un anno fa. Ora ci sono tre fregate multiruolo Littoral, che imbarcano anche un sistema modulare per questo compito ma non sono mai state testate in battaglia. Va tenuto presente che durante la bonifica la nave deve restare più o meno immobile e diventa il bersaglio per i tiri dalla costa.

Insomma l’unica maniera di rendere sicuro Hormuz sarebbe occupare l’intero litorale con truppe di terra. Quando c’è una crisi, il riflesso automatico del Pentagono è “send in the marines”. Ma anche la task force con 2.500 fanti che secondo il Wall Street Journal si sta dirigendo verso il Golfo potrebbe non bastare. Si reputa che per espugnare la fortezza dei pasdaran ne servirebbe almeno il triplo.

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