DUBAI – La “Mission Impossible” di Donald Trump: riaprire quello Stretto di Hormuz, cruciale per l’approvvigionamento energetico, dove da due settimane i pasdaran tengono bloccate 600 navi. Il presidente americano lo ha promesso: il transito tornerà libero. Anche se per farlo, ora, chiede aiuto ad alleati poco intenzionati ad assecondarlo. Corea del Sud a parte, che però guarda agli affari, giacché sta rimpiazzando gli arsenali delle monarchie del Golfo.
Peccato che proteggere quel collo di bottiglia naturale, dove penisola arabica e coste iraniane quasi si sfiorano, distanti meno di 33 chilometri, è rischioso e costoso. Tanto più che gli iraniani non hanno remore a sparare su chi prova a passare senza il loro permesso: ne hanno fatto le spese già 20 navi.
Le opzioni per forzare il passaggio sono tre: uso più intenso della potenza aerea, scorta alle petroliere con navi da guerra e intervento di terra. O, meglio ancora. tutte e tre insieme: giacché gli analisti militari ritengono…
DUBAI – La “Mission Impossible” di Donald Trump: riaprire quello Stretto di Hormuz, cruciale per l’approvvigionamento energetico, dove da due settimane i pasdaran tengono bloccate 600 navi. Il presidente americano lo ha promesso: il transito tornerà libero. Anche se per farlo, ora, chiede aiuto ad alleati poco intenzionati ad assecondarlo. Corea del Sud a parte, che però guarda agli affari, giacché sta rimpiazzando gli arsenali delle monarchie del Golfo.
Peccato che proteggere quel collo di bottiglia naturale, dove penisola arabica e coste iraniane quasi si sfiorano, distanti meno di 33 chilometri, è rischioso e costoso. Tanto più che gli iraniani non hanno remore a sparare su chi prova a passare senza il loro permesso: ne hanno fatto le spese già 20 navi.
Le opzioni per forzare il passaggio sono tre: uso più intenso della potenza aerea, scorta alle petroliere con navi da guerra e intervento di terra. O, meglio ancora. tutte e tre insieme: giacché gli analisti militari ritengono che scortare le petroliere senza controllare la costa sarebber suicida. Il pericolo principale sono sciami di droni, missili e motoscafi che attaccano simultaneamente. Anche perché gli iraniani possono usare missili balistici a corto raggio, facili da spostare e nascondere anche in un furgone, praticamente impossibili da intercettare.
Per realizzare la soluzione evocata da Trump delle scorte alle petroliere, servirebbe un importante numero di navi da guerra americane — e possibilmente alleate — capaci pure di sminare e respingere gli attacchi della cosiddetta “flotta zanzara” iraniana, piccole imbarcazioni veloci. Almeno due navi da guerra a petroliera: con la copertura, comunque, di droni Reaper capaci di colpire i lanciatori iraniani. Insomma, un’operazione lenta: solo per far uscire le 600 navi intrappolate potrebbero volerci mesi. E nel frattempo aree cruciali alla Difesa statunitense resterebbero sguarnite. Per l’opzione “boots on the ground”, l’intervento sul campo, servirebbero migliaia di soldati; che resterebbero esposti per mesi agli attacchi di un regime che lotta per la sopravvivenza. E prima di farli sbarcare in quella zona montuosa e impervia bisognerebbe effettuare un bombardamento a tappeto della costa stile Apocalypse Now.
Insomma: per garantire la sicurezza di Hormuz, gli americani potrebbero impantanarsi in Iran per mesi, forse anni. Proprio quel che in campagna elettorale Trump aveva assicurato non sarebbe accaduto mai più. E comunque, potrebbe non bastare. Ridurre, ma non eliminare, la minaccia di attacchi iraniani difficilmente convincerà gli armatori a usare lo Stretto. «Per riportare il traffico di Hormuz a 100 navi al giorno bisognerebbe convincere le compagnie di assicurazione e di navigazione che il transito è sufficientemente sicuro» sentenzia Mick Mulroy, ex vice assistente del segretario alla Difesa per il Medio Oriente ai tempi della prima amministrazione Trump, parlandone al Wall Street Journal: «E per ora, nessuna di queste soluzioni lo fa».