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Mosca guadagna 150 milioni in più al giorno con la guerra in Iran

(agf)

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Il Cremlino beneficia delle deroghe Usa e dei prezzi del greggio. Ma ha bisogno che la guerra duri a lungo per salvare il bilancio
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Da giorni lo dicono in tanti, dal presidente del Consiglio europeo Antonio Costa all’esperto Sumit Ritolia della società di analisi e consulenza Kpler: «Finora c’è un solo vincitore in questa guerra in Iran: la Russia». E i calcoli del quotidiano britannico Financial Times, basati su dati di settore e valutazioni di diversi analisti, danno loro ragione: Mosca starebbe guadagnando fino a 54 milioni di dollari in più al giorno grazie alle esportazioni di petrolio per un totale quotidiano di 150 milioni di dollari e di 1,3-1,9 miliardi di dollari soltanto nei primi 12 giorni di guerra.

Cifra che, a questo ritmo, entro fine marzo, potrebbe attestarsi tra i 3,3 e i 5 miliardi di dollari in più destinati alle casse dello Stato. Tutto merito dell’impennata dei prezzi di petrolio che oramai sfiorano i 100 dollari a barile, quasi il doppio rispetto alla media di 52 dollari a barile dei due mesi precedenti, e dell’aumento della domanda da India e Cina. Una netta inversione di tendenza per Mosc…

Da giorni lo dicono in tanti, dal presidente del Consiglio europeo Antonio Costa all’esperto Sumit Ritolia della società di analisi e consulenza Kpler: «Finora c’è un solo vincitore in questa guerra in Iran: la Russia». E i calcoli del quotidiano britannico Financial Times, basati su dati di settore e valutazioni di diversi analisti, danno loro ragione: Mosca starebbe guadagnando fino a 54 milioni di dollari in più al giorno grazie alle esportazioni di petrolio per un totale quotidiano di 150 milioni di dollari e di 1,3-1,9 miliardi di dollari soltanto nei primi 12 giorni di guerra.

Cifra che, a questo ritmo, entro fine marzo, potrebbe attestarsi tra i 3,3 e i 5 miliardi di dollari in più destinati alle casse dello Stato. Tutto merito dell’impennata dei prezzi di petrolio che oramai sfiorano i 100 dollari a barile, quasi il doppio rispetto alla media di 52 dollari a barile dei due mesi precedenti, e dell’aumento della domanda da India e Cina. Una netta inversione di tendenza per Mosca che a febbraio - prima della guerra con l’Iran - aveva visto le sue esportazioni crollare dell’11,4% a 6,6 milioni di barili al giorno, il livello più basso da quando aveva mosso i suoi carri armati contro Kiev nel 2022.

I profitti potrebbero ulteriormente aumentare ora che il segretario del Tesoro statunitense Scott Bessent ha autorizzato per 30 giorni, fino all’11 aprile, l’acquisto di greggio e prodotti petroliferi russi caricati su navi entro il 12 marzo. Una nuova deroga alle sanzioni anti-russe: soltanto una settimana fa l’amministrazione statunitense aveva autorizzato l’India a importare il petrolio russo bloccato in mare per un mese senza timore di dazi per ritorsione. E, dopo aver incluso nella sua lista nera i colossi russi Rosneft e Lukoil nell’ottobre 2025, giovedì ha revocato le sanzioni contro le filiali tedesche di Rosneft senza fornire alcuna spiegazione.

La Russia si rallegra. «Gli Stati Uniti stanno di fatto riconoscendo l’ovvio: senza il petrolio russo, il mercato energetico globale non può rimanere stabile», ha gongolato su Telegram l’inviato presidenziale per gli investimenti esteri e la cooperazione economica Kirill Dmitriev. «I burocrati della Ue saranno presto costretti a riconoscere questa realtà, ammettere i propri errori strategici e porvi rimedio», si è detto sicuro dopo aver incontrato a Miami, in Florida, Steve Witkoff e Jared Kushner, inviato e genero del presidente statunitense Donald Trump.

Eppure il Cremlino a Washington chiede di più: un allentamento più ampio. «Constatiamo che gli Stati Uniti stanno cercando di stabilizzare i mercati energetici e, in questo, i nostri interessi coincidono», ha dichiarato il portavoce Dmitrij Peskov durante il suo briefing quotidiano. Tuttavia, ha aggiunto, «senza volumi significativi di petrolio russo, la stabilizzazione del mercato è impossibile». La speranza di Mosca è che le interruzioni delle forniture dal Medio Oriente persistano fino a costringere i governi europei a rinviare l’imminente divieto di importazione di Gnl russo.

C’è un motivo se la Russia insiste e cerca di cavalcare l’onda. Nei primi due mesi del 2026 le entrate derivanti dal settore energetico, oggi rappresentate principalmente dalla tassa sull’estrazione mineraria del petrolio, erano diminuite di quasi il 50% su base annua, spingendo il deficit di bilancio della Russia a oltre il 90% della cifra prevista per l’intero anno. Tanto che il governo si sta preparando a tagliare almeno del 10% tutte le spese di bilancio «non sensibili», ossia infrastrutture e sussidi economici, lasciando invariati difesa e pagamenti sociali. Persino la capitale è stata costretta a stringere la cinghia: il sindaco Sergej Sobjanin ha annunciato che taglierà la forza lavoro del 15%.

Per compensare il calo delle entrate energetiche di gennaio e febbraio, Mosca avrebbe bisogno che le attuali condizioni di mercato persistessero per diversi mesi. Aleksandr Nosovich sull’agenzia statale Ria Novosti lo ha ammesso candidamente: «Con estremo cinismo, la Russia è interessata a un conflitto prolungato e logorante in Medio Oriente. Un conflitto in cui non verrà trascinata, ma in cui gli Stati Uniti saranno profondamente invischiati e, idealmente, costringeranno i loro alleati della Nato a parteciparvi».

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