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Politico spietato o fine intellettuale, chi è Ali Larijani: fedele di Khamenei ucciso dall’Idf

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Il segretario del Consiglio di sicurezza iraniano è stato ucciso in un raid notturno su Teheran. Teheran ha confermato la notizia in serata dopo averla inizialmente smentita pubblicando un messaggio scritto a mano
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Un leader autoritario o un intellettuale pragmatico? L’uomo del compromesso o la faccia dura del sistema? Ali Larijani, che gli israeliani hanno ucciso a Teheran, era probabilmente entrambe le cose. A gennaio fu accusato di essere il regista della repressione che ha fatto migliaia di morti tra i manifestanti iraniani. Ma è stato anche l’oppositore più tenace alla nomina di Mojtaba Khamenei come nuova guida suprema, la cui scelta, ricostruisce il New York Times, è stata voluta dall’ala più dura dell’apparato, i pasdaran e l’intelligence. Larijani, 67 anni, aveva spinto per una personalità più pragmatica e rappresentative delle diverse correnti della politica iraniana.

Prima di essere anche lui ucciso dagli israeliani, Ali Khamenei l’aveva nominato capo del consiglio di sicurezza dopo la guerra dei 12 giorni, nonostante in passato avesse bloccato la sua candidatura per le presidenziali: in un momento critico per la Repubblica islamica, serviva una figura capace di garantire contin…

Un leader autoritario o un intellettuale pragmatico? L’uomo del compromesso o la faccia dura del sistema? Ali Larijani, che gli israeliani hanno ucciso a Teheran, era probabilmente entrambe le cose. A gennaio fu accusato di essere il regista della repressione che ha fatto migliaia di morti tra i manifestanti iraniani. Ma è stato anche l’oppositore più tenace alla nomina di Mojtaba Khamenei come nuova guida suprema, la cui scelta, ricostruisce il New York Times, è stata voluta dall’ala più dura dell’apparato, i pasdaran e l’intelligence. Larijani, 67 anni, aveva spinto per una personalità più pragmatica e rappresentative delle diverse correnti della politica iraniana.

Prima di essere anche lui ucciso dagli israeliani, Ali Khamenei l’aveva nominato capo del consiglio di sicurezza dopo la guerra dei 12 giorni, nonostante in passato avesse bloccato la sua candidatura per le presidenziali: in un momento critico per la Repubblica islamica, serviva una figura capace di garantire continuità. E Larijani era stato per decenni un tessitore, connetteva diversi centri di potere, politico, militare, giudiziario. La sua scomparsa potrebbe aumentare la confusione operativa e gestionale all’interno dell’apparato, ma anche facilitare l’ascesa di personalità più radicali. Soprattutto, elimina un potenziale interlocutore per la de-escalation. Diversi analisti sostengono che avrebbe potuto essere lui l’uomo in grado di costruire il consenso necessario ad avviare negoziati con l’America. Ucciderlo significava ridurre le opzioni.

Nato a Najaf, culla dello sciismo iracheno, veniva da una importante famiglia religiosa. Suo padre, Mirza Hashem Amoli era ayatollah, lui aveva ricevuto un’educazione laica: doppia laurea, in informatica e filosofia, una tesi su Kant. Si era destreggiato tra le correnti della politica iraniana per trent’anni, mostrando ora il lato moderato, ora il pugno duro. Nei primi anni Novanta, da ministro della Cultura, legalizzò le videocassette con cui gli iraniani guardavano clandestinamente i film di Hollywood e Bollywood. Da capo della tv statale, invece, fu il primo a mandare in onda “documentari” con le confessioni forzate degli oppositori arrestati. Aveva ricoperto diversi incarichi all’interno dei Pasdaran, ma non è mai stato un militare puro. Agli inizi degli anni Duemila, fu il capo negoziatore sul nucleare per l’accordo poi siglato da Obama. Conosceva gli ingranaggi della diplomazia. La figlia di Larijani viveva e lavorava in America almeno fino a prima della guerra.

La famiglia Larijani rappresenta l’aristocrazia clericale in Iran, influente in diversi settori. Il fratello Ardashir è uno dei maggiori teorici della Repubblica Islamica, Sadegh è stato capo della magistratura, l’altro fratello Mohammad-Javad è un matematico ex diplomatico. Ali Larijani era considerato un conservatore pragmatico, mal visto dalla «nuova destra» populista. In passato aveva fatto delle aperture sulla possibilità di maggiori libertà sociali, sempre dentro il quadro della Repubblica islamica. E’ solo in apparenza una contraddizione con il suo ruolo nella repressione: prima della guerra, tutti gli aspiranti Bonaparte d’Iran, compreso l’attuale presidente del parlamento, Ghalibaf, erano consapevoli che per evitare il crollo di un sistema al minimo storico della sua legittimità avrebbero dovuto fare concessioni, seppur limitate.

Il conflitto sta stravolgendo la geografia politica del paese, le conseguenze saranno di lungo periodo e impossibili da prevedere. Ma i fatti per ora dicono che i vuoti lasciati dalle uccisioni israeliane vengono riempiti da personalità più radicali, sia delle nuove generazioni che della vecchia guardia. Figure come Mohsen Rezaei, a lungo ex capo dei pasdaran che ha trasformato le Guardie da corpo solo militare a potente lobby economico-politica e che da poco è stato nominato consigliere militare della Guida; Ahmed Vahidi, il nuovo comandante dei Guardiani o Ali Abdollahi Aliabadi, il generale che guida Khatam al Anbiya, lo stato maggiore unificato delle forze armate, segnalano la traiettoria di un sistema che si fa più duro e più militarizzato, non più moderato.

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