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Libano, si spacca il G7. Meloni frena sullo Stretto: “Un passo verso la guerra”

(ansa)

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L’Italia con Canada, Gran Bretagna, Francia e Germania, ma in rottura con Usa e Giappone che non firmano il documento
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Missile dopo missile, il solco tra occidentali si allarga. E il G7 si spacca. Non solo attorno allo Stretto di Hormuz, ma anche a causa dell’invasione terrestre del Libano da parte di Israele. Una frattura clamorosa che culmina con un’inedita dichiarazione a cinque con cui i big europei - e il Canada - condannano l’operazione ordinata da Benjamin Netanyahu. Un testo da cui però, dopo 24 ore di braccio di ferro, si tirano fuori Stati Uniti e Giappone.

Succede tutto tra la notte di domenica e il pomeriggio di ieri. Emmanuel Macron e Giorgia Meloni, riferiscono fonti di massimo livello, si ritrovano dalla stessa parte della barricata. Insieme a Regno Unito e Germania, propongono uno statement che si oppone all’ingresso delle truppe d’Israele in territorio libanese. Donald Trump, però, si mette di traverso. Considera il testo non solo uno schiaffo all’amico Netanyahu, ma soprattutto un attacco implicito all’amministrazione americana. Una condanna della filosofia che sta alla base del…

Missile dopo missile, il solco tra occidentali si allarga. E il G7 si spacca. Non solo attorno allo Stretto di Hormuz, ma anche a causa dell’invasione terrestre del Libano da parte di Israele. Una frattura clamorosa che culmina con un’inedita dichiarazione a cinque con cui i big europei - e il Canada - condannano l’operazione ordinata da Benjamin Netanyahu. Un testo da cui però, dopo 24 ore di braccio di ferro, si tirano fuori Stati Uniti e Giappone.

Succede tutto tra la notte di domenica e il pomeriggio di ieri. Emmanuel Macron e Giorgia Meloni, riferiscono fonti di massimo livello, si ritrovano dalla stessa parte della barricata. Insieme a Regno Unito e Germania, propongono uno statement che si oppone all’ingresso delle truppe d’Israele in territorio libanese. Donald Trump, però, si mette di traverso. Considera il testo non solo uno schiaffo all’amico Netanyahu, ma soprattutto un attacco implicito all’amministrazione americana. Una condanna della filosofia che sta alla base dell’intera operazione contro l’Iran, di cui l’intervento contro Hezbollah in Libano è un’appendice. Il presidente degli Stati Uniti, si apprende dalle stesse fonti, ordina ai suoi sherpa di far cambiare quel documento. L’alternativa suggerita è brutale: Washington ritirerà la firma. Non è la prima volta che accade, e di solito finisce sempre allo stesso modo: senza il consenso Usa, la dichiarazione finisce nel cestino.

Stavolta però succede qualcosa di diverso, segno della distanza siderale tra Trump e i suoi partner: gli europei, inclusa Meloni, decidono di proseguire. Anche il Canada disobbedisce al tycoon. Gli americani premono con forza sul Giappone, imponendo il ritiro di Tokyo dall’iniziativa. Gli europei tengono il punto. Quando a Roma sono ormai le 20.30, il documento diventa pubblico. È a cinque, di fatto un G7 senza gli Stati Uniti (e orfano dei giapponesi). Nella dichiarazione, i leader si dicono «profondamente preoccupati per l’escalation di violenza in Libano» e reclamano «un impegno concreto da parte dei rappresentanti israeliani e libanesi per negoziare una soluzione politica sostenibile». Sollecitano «un’immediata de-escalation». Ma soprattutto, accanto alla condanna degli attacchi di Hezbollah contro Israele, sottolineano come «un’offensiva di terra israeliana di rilievo avrebbe conseguenze umanitarie devastanti: questo va scongiurato». Agli europei si aggiunge la voce del governo spagnolo: «Quanto sta accadendo in Libano - sostiene il ministro degli Esteri - è una vergogna. Una violazione sistematica della sovranità e del diritto umanitario».

Per Meloni, si tratta di una mossa dall’altissimo costo politico. Anche perché si accompagna a un altro no: quello sulla partecipazione italiana a una missione militare per forzare il blocco navale iraniano su Hormuz. Una richiesta ufficiale di Washington a partecipare a questa coalizione non è arrivata. Informalmente, però, non sono mancati segnali diplomatici degli americani a cui Roma ha opposto per ora resistenza. Non senza imbarazzi, visto il rapporto tra la premier con la Casa Bianca .

In televisione, la leader si mostra netta. Difende il diritto alla navigazione, «fondamentale» per l’approvvigionamento energetico e di merci del Paese. Ma aggiunge: «Intervenire significa fare un passo in avanti nel coinvolgimento». Significa, soprattutto, rischiare di entrare in conflitto diretto con l’Iran. Per questo, Roma preferirebbe per adesso solo «rafforzare Aspides», limitata al Mar Rosso. È la linea che Antonio Tajani porta a Bruxelles, ricordando che sarebbe «complesso» allargare la missione a Hormuz. A pesare c’è anche un nodo politico oggetto in queste ore di un’attenta riflessione a Palazzo Chigi: il via libera a un’eventuale futura spedizione navale di “scorta” nello Stretto necessiterebbe dell’autorizzazione del Parlamento. Nuove regole d’ingaggio, rischi per i militari italiani. Un potenziale problema politico con la Lega – e con le opposizioni - che la premier vorrebbe a tutti i costi evitare.

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