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Hormuz L’Europa dice no, l’ira di Trump sugli alleati: “Quando serve non ci sono”

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Il presidente Usa minaccia ritorsioni sulla Nato. Londra e Parigi più aperte a una soluzione militare. Bruxelles guarda all’Onu per una iniziativa come quella nel Mar Nero
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BRUXELLES – Donald Trump chiede aiuto all’Europa e alla Nato per sconfiggere l’Iran e torna a minacciare gli alleati. Ma da Bruxelles la risposta è netta: l’Alleanza Atlantica non c’entra nulla con la guerra nel Golfo Persico, e anzi boccia pure l’ampliamento della missione Aspides per sbloccare lo Stretto di Hormuz. Ma non può chiudere del tutto la porta all’appello statunitense. Anche perché le parole del presidente americano sono durissime: ci sarà un futuro «molto negativo» per l’Alleanza Atlantica se gli alleati non aiuteranno a riaprire lo stretto di Hormuz inviando navi. «È giusto – ha ricordato con tono ricattatorio – che coloro che traggono beneficio dallo Stretto contribuiscano a garantire che non accada nulla di male. Se non ci sarà alcuna risposta o se la risposta sarà negativa penso che sarà molto negativo per il futuro della Nato».

Per questo alcuni partner, a cominciare dalla Gran Bretagna, stanno comunque studiando la possibilità di aiutare in qualche modo le trup…

BRUXELLES – Donald Trump chiede aiuto all’Europa e alla Nato per sconfiggere l’Iran e torna a minacciare gli alleati. Ma da Bruxelles la risposta è netta: l’Alleanza Atlantica non c’entra nulla con la guerra nel Golfo Persico, e anzi boccia pure l’ampliamento della missione Aspides per sbloccare lo Stretto di Hormuz. Ma non può chiudere del tutto la porta all’appello statunitense. Anche perché le parole del presidente americano sono durissime: ci sarà un futuro «molto negativo» per l’Alleanza Atlantica se gli alleati non aiuteranno a riaprire lo stretto di Hormuz inviando navi. «È giusto – ha ricordato con tono ricattatorio – che coloro che traggono beneficio dallo Stretto contribuiscano a garantire che non accada nulla di male. Se non ci sarà alcuna risposta o se la risposta sarà negativa penso che sarà molto negativo per il futuro della Nato».

Per questo alcuni partner, a cominciare dalla Gran Bretagna, stanno comunque studiando la possibilità di aiutare in qualche modo le truppe Usa. Con questo intento l’Unione si rivolge all’Onu affinché partecipi a una soluzione soprattutto per liberare i cargo del petrolio. Tutto è stato però rinviato alle scelte dei 27 leader convocati giovedì a Bruxelles. Intanto il Consiglio dei ministri Ue degli Esteri ieri alcune indicazioni le ha fornite. «Attualmente – ha detto l’Alta Rappresentante per la politica estera, Kaja Kallas – non c’è appetito per cambiare il mandato della missione Aspides», che già opera nel Mar Rosso per proteggere i mercantili dagli attacchi Houti. La sua dotazione è però limitata: solo tre fregate. L’ipotesi avanzata negli ultimi giorni da Kallas appare dunque già tramontata e ha messo in evidenza l’ennesimo scontro dentro la Commissione perché l’iniziativa dell’Alta Rappresentante non è stata sostenuta dalla presidente della Commissione, Ursula von der Leyen. I rapporti tra le due infatti non sono buoni da tempo e ieri se ne è avuta ulteriore conferma.

L’Ue volge allora lo sguardo alle Nazioni Unite come ancora di salvezza per «un’iniziativa a Hormuz come quella sul Mar Nero per il grano dell’Ucraina». Ossia l’intesa che permise di far passare i cargo dei cereali, il cui blocco stava determinando una pesante crisi alimentare. Questa sarebbe l’unica strada in grado di mettere d’accordo tutti i partner del Vecchio Continente.

Non certo la Nato, come reclamato da Donald Trump: «Questo è davvero al di fuori dell’area di intervento della Nato», ha allargato le braccia ancora Kallas. «Non mi sembra – ha confermato il ministro degli Esteri tedesco, Johann Wadephul – che la Nato possa assumersi la responsabilità per lo Stretto di Hormuz».

Resta però la necessità di “liberare” lo Stretto di Hormuz per consentire alle petroliere di trasportare il greggio. Sia la Gran Bretagna sia la Francia stanno lavorando a una soluzione anche in termini militari. «Dobbiamo riaprire lo Stretto di Hormuz – ha sottolineato il premier britannico Keir Starmer – per assicurare la stabilità dei mercati. Stiamo lavorando con tutti i nostri alleati, compresi gli europei, per ristorare la libertà di navigazione nella regione il più velocemente possibile». Non impegnando la Nato ma con un modello diverso. Una linea seguita anche da Parigi, che non vuole inviare navi nella zona di guerra pur lavorando a una forza di pattugliamento congiunta una volta terminati i combattimenti. Nel frattempo Regno Unito, Francia, Giappone e Corea del Sud stanno discutendo a livello individuale con gli Stati Uniti sulle possibili soluzioni. Per gli alleati, infatti, a questo punto non è semplice rispondere alla Casa Bianca con un semplice “no”. Il timore è che il tycoon in qualche modo si vendichi del mancato aiuto accentuando la lontananza dall’Ucraina e anche alzando il prezzo del gas liquido, del quale l’Europa ha aumentato gli acquisti dopo aver abbandonato quello russo.

Bisogna tenere in considerazione anche un’altra emergenza oltre quella energetica. Ossia lo spettro di una carestia su larga scala. «Anche i fertilizzanti – ha ricordato l’Alta rappresentante per la politica estera Ue – passano attraverso lo Stretto di Hormuz. Se non abbiamo fertilizzanti quest’anno, l’anno prossimo ci sarà una carestia». Motivo in più per affrontare il blocco del traffico marittimo nel Golfo Persico in tempi brevi.

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