La base italiana in Kuwait colpita da un drone: chi sono i militari e qual è la loro missione lì
di Gianluca Di FeoSono i militari italiani più vicini all’Iran, sotto attacco da oltre due settimane. La Task Force dell’Aeronautica in Kuwait dall’aeroporto Al Salem da dodici anni gestisce missioni di ricognizione per monitorare le cellule dello Stato Islamico: un’attività iniziata quando il Califfato dominava parte dell’Iraq e proseguita dopo la sconfitta delle bandiere nere a Mosul. Si tratta di un altro elemento dell’operazione Prima Parthica, di cui fanno parte anche i soldati presenti a Erbil nel Kurdistan iracheno.
Lo strumento principale sono i droni General Atomics MQ9 Reaper, come quello distrutto oggi dall’ordigno dei pasdaran. Sono i grandi velivoli senza pilota statunitensi, che il nostro Paese non ha finora dotato di armi: sorvegliano il territorio dall’alto, grazie a sensori ottici, a telecamere all’infrarosso e, in alcuni esemplari, a un radar a scansione laterale. Un software poi “fonde” le immagini raccolte dai differenti occhi elettronici e permette di raccogliere informazioni …
Sono i militari italiani più vicini all’Iran, sotto attacco da oltre due settimane. La Task Force dell’Aeronautica in Kuwait dall’aeroporto Al Salem da dodici anni gestisce missioni di ricognizione per monitorare le cellule dello Stato Islamico: un’attività iniziata quando il Califfato dominava parte dell’Iraq e proseguita dopo la sconfitta delle bandiere nere a Mosul. Si tratta di un altro elemento dell’operazione Prima Parthica, di cui fanno parte anche i soldati presenti a Erbil nel Kurdistan iracheno.
Lo strumento principale sono i droni General Atomics MQ9 Reaper, come quello distrutto oggi dall’ordigno dei pasdaran. Sono i grandi velivoli senza pilota statunitensi, che il nostro Paese non ha finora dotato di armi: sorvegliano il territorio dall’alto, grazie a sensori ottici, a telecamere all’infrarosso e, in alcuni esemplari, a un radar a scansione laterale. Un software poi “fonde” le immagini raccolte dai differenti occhi elettronici e permette di raccogliere informazioni straordinarie: si riesce a vedere anche sotto le tettoie, leggere i numeri di targa, misurare la lunghezza delle ombre per avere dati sui soggetti sospetti. Il costo di un singolo Reaper è di circa trenta milioni di euro e vengono gestiti dal personale del 32mo Stormo di Amendola (Foggia).
Nella base kuwaitiana ci sono sempre stati anche caccia dotati di apparati da ricognizione: fino al 26 febbraio risultavano schierati lì due Eurofighter Typhoon. Tra Erbil e questa struttura è stato attivo a lungo un aereo molto speciale: un Leonardo C27 Jedi, con strumentazioni da “guerra elettronica” che disturbano le comunicazioni radio e impediscano l’attivazione di ordigni telecomandati. Spesso è stato schierato un Boeing KC767, esteriormente identico a quello di linea, per il trasporto di rifornimenti e militari.
Quando è nata questa operazione, il Kuwait offriva le massime condizioni di sicurezza: i rapporti sono ottimi, con il riconoscimento del contributo dato dalle nostre forze armate alla liberazione dagli iracheni nel 1991. In quel momento Teheran era un alleato indiretto nella lotta contro lo Stato Islamico, condotta sul campo dalle milizie sciite irachene addestrate dai Guardiani della Rivoluzione. Nel gennaio 2020 l’uccisione ordinata dal presidente Trump del generale Soleimani, l’uomo che ha costruito la rete di forze filoiraniane nel Medio Oriente, ha cambiato drasticamente la situazione ed esposto la base alla rappresaglia.
L’aeroporto dove si trovano gli italiani ospita infatti anche uno stormo da trasporto statunitense. Dall’inizio di questa offensiva israeliano-americana è diventato un bersaglio continuo della ritorsione: ci sono state numerose incursioni di droni e missili balistici, contrastate dalle difese kuwaitiane. E durante uno di questi scontri che un caccia F18 Hornet dell’Emirato ha abbattuto tre F15E Strike Eagle dell’Us Air Force: un errore incredibile, che è oggetto di un’inchiesta.